Wall Street torna a fare i conti con la realtà

L’apertura di questo giovedì pomeriggio si presenta in territorio negativo, e il quadro complessivo, almeno per ora, non sembra particolarmente incoraggiante.

Il Dow Jones Industrial Average cede circa 227 punti, pari a -0,5%, mentre l’S&P 500 e il Nasdaq scivolano rispettivamente di -0,7% e -0,9%. Un’apertura che arriva a ridosso di una delle sedute più pesanti dell’anno: mercoledì il Dow aveva perso oltre 768 punti, segnando un nuovo minimo di chiusura del 2026, con l’S&P 500 scivolato a 6.624 punti e il Nasdaq a 22.152 punti.

Il nodo Fed: tassi fermi, ma con più incertezza di prima

La Fed ha rivisto al rialzo le stime sull’inflazione PCE per il 2026, ora attesa al 2,7%, e ha alzato leggermente anche le previsioni di crescita del PIL a +2,4%. Un mix che, in teoria, potrebbe sembrare positivo, ma che sul mercato ha avuto l’effetto opposto: i listini americani hanno accentuato le perdite durante la conferenza stampa di Powell, mostrando preoccupazione per l’andamento dei prezzi nel contesto della guerra.

Powell ha cercato di rassicurare: anche se l’ipotesi di un rialzo dei tassi è emersa nel corso del dibattito interno, la maggioranza del FOMC non la considera come scenario di base. È previsto anzi un taglio nel corso del 2026 e un secondo nel 2027. Gli analisti però sembrano avere qualche dubbio: le previsioni di mercato hanno spostato l’orizzonte di un primo taglio a marzo 2027, ben oltre quanto indicato dalla stessa banca centrale.

La guerra in Iran: il fattore che cambia tutto

Difficile separare l’analisi dei mercati dalla geopolitica in questo momento. Il Brent è salito sopra i 107 dollari al barile, con picchi intorno ai 111 dollari, dopo che la TV di Stato iraniana ha confermato attacchi al giacimento di gas South Pars e ad altri impianti energetici ad Asaluyeh.

Il PPI di febbraio — l’indice dei prezzi alla produzione — è cresciuto dello 0,7% mensile, ben oltre le attese dello 0,3%, segnalando che l’inflazione era già in una posizione precaria prima che lo shock energetico legato alla guerra in Iran si manifestasse appieno. Secondo Todd Schoenberger di CrossCheck Management, si tratta di “inflazione strutturale, non temporanea”, destinata probabilmente a influenzare la politica monetaria fino al terzo trimestre.

In questo scenario, i dati del CME Group mostrano che gli investitori vedono ora una probabilità inferiore al 50% di ottenere due o più tagli nel corso del 2026, contro il 79% stimato solo la settimana scorsa. Un ribaltamento rapido che la dice lunga su quanto il contesto sia cambiato in pochi giorni.

L’oro: correzione tecnica dopo i massimi storici

Discorso a parte merita l’oro, che nelle ultime settimane aveva catalizzato buona parte dell’attenzione degli investitori. Oggi la situazione è diversa. Il metallo giallo tratta attorno ai 4.545 dollari per oncia spot , con una correzione significativa rispetto ai massimi recenti. Prima dell’apertura americana l’oro aveva segnato -2,3%, scivolando sotto la soglia dei 5.000 dollari, dopo che nella sessione asiatica aveva tentato un parziale recupero.

La dinamica è probabilmente legata a una combinazione di fattori: da un lato il rafforzamento del dollaro, dall’altro qualche presa di profitto dopo una corsa sostenuta. Il rendimento del Treasury decennale si attesta intorno al 4,30%, con il dollaro che si è apprezzato in modo netto contro un paniere di valute principali, complici anche le dichiarazioni del Segretario al Tesoro Bessent a CNBC.

Vale però la pena tenere a mente che, in un contesto di inflazione persistente e incertezza geopolitica, l’oro potrebbe recuperare terreno nelle prossime settimane. La correlazione con altri asset rischiosi sembra essersi allentata rispetto ai mesi scorsi, il che lo rende potenzialmente meno dipendente dalle oscillazioni di Nasdaq e S&P.

Richieste settimanali di sussidio: dato migliore del previsto

Un segnale positivo è arrivato dal mercato del lavoro. Le nuove richieste di sussidio di disoccupazione per la settimana terminata il 14 marzo sono risultate 205.000, in calo di 8.000 unità rispetto alla settimana precedente e sotto il consensus di 215.000. La media mobile a quattro settimane è scesa a 210.750. Un dato che, almeno parzialmente, controbilancia le preoccupazioni sull’inflazione.

Cosa monitorare nel resto della seduta

La sessione è aperta da poco e il quadro potrebbe ancora evolvere. I fattori da tenere sotto osservazione sono probabilmente tre: l’andamento del petrolio (con il Brent che potrebbe muoversi ancora in modo brusco a seconda delle notizie dal Medio Oriente), eventuali dichiarazioni di esponenti Fed nelle prossime ore, e l’evoluzione dell’oro nella seconda parte della seduta americana. Per i più attenti, anche il movimento del Treasury decennale potrebbe dare indicazioni utili sulla direzione che il mercato sta cercando.