Il Dividend Day pesa su Piazza Affari, ma sotto la superficie del listino si muovono partite industriali interessanti: dal deal di Eni con i canadesi di Nouveau Monde Graphite ai colloqui di Leonardo con il gruppo emiratino Edge, passando per il risiko bancario che torna a infiammarsi. E il Brent sopra i 112 dollari fa il resto.

A guardare l’indice secco, il lunedì di Piazza Affari sembrerebbe una giornata da archiviare in fretta: il Ftse Mib chiude in calo di circa l’1,7%, sotto quota 48.300 punti, con un picco negativo che nella prima parte di seduta si era spinto vicino al 2%. Ma la verità è che il dato grezzo racconta poco. Depurato dell’effetto stacco cedola che ha colpito 22 blue chip e drenato circa 16 miliardi di euro dal listino, la flessione reale si limita a un più contenuto -0,2%, come segnala il Sole 24 Ore Radiocor. Un’inezia, considerato il rumore di fondo.

E il rumore di fondo, oggi, è tanto: il Brent che si è spinto fino a 112 dollari al barile (massimo dal 5 maggio) prima di ripiegare in area 110, le tensioni che continuano a montare attorno allo Stretto di Hormuz, i rendimenti obbligazionari che corrono ovunque. Il Btp decennale rende il 3,95-3,96%, vicino alla soglia psicologica del 4% non più superata da fine marzo, con lo spread sul Bund stabile intorno ai 77-78 punti base.

Eppure, sotto la superficie tecnica della giornata, si muovono partite industriali che probabilmente avranno un peso ben oltre le ventiquattro ore.

Eni si compra un pezzo di grafite canadese: la mossa silenziosa sulle batterie

La notizia che merita più attenzione, e che il mercato ha forse sottovalutato nella foga delle vendite, riguarda Eni. Il colosso di San Donato Milanese ha perfezionato un investimento da circa 70 milioni di dollari per acquisire l’11,6% di Nouveau Monde Graphite, società canadese specializzata nella grafite naturale e nei materiali avanzati per batterie. Lo riporta Il Sole 24 Ore citando fonti Reuters.

Il senso strategico dell’operazione, almeno sulla carta, appare piuttosto chiaro: la grafite è uno dei materiali critici per la produzione degli anodi delle batterie al litio, e oggi il mercato globale è dominato in modo schiacciante dalla Cina. Per un’azienda che sta cercando di posizionarsi in modo strutturale sulla transizione energetica – come Eni sta facendo da anni attraverso la controllata Plenitude e l’asset Enilive – mettere un piede in una filiera così sensibile probabilmente non è un dettaglio. Si tratta di un investimento ancora piccolo nei numeri, ma potenzialmente significativo per quello che segnala: l’attenzione verso le materie prime strategiche è tornata centrale nella pianificazione industriale dei grandi gruppi europei.

Nella stessa giornata Eni ha anche collocato nuove obbligazioni a tasso fisso con scadenza a 5 e 9 anni destinate a investitori istituzionali, nell’ambito del programma Euro Medium Term Note. Una mossa che serve a mantenere una struttura finanziaria equilibrata e che, considerando l’attuale livello dei tassi, suggerisce probabilmente la volontà di fissare il costo del debito prima di un eventuale ulteriore rialzo dei rendimenti.

In Borsa il titolo ha chiuso in rialzo di circa l’1,6% a 23,62 euro, mentre Saipem ha guidato i guadagni del listino con un balzo del 3,1% a 4,624 euro, sostenuta sia dalla corsa del greggio sia dalle prospettive di nuove commesse nel settore offshore.

Leonardo guarda agli Emirati: si muove qualcosa sulla difesa

Il secondo dossier interessante riguarda Leonardo. In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti, Abdulla bin Touq Al Marri, ha rivelato che il Paese sta valutando joint venture con diversi gruppi europei della difesa, tra cui Leonardo e Airbus. Il ministro ha aggiunto che ci sono già stati incontri tra i vertici dell’azienda italiana e il gruppo emiratino della difesa Edge.

Si tratta, almeno per il momento, di colloqui preliminari, e non è detto che si traducano in operazioni concrete nel breve termine. Ma il segnale è interessante per almeno due ragioni: la prima è che gli Emirati, in un Medio Oriente sempre più instabile, stanno chiaramente accelerando il rafforzamento del proprio comparto difesa; la seconda è che il modello “joint venture industriale” è quello che probabilmente Leonardo predilige per espandersi nei mercati strategici, evitando di sopportare da solo i costi di sviluppo e di accesso. Il titolo a Piazza Affari ha tenuto bene, chiudendo con un lieve progresso a 49,12 euro nonostante il clima negativo del listino.

Risiko bancario: Caltagirone alza la voce

Sul fronte domestico, la partita più rumorosa resta quella del risiko bancario. Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista di Mps con il 13,5%, ha rotto il silenzio con un’intervista al Corriere della Sera che ha agitato gli ambienti finanziari. La sostanza del suo ragionamento, riportata anche da Milano Finanza e Ansa, ruota intorno a tre punti.

Primo: Mps non dovrebbe vendere la propria quota in Generali, perché – sono parole dell’imprenditore romano – «vendere per fare cassa non è una strategia». Secondo: c’è il rischio concreto che un’eventuale fusione con Banco Bpm si traduca in un’incorporazione del Monte nella banca milanese, con lo spostamento della sede a Milano e la dispersione delle professionalità accumulate a Siena. Terzo: anche un’integrazione totale tra Mps e Mediobanca non lo convince, perché – secondo Caltagirone – sottrarrebbe risorse all’economia reale per dirottarle sull’attività finanziaria.

Il mercato sta iniziando a metabolizzare l’ipotesi di un terzo polo bancario italiano costruito attorno all’asse Mps-Banco Bpm, scenario che ridisegnerebbe in modo significativo gli equilibri del credito nel Paese. Probabilmente i prossimi mesi diranno se si tratterà di un’operazione realmente perseguibile o se resterà sul piano delle ipotesi. Da segnalare che proprio oggi Mps, Bper e Intesa Sanpaolo erano tra i titoli che hanno staccato il dividendo.

Petrolio: ipotesi carenza fisica dal mese di giugno?

Tornando alle materie prime, il dato che merita attenzione è quello relativo allo Stretto di Hormuz. Secondo le analisi citate da FIRSTonline, il traffico di navi attraverso lo stretto è oggi una frazione della media prebellica di 136 imbarcazioni al giorno, e gli analisti stimano che entro fine maggio possa essere andato perso circa 1 miliardo di barili di greggio rispetto al normale flusso. Se le tensioni dovessero protrarsi – e gli ultimi colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping non hanno prodotto risultati visibili – non è escluso che già da giugno si possa parlare di carenza fisica di prodotto. In quel caso, probabilmente, i 110 dollari di oggi sembrerebbero quasi un livello “tranquillo”.

Donald Trump, nel weekend, ha rilanciato la minaccia diretta a Teheran, sottolineando che «il tempo sta scadendo». La retorica è quella di sempre, ma il mercato del greggio sembra ormai aver smesso di scommettere su una soluzione diplomatica rapida.

Wall Street: i futures aspettano Nvidia

Oltreoceano, i futures sono in calo: secondo Marketscreener, l’S&P 500 E-mini cede lo 0,4%, il Nasdaq 100 lo 0,3% e il Dow Jones lo 0,6%. Un avvio cauto, in attesa di mercoledì 20 maggio, giornata che probabilmente segnerà il punto di massima attenzione della settimana: in serata, dopo la chiusura dei mercati USA, Nvidia pubblicherà i conti trimestrali.

L’azienda guidata da Jensen Huang è ormai diventata il principale termometro della spesa globale in intelligenza artificiale, e una guidance debole – anche solo “non perfetta” – potrebbe innescare una correzione su tutto il comparto tech. Goldman Sachs, secondo quanto riportato da Cnbc, è ottimista e parla di un momentum in accelerazione. Morgan Stanley, invece, avverte da giorni che se i rendimenti obbligazionari continueranno a salire, potrebbe arrivare la prima vera correzione dell’azionario dai minimi di fine marzo. Due narrazioni opposte che probabilmente troveranno arbitraggio proprio nei numeri di Nvidia.

Oro in controtendenza e quadro intermarket

Curioso il comportamento dell’oro, che invece di beneficiare delle tensioni geopolitiche ha aperto la settimana in netto calo: lo spot ha ceduto oltre l’1%, riportandosi vicino ai minimi di fine marzo, penalizzato – come segnala BorsaInside – dal rafforzamento del dollaro e dall’attesa di una politica monetaria più restrittiva. Il messaggio del mercato, in questa fase, sembra essere chiaro: il vero “safe asset” pagante non è più il metallo, ma i rendimenti obbligazionari, che si stanno spingendo su livelli che molti gestori avevano smesso di considerare possibili.

Negli Stati Uniti il Treasury a 10 anni ha toccato il 4,63%, mentre il trentennale ha sfiorato il 5,16%. In Giappone i rendimenti decennali hanno raggiunto i massimi degli ultimi 29 anni, segnale che probabilmente l’inflazione globale sta tornando a essere il vero problema sul tavolo delle banche centrali.

Cosa monitorare ora

L’agenda della settimana resta densa. Oltre alla trimestrale di Nvidia di mercoledì, sarà importante tenere d’occhio gli sviluppi sul fronte iraniano (qualsiasi notizia di accordo o, al contrario, di escalation potrebbe muovere il greggio di 5-10 dollari in poche ore) e l’asta dei Btp prevista a metà settimana, che farà da test sull’appetito reale degli investitori per il debito italiano.

In sintesi, una giornata che apparentemente sembrava solo “tecnica” ha invece nascosto diverse mosse industriali rilevanti. Probabilmente i mercati torneranno presto a guardare oltre lo stacco cedola, e quando lo faranno, le partite aperte – Eni sulla grafite, Leonardo sugli Emirati, Mps tra Banco Bpm e Mediobanca – torneranno a contare molto più dei dividendi appena distribuiti.