Il dato uscito stamattina dal Bureau of Economic Analysis racconta un’economia americana meno brillante di quanto sembrasse un mese fa. Nel frattempo i sussidi di disoccupazione salgono ai massimi da metà aprile e le tensioni nello Stretto di Hormuz rispingono il greggio in alto. Un cocktail che potrebbe tenere la Fed inchiodata ancora a lungo.

Il pomeriggio dei mercati si apre con un colpo che, pur previsto in parte dagli analisti, fa comunque rumore. La seconda stima del PIL americano per il primo trimestre 2026, diffusa oggi alle 14:30 ora italiana dal Bureau of Economic Analysis, parla di una crescita annualizzata del +1,6%, contro il +2,0% della stima preliminare di fine aprile. Una revisione di quattro decimi al ribasso che, sebbene non drammatica nei numeri assoluti, ha un peso specifico importante nel contesto attuale.

A pesare sulla revisione, secondo quanto riportato dal BEA stesso, sono stati soprattutto due elementi: investimenti aziendali più deboli del previsto e una spesa per consumi rivista al ribasso. Restano in territorio positivo, ma probabilmente meno solidi di quanto il mercato si aspettasse a fine aprile. Il confronto con il quarto trimestre 2025 (chiuso ad appena +0,5%, zavorrato dai 43 giorni di shutdown federale) resta favorevole, ma il rimbalzo appare ora meno convincente.

Il vero problema non è la crescita, è l’inflazione

Qui le notizie sono persino meno incoraggianti. Il deflatore PCE, l’indicatore che la Federal Reserve guarda più attentamente, resta inchiodato al 4,5% annualizzato, confermando la stima precedente. Ma il dato “core” — quello che esclude le componenti volatili di alimentari ed energia — è stato rivisto al rialzo di un decimo, al 4,4%.

Per dare un’idea: parliamo di un livello più che doppio rispetto al target del 2% della Fed. E in un contesto in cui il petrolio è tornato a salire (ne parliamo tra poco), è difficile pensare che questa pressione possa rientrare in fretta.

I profitti aziendali, qui pubblicati per la prima volta riferiti al trimestre, raccontano una storia ambivalente: secondo le elaborazioni di FactSet citate da diverse fonti di mercato, il margine netto medio dell’S&P 500 ha toccato nel primo trimestre un livello attorno al 13,4%, probabilmente il più alto da quando viene tracciato in modo sistematico. La forza è particolarmente concentrata nel comparto Information Technology, spinto dagli investimenti sull’AI. Ma il quadro reale, quello macroeconomico, resta più fragile di quanto i risultati corporate suggeriscano.

Sussidi di disoccupazione: piccoli segnali da non sottovalutare

In contemporanea con il PIL, è arrivato anche il dato settimanale sulle richieste iniziali di sussidi: 215.000, in aumento di 5.000 rispetto alla settimana precedente, secondo i dati del Dipartimento del Lavoro USA ripresi da Bloomberg. È il livello più alto da metà aprile, anche se ancora coerente con un mercato del lavoro complessivamente stabile. Le richieste continuative salgono a 1,79 milioni.

Non è un dato da allarme rosso, ma forse è un sassolino in più sul piatto della bilancia. Se i prossimi rilevamenti dovessero confermare il trend, la narrativa “mercato del lavoro robusto che giustifica una Fed restrittiva” potrebbe iniziare a sgretolarsi.

E sullo sfondo, l’Iran torna a far paura

Nel frattempo, sui mercati delle materie prime si è acceso un altro fronte. Stamattina presto, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore Radiocor, le forze statunitensi avrebbero abbattuto quattro droni d’attacco iraniani, mentre i Pasdaran rivendicano un colpo su una base americana nel sud dell’Iran. I futures sul Brent superano i 97 dollari al barile (+3% circa), il WTI torna sopra i 90 dollari (+3,3% a circa 91,6). I negoziati di pace, che la scorsa settimana avevano alimentato un certo ottimismo (con il Brent crollato di oltre il 5% in una sola seduta), sembrano oggi di nuovo in stallo. Le condizioni iraniane sul controllo dello Stretto di Hormuz restano un nodo non sciolto.

Va detto: la situazione è fluida e potrebbe cambiare rapidamente, in un senso o nell’altro. Ma il greggio sopra i 90 dollari, in un’economia americana dove l’inflazione è già al 4,5%, è probabilmente l’ultima cosa di cui la Fed avrebbe bisogno per ragionare su un taglio dei tassi.

Cosa aspettarsi da qui

I tassi sui federal funds restano fermi nel range 3,50%-3,75% dopo il meeting FOMC di fine aprile, che aveva registrato quattro dissensi — il numero più alto dal 1992, secondo i resoconti citati da diverse case d’analisi. La probabilità che la Fed possa muoversi nel breve sembra ridursi a ogni dato in arrivo. Il calendario degli investitori si concentra ora sui dati PCE di domani e sui prossimi rilevamenti del mercato del lavoro.

Wall Street ieri aveva chiuso comunque su nuovi record: il Dow Jones a 50.644 punti (+0,36%), l’S&P 500 a 7.520(+0,02%), il Nasdaq Composite a 26.674 (+0,07%), secondo i dati di chiusura riportati da CNBC. I futures di stamattina, ad apertura europea, mostravano un tono più cauto, anche per il riaccendersi del fronte iraniano.

Il messaggio che emerge dal dato di oggi è, probabilmente, questo: l’economia USA cresce, ma con meno slancio di quanto sembrasse. L’inflazione resta calda. Il mercato del lavoro inizia a mandare i primi piccoli scricchiolii. E sopra a tutto, il petrolio. La parola “stagflazione” è probabilmente ancora prematura, ma forse non così lontana dai pensieri di chi siede al FOMC.