Chi guarda solo agli indici rischia di perdersi il punto centrale di questi cinque giorni: la partita si è giocata sui rendimenti. A inizio settimana il trentennale americano ha toccato i livelli più alti da quasi vent’anni, come riportato da TheStreet, e la risalita dei tassi si è propagata rapidamente all’azionario, colpendo in particolare i titoli più sensibili al costo del denaro.

Martedì è stata la seduta più pesante per Milano: secondo ANSA, il Ftse Mib ha ceduto l’1,06% a 53.107 punti, con i rendimenti dei titoli di Stato in risalita sulla scia di quelli americani, tornati sui massimi dal 2022. A pagare il conto più salato sono stati i titoli esposti al tema dell’intelligenza artificiale e dei data center: STMicroelectronics ha lasciato sul terreno il 7,57% e Prysmian il 4,88%, penalizzati, sempre secondo ANSA, dai timori di una possibile bolla sull’intelligenza artificiale. Lo spread BTP-Bund è salito in quella seduta a 81,6 punti base, con il decennale italiano al 4,07%.

È plausibile che il movimento non rifletta un giudizio improvviso sui fondamentali delle singole società, quanto piuttosto un ricalcolo: con rendimenti obbligazionari su questi livelli, le valutazioni dei titoli a più alta crescita diventano matematicamente più difficili da giustificare.

La mossa del Tesoro USA che ha spiazzato gli operatori

Il passaggio probabilmente più significativo della settimana è arrivato mercoledì, quando il Tesoro americano ha annunciato che più che raddoppierà i riacquisti di titoli di Stato a 10, 20 e 30 anni nei prossimi mesi, come riportato da TheStreet e Milano Finanza. L’obiettivo dichiarato è sostenere la liquidità sui tratti più lunghi della curva, ma il mercato sembra averci letto qualcosa di più: alcuni osservatori, citati da CNBC, hanno parlato di una forma di quantitative easing mascherato, altri si sono spinti fino a evocare un controllo della curva dei rendimenti.

La reazione immediata è stata evidente: i rendimenti sono scesi bruscamente, l’oro è balzato di oltre il 3% secondo MarketScreener, portandosi in area 4.360 dollari l’oncia sullo spot, e Wall Street ha chiuso in territorio positivo, con lo S&P 500 a 7.707,98 punti (+0,21%) e il Nasdaq a 26.331,09 (+0,16%) secondo i dati riportati da CNBC.

L’effetto, però, si è rivelato di breve durata. Già giovedì il rally obbligazionario si è in buona parte esaurito e i listini americani hanno ripiegato: secondo Milano Finanza, il Dow Jones ha chiuso in calo dell’1,32%, lo S&P 500 dello 0,87% e il Nasdaq dell’1%. Resta aperta la domanda che con ogni probabilità accompagnerà i mercati nelle prossime settimane: un intervento tecnico del Tesoro può davvero contenere in modo duraturo i rendimenti, o si tratta solo di una tregua?

Verbali Fed: un comitato diviso, con tre voti a favore di un rialzo

Sempre mercoledì sono arrivati i verbali della riunione di luglio del Fomc, e il quadro che ne emerge è tutt’altro che accomodante. La Fed ha lasciato i tassi invariati nell’intervallo 3,50%-3,75%, ma la decisione è stata divisiva: tre dei dodici membri votanti si sono espressi a favore di un rialzo di un quarto di punto e, secondo quanto riportato da Investing.com, diversi altri componenti del comitato hanno ritenuto che un ulteriore inasprimento potrebbe rendersi necessario se l’inflazione non dovesse rallentare.

I dati macro della settimana, peraltro, non hanno offerto argomenti a chi spera in una linea più morbida: l’indice manifatturiero della Fed di Philadelphia è balzato ad agosto a 47,4 punti, il livello più alto da aprile 2021 e ben oltre le attese, mentre le richieste di sussidi di disoccupazione restano su livelli storicamente molto bassi, come riportato da CNBC e Milano Finanza. Un’economia che accelera, in questo contesto, complica probabilmente i piani di chi scommette su una Fed più accomodante.

Piazza Affari: Mps rilancia e il risiko bancario cambia scala

Sul fronte domestico, la settimana si è chiusa con uno sviluppo di peso. Nella seduta di venerdì, secondo quanto riportato da Reuters, Monte dei Paschi di Siena ha lanciato due offerte pubbliche simultanee su Banco Bpm e Banca Generali, una contromossa per difendersi dall’offerta di Intesa Sanpaolo da 30,6 miliardi di euro. Il titolo Banca Generali ha reagito con un calo intorno al 2,7% nelle prime battute, secondo Investing.com, mentre il resto del comparto si muoveva in ordine sparso in una seduta che, come titolava Il Sole 24 Ore, ha visto le Borse europee caute, con il risiko che per ora non sembra scaldare più di tanto il listino milanese.

Se la doppia offerta dovesse andare in porto, cambierebbe in modo sostanziale la mappa del credito e del risparmio gestito in Italia. È verosimile che nelle prossime settimane il tema torni a dominare le cronache di Piazza Affari, tra pronunciamenti dei consigli di amministrazione, possibili rilanci e il ruolo ancora da chiarire di Unipol.

Quanto al resto del listino, giovedì il Ftse Mib ha chiuso sostanzialmente piatto a 52.665 punti (+0,09% secondo Soldionline), con Eni tra i migliori del paniere e vendite concentrate su Stellantis e Amplifon secondo i dati Teleborsa. Il saldo della settimana, in attesa della chiusura di venerdì, appare con ogni probabilità negativo, appesantito soprattutto dallo scivolone di martedì.

Cosa osservare nelle prossime sedute

La prossima settimana si annuncia più densa di quella appena trascorsa. Dal 27 al 29 agosto è in programma il simposio di Jackson Hole, che quest’anno assume un peso particolare: secondo quanto riportato da Yahoo Finanza, sarà il primo intervento al simposio di Kevin Warsh nella veste di presidente della Fed, e i mercati cercheranno probabilmente ogni indizio sulla direzione della politica monetaria dopo verbali così divisi. A ridosso dell’evento, il 26 agosto, arriveranno inoltre il PIL americano, l’inflazione PCE e la trimestrale di Nvidia, tre appuntamenti che da soli potrebbero ridefinire la narrativa dominante su tassi e intelligenza artificiale.

Per gli investitori italiani, il dossier Mps-Bpm-Banca Generali-Intesa resta il fronte da monitorare con maggiore attenzione, insieme all’andamento dello spread in un contesto di rendimenti globali ancora nervosi.

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