Milano si conferma la migliore d’Europa e aggiorna il massimo storico oltre quota 52.500 punti, spinta dall’ottimismo per la tregua tra Stati Uniti e Iran. Ma sotto la superficie il quadro è più sfumato: il settore energetico arretra con il greggio in caduta e STMicroelectronics va controcorrente. Sullo sfondo, una pace ancora tutta da firmare e il Fomc che parte oggi.

Milano ancora regina d’Europa

Piazza Affari archivia un pomeriggio di acquisti diffusi e si conferma, probabilmente, la piazza più brillante del Vecchio Continente. Nel corso della seduta il FTSE MIB ha guadagnato attorno all’1,2%, spingendosi fino a un nuovo record intraday in area 52.508 punti, come riportato dall’ANSA. Secondo i dati Reuters ripresi da MarketScreener, intorno all’ora di pranzo i volumi scambiati si aggiravano sui 1,8 miliardi di euro, un livello che segnala una partecipazione tutt’altro che marginale al movimento.

Il resto d’Europa segue, ma a passo più contenuto: Francoforte si è mossa in rialzo di oltre mezzo punto percentuale, Parigi e Londra hanno mostrato progressi più cauti, mentre l’indice paneuropeo Stoxx 600 ha aggiornato i propri massimi con un guadagno vicino allo 0,7%, sostenuto soprattutto da auto, lusso, banche e assicurazioni. A pesare in negativo, in controtendenza, è stato il comparto energetico, zavorrato dal crollo delle quotazioni petrolifere.

Il motore del movimento resta lo stesso degli ultimi giorni: l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran, che dovrebbe portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Una distensione che ha alleggerito il premio per il rischio geopolitico e che, almeno per ora, sembra aver convinto gli operatori. Vale però la pena ricordare che si tratta ancora di un accordo in larga parte da formalizzare, un punto su cui torneremo.

Le banche tengono in piedi il listino, con un occhio al risiko

Il vero traino di Piazza Affari resta il settore bancario, che continua a muoversi al ritmo del consolidamento. In evidenza UniCredit, salita di circa il 4% e tornata in vetta al paniere principale in area 77-78 euro. Il rialzo è arrivato nonostante una notizia in apparenza poco favorevole: come riporta FIRSTonline, nel giorno della chiusura formale dell’offerta su Commerzbank il governo tedesco — azionista con il 12% del capitale — ha respinto ufficialmente la proposta dell’istituto guidato da Andrea Orcel.

Il mercato sembra però guardare oltre il “no” di Berlino, scommettendo probabilmente sulle prossime mosse del management nell’ambito del riassetto del credito europeo. In base alle condizioni dell’offerta, la valutazione implicita delle azioni Commerzbank si collocava attorno ai 37,5 euro, a fronte di un titolo che a Francoforte scambiava intorno ai 36,58 euro: un premio di poco superiore al 2% che, da solo, difficilmente basta a spiegare l’entusiasmo. Più verosimilmente, gli investitori stanno prezzando l’ipotesi che il risiko non sia affatto concluso.

Bene anche il resto del comparto, con Intesa Sanpaolo, Banco BPM e gli altri istituti che hanno partecipato al clima di rinnovata propensione al rischio. Un movimento che, è plausibile, beneficia anche del calo dello spread di cui diremo più avanti.

Difesa e aerospazio sugli scudi

Accanto alle banche, il secondo grande protagonista della seduta è stato il comparto della difesa e dell’aerospazio. Secondo i dati raccolti da QuiFinanza, in avvio Avio ha messo a segno un balzo di oltre il 3%, seguita da Leonardo e Fincantieri, entrambe in progresso di oltre due punti percentuali. È un settore che, paradossalmente, continua a correre anche in una giornata segnata da notizie di pace: probabilmente perché gli investitori guardano più ai piani di spesa militare europei di medio periodo che non alle singole notizie geopolitiche di giornata.

STM controcorrente: pesa il bond convertibile

In un listino quasi tutto verde, STMicroelectronics ha fatto eccezione. Il titolo ha ceduto terreno — circa il 2% secondo BorsaInside — scambiando in area 66-67 euro sulla piazza di Parigi. Qui la chiave di lettura è più tecnica che di sentiment: a pesare, più che il clima del settore semiconduttori, sembra essere l’emissione obbligazionaria convertibile annunciata dalla società.

Stando a quanto emerso, l’operazione prevede due tranche, con scadenza 2031 e 2033, e un premio di conversione elevato rispetto al valore di mercato (indicativamente tra il 47% e il 55%); il regolamento è atteso intorno al 23 giugno. Le emissioni convertibili tendono a generare, nel breve, una pressione fisiologica sul titolo sottostante, ed è verosimile che sia proprio questo il fattore alla base delle vendite odierne, più che un cambio di umore sui chip. Una distinzione che conviene tenere a mente: non tutto ciò che scende lo fa per le stesse ragioni.

Petrolio giù, oro su: la pace ridisegna le materie prime

Il rovescio della medaglia dell’ottimismo geopolitico si vede sulle commodity. Il petrolio ha proseguito la discesa: il Brent è scivolato in area 82-83 dollari al barile e il WTI attorno agli 80 dollari, sui minimi degli ultimi mesi. La prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del greggio mondiale — sta smontando una parte del premio bellico accumulato nei mesi scorsi. Non a caso Goldman Sachs, come riferisce MarketScreener, ha tagliato le stime sul Brent per il quarto trimestre a 80 dollari dai precedenti 90, rivedendo al ribasso anche le previsioni per il 2027.

In direzione opposta si è mosso l’oro, che ha proseguito il recupero: il metallo giallo ha guadagnato attorno al 2,5%, riportandosi in area 4.300 dollari l’oncia per la terza seduta consecutiva di rialzi, secondo i dati ripresi da fonti di mercato. In progresso anche l’argento. Un comportamento solo apparentemente contraddittorio: con il petrolio in calo e le aspettative di inflazione che si raffreddano, parte della domanda sembra spostarsi sui beni rifugio in chiave più finanziaria che difensiva.

Spread in calo e BTP in tensione positiva

Sul fronte obbligazionario, il clima disteso si è tradotto in un restringimento dello spread tra BTP e Bund decennali, sceso in area 70 punti base, con il rendimento del decennale italiano attorno al 3,67%, ai minimi delle ultime settimane secondo Milano Finanza. La tregua in Medio Oriente ha anche ridimensionato le scommesse su ulteriori strette della BCE: dopo il rialzo da 25 punti base deciso l’11 giugno (con i tassi portati al 2,25%), il mercato sembra ora prezzare circa 30 punti base di rialzi aggiuntivi entro fine anno, contro i 40 ipotizzati prima dell’intesa. Un raffreddamento che, se confermato, alleggerirebbe la pressione sul costo del debito.

Il nodo: una pace ancora da firmare

Qui serve un po’ di prudenza, perché le fonti non sono perfettamente allineate. Diversi media riferiscono che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran sarebbe già stato siglato in forma digitale, mentre una firma “dal vivo” sarebbe attesa per venerdì a Ginevra. Altre ricostruzioni, riprese dalle agenzie, parlano ancora di un accordo da finalizzare. A complicare il quadro c’è la posizione di Israele, che avrebbe definito l’intesa “non vincolante”, e restano sul tavolo nodi delicati come i tempi effettivi di ripresa della navigazione nello Stretto.

In altre parole: il rally di queste sedute poggia, almeno in parte, su un’intesa che non è ancora del tutto formalizzata. È un dettaglio che il mercato per ora sembra preferire ignorare, ma che potrebbe tornare a contare qualora le tempistiche dovessero allungarsi o emergessero frizioni. La cautela, in questo contesto, sembra più una virtù che un eccesso di zelo.

Sguardo avanti: tocca al Fomc

Con l’Europa orientata verso una chiusura positiva, l’attenzione si sposta oltreoceano. Ieri Wall Street aveva archiviato una seduta euforica, con il Dow Jones in rialzo dello 0,92% a 51.671 punti, l’S&P 500 a +1,66% e il Nasdaq protagonista di un balzo del 3,07%, anche sull’onda dell’esordio di SpaceX, come riportato da Il Sole 24 Ore. Oggi i futures statunitensi indicano un avvio più cauto, comprensibilmente: parte infatti la riunione di due giorni del Fomc, che si concluderà domani 17 giugno.

Le attese prevalenti sono per tassi fermi, con la Federal Reserve probabilmente intenzionata a restare alla finestra in attesa di capire l’impatto del calo del petrolio sull’inflazione. Più che la decisione in sé, conteranno verosimilmente le parole e le proiezioni che accompagneranno l’annuncio. Sullo sfondo resta anche il recente rialzo dei tassi deciso dalla Bank of Japan, segnale di un quadro globale in cui le banche centrali si muovono ormai in ordine sparso.

In sintesi, Piazza Affari festeggia un nuovo record, ma il rally appare meno monolitico di quanto il titolo di giornata possa suggerire: regge dove c’è una storia di consolidamento o di spesa pubblica (banche e difesa), arretra dove pesano fattori specifici (STM) o il venir meno del premio geopolitico (energia). Il prossimo test, probabilmente, arriverà dalle parole della Fed.