Una giornata che probabilmente verrà ricordata come uno snodo per i mercati globali. Mentre a Pechino Donald Trump e Xi Jinping stringevano la mano nella Grande Sala del Popolo, Piazza Affari accelerava verso un traguardo psicologico che mancava dai tempi della bolla internet: i 50.000 punti del FTSE MIB. A metà seduta l’indice principale guadagnava lo 0,82% a 49.882 punti, sostenuto da una stagione delle trimestrali che, almeno per ora, sta mostrando più luci che ombre.

Cosa è uscito davvero dal summit di Pechino

Il vertice tra il presidente americano e quello cinese è stato il primo incontro faccia a faccia in Cina di un inquilino della Casa Bianca dal 2017. Le immagini parlano di un disgelo ostentato — banda militare, bambini con le bandierine, sorrisi davanti alle telecamere — ma la sostanza, almeno per quanto trapelato, sembra più cauta di quanto la coreografia lasciasse intendere.

Xi ha parlato di “risultati generalmente equilibrati e positivi” dai team economici nella giornata di mercoledì, ribadendo che “le guerre commerciali non hanno vincitori” e che i due Paesi “dovrebbero essere partner, non rivali”. Trump, dal canto suo, ha definito Xi “un grande leader” e ha annunciato un invito a Washington per il 24 settembre. La Casa Bianca ha riferito di colloqui su “ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane” e di un accordo sulla necessità che lo Stretto di Hormuz resti aperto — un riferimento alla guerra con l’Iran che pesa sulla scena internazionale.

Particolare non trascurabile: nella delegazione USA figuravano Jensen Huang (Nvidia), Elon Musk (Tesla) e Tim Cook (Apple), che hanno incontrato il premier Li Qiang. Un dettaglio che probabilmente racconta più della retorica ufficiale dove si stia spostando il baricentro del negoziato: chip avanzati, accesso al mercato cinese e investimenti reciproci.

Va detto però che, come segnalava Danske Bank alla vigilia, il mercato si era preparato a un esito perlopiù simbolico. L’ipotesi più accreditata resta quella di un possibile aumento degli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani e di Boeing, oltre a un prolungamento della tregua sui dazi. Niente svolte epocali, in altre parole, ma forse abbastanza per tenere lontano lo spettro di una nuova escalation.

I numeri delle trimestrali italiane: chi convince e chi delude

La giornata sul listino milanese è stata movimentata soprattutto dai conti del primo trimestre 2026, e qui il quadro è in chiaroscuro.

A2A ha guidato il FTSE MIB con un balzo del 3,6%, premiata dalla trimestrale e dall’allungo dopo la conference call dell’AD Renato Mazzoncini. Stellantis ha guadagnato circa il 3%, sostenuta dalle indiscrezioni sull’interesse di BYD per alcuni stabilimenti europei — uno sviluppo che, se confermato, potrebbe riscrivere parecchie ipotesi sul futuro dell’auto in Europa. Bene anche STMicroelectronics (+2,35%), in scia ai record di Wall Street sui semiconduttori.

Sul fronte trimestrali pubblicate, MFE-MediaForEurope ha visto le azioni di categoria A salire del 2,72% a 2,95 euro e quelle di categoria B del 2,6% a 3,712 euro dopo la diffusione dei conti del primo trimestre. Boom anche per Esprinet, sospesa per eccesso di rialzo al segmento STAR dopo ricavi e redditività in miglioramento, e per Neodecortech (+8,38% a 4,14 euro).

Non tutto però gira nel verso giusto. Datalogic ha pagato a caro prezzo i conti, perdendo l’8,32% a 4,85 euro: una reazione che, leggendo tra le righe, racconta probabilmente le difficoltà del comparto industriale automation più che un problema specifico dell’azienda. Anche Snam, che aveva pubblicato i conti il 13 maggio, ha mostrato un quadro misto: ricavi a 999 milioni di euro (+3%) e margine operativo lordo in crescita dell’1,8% a 775 milioni, ma con indebitamento netto salito a 18,5 miliardi a fine marzo. La guidance 2026 è stata comunque confermata, con la RAB tariffaria attesa a 28,8 miliardi.

Tra le banche, lo scenario delineato dalle trimestrali pubblicate nelle settimane scorse resta solido — UniCredit, Intesa, BPER, MPS e Mediobanca hanno mostrato numeri robusti — ma il mercato sta probabilmente iniziando a chiedersi quanto sia sostenibile la festa quando i tassi inizieranno a scendere davvero.

Wall Street ai massimi, ma sotto la superficie il quadro è più sfumato

L’S&P 500 a +0,43%, il Nasdaq Composite a +0,57% e il Dow Jones a +0,55%.

Il dato interessante, però, lo si vede grattando la superficie: circa due terzi dei titoli dell’S&P 500 hanno chiuso in ribasso nella stessa seduta, secondo FactSet. Significa che il rally è probabilmente più ristretto di quanto i numeri di indice suggeriscano e che a tirare il carro sono ancora i semiconduttori — Nvidia +2%, Micron +4%, l’ETF VanEck Semiconductor (SMH) +2% — mentre i titoli ciclici come Home Depot e JPMorgan hanno arrancato. Apple ha toccato per la prima volta i 300 dollari per azione, un massimo storico assoluto.

Il rovescio della medaglia arriva dalle utility, che a maggio hanno perso quasi il 5% come settore, penalizzate dalla risalita dei rendimenti dei Treasury legata alle pressioni inflattive da prezzi energetici. Il greggio WTI resta sopra i 100 dollari al barile (100,86 dollari mercoledì), conseguenza diretta della guerra con l’Iran e dei rischi sullo Stretto di Hormuz.

Cosa guardare nelle prossime sedute

Lo scenario probabilmente più verosimile per le prossime settimane è quello di un mercato che continua a oscillare tra l’euforia dei record tecnologici e la fragilità di un contesto geopolitico tutt’altro che pacificato. Il summit Trump-Xi sembra aver scongiurato una nuova escalation commerciale, ma le incognite restano molteplici: la guerra con l’Iran, il dossier Taiwan (che Xi ha citato esplicitamente avvertendo di possibili “conflitti” se la questione non sarà “gestita correttamente”), e l’attesa per i prossimi tagli della Fed che il mercato sta in parte già scontando.

Per Piazza Affari, il test dei 50.000 punti rappresenta uno spartiacque tecnico e psicologico. Quota raggiunta l’ultima volta nel marzo 2000, in piena euforia internet. Stavolta, però, gli investitori sono chiamati a chiedersi se i fondamentali — utili bancari ancora robusti, ripresa industriale selettiva, valutazioni nel complesso non eccessive — possano davvero sostenere lo sforzo. La risposta arriverà probabilmente dalle prossime trimestrali pesanti, a partire da Generali il 20 maggio.