I rendimenti americani toccano i massimi dal 2007, ma intanto i consumatori USA continuano a spendere come se nulla fosse. Il Redbook Index al +9,6% racconta un’economia che, forse, non è così vicina alla recessione come molti pensano.

C’è un numero che, probabilmente, sta togliendo il sonno a parecchi gestori in questi giorni: 5,198%. È il livello toccato ieri dal rendimento del Treasury americano a 30 anni, il massimo dal luglio 2007. Per dare un’idea: significa tornare indietro di quasi diciannove anni, prima ancora che la crisi finanziaria globale rimettesse in discussione l’intero impianto dei mercati obbligazionari mondiali.

Eppure, mentre Wall Street trema e i bond globali continuano la loro svendita, dall’altra parte del bilancio dei consumi americani arriva un segnale che potrebbe sembrare contraddittorio: i cittadini USA stanno spendendo. E parecchio. Vediamo perché questo paradosso conta molto più di quanto sembri.

Il bond rout che sta cambiando le aspettative sui tassi

Il rendimento del Treasury trentennale ha sfiorato il 5,20% nella seduta di martedì, secondo i dati riportati da CNBC e Bloomberg, in un sell-off che si è esteso anche ai titoli decennali (saliti al 4,687%, massimo da gennaio 2025) e ai biennali (4,12%). Si tratta probabilmente del segnale più chiaro che il mercato sta riprezzando in modo radicale le aspettative sulla Federal Reserve.

Quando il conflitto con l’Iran è iniziato a fine febbraio, gli operatori scontavano fino a tre tagli dei tassi nel 2026. Oggi la situazione si è ribaltata. Secondo le rilevazioni del CME FedWatch, il mercato sta scommettendo su un possibile rialzo dei tassi, con una probabilità superiore al 40%. Benjamin Schroeder, senior rates strategist di ING citato da Bloomberg, parla esplicitamente di “clear hiking bias”: gli investitori temono che le pressioni sui prezzi dell’energia possano trasformarsi in qualcosa di più persistente di un episodio inflazionistico isolato.

Il dato forse più interessante arriva da un sondaggio di Bank of America pubblicato ieri: il 62% dei gestori globali interpellati si aspetta che il rendimento del trentennale raggiunga il 6%, livello che non si vede dalla fine del 1999. Solo il 20% punta invece su un ritorno al 4%. Citigroup, attraverso lo strategist Jim McCormick, ha indicato il 5,5% come prossima soglia di attenzione. L’ultima volta che il 30 anni è arrivato lì è stato 22 anni fa.

Non è solo un problema americano: il fenomeno è globale

Quello a cui stiamo assistendo non è un movimento isolato. I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza stanno salendo in modo coordinato in tutto il mondo sviluppato. I Bund tedeschi a 30 anni viaggiano al 3,684%, i Gilt britannici al 5,773% (in lieve rialzo nella giornata di ieri), mentre il trentennale giapponese ha toccato un nuovo massimo storico questa settimana.

La causa, secondo Thomas Tzitzouris, head of fixed income research di Strategas Research Partners citato dalla CNN, è duplice. Da un lato l’inflazione, che resta probabilmente il driver principale. Dall’altro, i deficit pubblici che continuano a gonfiarsi: secondo la stima mediana dei primary dealer dei Treasury, riportata da Bloomberg, il disavanzo americano dovrebbe attestarsi a 1,95 trilioni di dollari per l’anno fiscale in chiusura a settembre, salendo poi a 2 trilioni nel 2027.

Laura Cooper, global investment strategist di Nuveen, ha sintetizzato bene il momento: “I rendimenti non stanno prezzando solo la volatilità dell’inflazione, ma sempre più anche il ritorno del rischio fiscale”.

C’è poi un segnale tecnico che probabilmente vale la pena notare: l’asta dei trentennali Treasury di metà maggio è stata la prima dal 2007 a chiudersi con un tasso pari o superiore al 5%. E nonostante questo, la domanda degli investitori è stata definita “unremarkable”, ovvero senza particolare entusiasmo. Un dettaglio che, forse, racconta più di tanti commenti.

L’impatto sui mercati azionari: chi rischia di più

Storicamente, quando i rendimenti a lunga scadenza salgono in modo deciso, l’impatto maggiore si scarica sui titoli azionari cosiddetti “long duration”, quelli i cui flussi di cassa attesi sono spalmati su orizzonti molto lunghi. In altre parole: il comparto tecnologico, dove le valutazioni si reggono in buona parte sulle aspettative di crescita futura.

Non è quindi un caso che ieri il settore semiconduttori abbia accusato il colpo più duro a Wall Street, con l’indice Philadelphia Semiconductor che ha bruciato circa il 6% in due sedute. Il Nasdaq ha chiuso a -0,84%, l’S&P 500 a -0,67%. Probabilmente è anche un movimento di alleggerimento prima della trimestrale Nvidia di stasera, ma il driver di fondo resta quello dei tassi.

Per gli investitori, questo significa che la fase richiede probabilmente una maggiore selettività. L’esposizione ai growth puri va calibrata con attenzione: posizioni come quelle sui fondi U.S. Large-Cap Growth Equity, ad esempio, possono ancora performare bene (un fondo Sicav del settore mostra una performance in portafoglio attorno al +9%), ma il peso strategico va dosato. In molti modelli di asset allocation prudenti queste esposizioni si stanno mantenendo volutamente sotto controllo, intorno al 2-3%, in attesa di vedere se il riprezzamento dei tassi si stabilizza o accelera ulteriormente.

Il paradosso del Redbook: gli americani spendono come se non ci fosse un domani

Eppure, mentre i mercati obbligazionari raccontano una storia di paura inflazionistica e potenziale rallentamento economico, sul fronte dei consumi arriva un segnale che andrebbe forse preso più sul serio.

Il Redbook Index, uno dei pochissimi indicatori macro disponibili a cadenza settimanale, ha registrato un’espansione del 9,6% su base annua nella rilevazione del 12 maggio 2026, in netta accelerazione dal 7,8% della settimana precedente (dati fxstreet/Trading Economics). Si tratta del barometro più rapido del comportamento di spesa degli americani: misura le vendite same-store delle grandi catene commerciali, coprendo circa 9.000 punti vendita e oltre l’80% del campione utilizzato dal Dipartimento del Commercio per le statistiche ufficiali.

Sì, è vero: una parte di questa crescita è probabilmente attribuibile all’aumento dei prezzi di vendita, in un contesto in cui l’inflazione si sta riaccendendo. Ma non può essere tutto. Un’espansione del 9,6% anno su anno, in netta accelerazione, non si spiega solo con l’effetto prezzi.

C’è chi sostiene che i consumatori americani stiano accelerando gli acquisti per timore di scenari peggiori – un’apocalisse geopolitica, un nuovo shock finanziario, un’inflazione fuori controllo. Forse. Quello che è certo è che, per il momento, le famiglie statunitensi continuano a tenere in piedi la prima economia del mondo. E questo contraddice una narrativa che ricorre con insistenza nei report degli analisti più cauti: quella di un’economia americana sull’orlo della recessione.

Cosa significa per il bull market in corso

La recessione, ricordiamolo, è la precondizione storica per ipotizzare la fine di un mercato toro. E qui le coordinate temporali contano. L’attuale bull market ciclico è iniziato nell’ottobre 2022, mentre il bull market secolare che lo contiene affonda le radici molto più indietro, nel marzo 2009.

Finché i consumi tengono come stanno facendo, finché il mercato del lavoro non mostra crepe profonde, finché gli scontrini delle grandi catene crescono a doppia cifra, è probabile che lo scenario recessivo resti meno credibile di quanto suggeriscano i titoli più allarmistici. Ovviamente, questo non significa che non possano arrivare correzioni – anche significative – lungo il percorso. Il problema dei tassi è reale, l’impatto sul costo dei mutui americani e sul finanziamento delle imprese rischia di pesare nei prossimi trimestri.

Ma il quadro è probabilmente più sfumato di quanto sembri a prima vista. Da una parte un mercato obbligazionario che urla “inflazione e deficit”. Dall’altra un consumatore che sembra non averne troppa intenzione di ascoltare. E in mezzo, gli investitori, chiamati ancora una volta a navigare la complessità senza farsi spaventare dalle narrative più estreme.

La giornata di oggi, con la trimestrale di Nvidia in serata, potrebbe essere uno dei prossimi test. Ma il vero termometro, forse, continueranno a darlo i dati sulla spesa retail della prossima settimana.

Categories:

Tags: