I mercati arrivano alla seduta di giovedì con lo sguardo puntato di nuovo sul Golfo Persico, dopo una notte di attacchi incrociati tra Stati Uniti e Iran. La lettura più immediata è quella di sempre: greggio in rialzo, azionario sotto pressione, corsa verso i beni rifugio. Eppure, guardando sotto la superficie, la giornata racconta una storia diversa e in parte controintuitiva. Questo shock geopolitico sembra spingere i tassi verso l’alto, non verso il basso, e l’oro, il rifugio per definizione, invece di correre sta arretrando. È probabilmente il dettaglio che orienterà i portafogli nelle prossime sedute, più delle prime pagine dedicate alle bombe.

Piazza Affari: la seduta di ieri e cosa attendersi in avvio

Mercoledì il FTSE MIB ha chiuso in calo di circa l’1,2%, poco sopra quota 51.800 punti, in una giornata pesante per tutto il Vecchio Continente. Secondo Milano Finanza il listino milanese ha ceduto l’1,2% a 51.817 punti, mentre SoldiOnline riportava un arretramento vicino all’1,15% attorno ai 51.860 punti nelle battute finali. In ogni caso, Milano ha limitato i danni rispetto agli altri indici: il Dax di Francoforte ha perso il 2,3%, il Cac 40 di Parigi il 2,2% e il Ftse 100 di Londra l’1,7%. Una relativa tenuta che, come vedremo, non è casuale.

A pesare sono stati i settori più esposti al ciclo e al commercio internazionale. Stellantis ha lasciato sul terreno quasi il 6%, appesantita anche dal richiamo di circa 12mila veicoli Chrysler negli Stati Uniti riportato da SoldiOnline, un evento che il mercato tende a tradurre in costi aggiuntivi. In rosso anche Fincantieri, Brunello Cucinelli, Ferrari e Amplifon, tutte in flessione tra il 3% e il 4%. Sul fronte opposto, come segnala Milano Finanza, hanno tenuto banco i titoli dell’energia, con Eni in progresso del 3,66%, Saipem di oltre il 3% e Tenaris in area +2,6%, insieme alle utility e a un Tim in controtendenza.

Per la seduta di oggi il quadro resta incerto. I future statunitensi in avvio di giornata risultano poco mossi o in leggero recupero, secondo Reuters, e l’Asia ha chiuso in ordine sparso, con Tokyo in rimbalzo. Su queste basi Piazza Affari dovrebbe con ogni probabilità aprire in maniera prudente, verosimilmente contrastata, senza il panico visto ieri ma senza nemmeno spunti chiari per un recupero deciso. Molto dipenderà dal flusso di notizie dal Medio Oriente nelle prossime ore.

Il petrolio corre, ma l’oro no: il segnale che pochi stanno leggendo

Il greggio resta il termometro della crisi. Secondo la CNBC, mercoledì il Brent ha chiuso in rialzo di oltre il 5% a 78,19 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato oltre il 4% a 73,52 dollari. In avvio di giovedì, riporta l’agenzia AP, il Brent viaggiava ancora in rialzo attorno ai 78-79 dollari, dopo aver brevemente superato quota 80 nella seduta precedente. Le quotazioni variano leggermente da fonte a fonte, ma il messaggio è chiaro: prima dell’inizio del conflitto, a fine febbraio, il barile trattava intorno ai 72 dollari.

Fin qui, nulla di sorprendente. Il punto che quasi nessuno sta mettendo in evidenza è un altro: mentre il petrolio saliva, l’oro scendeva. Il metallo prezioso, riporta Fortune, è arretrato di oltre il 2% portandosi in area 4.050-4.070 dollari l’oncia, con l’argento in flessione ancora più marcata. In una guerra guerreggiata, il rifugio per antonomasia che perde terreno è un’anomalia solo apparente. Il mercato, probabilmente, non sta leggendo questa escalation come un rischio da coprire con l’oro, ma come una spinta inflazionistica che riporta al centro il tema dei tassi. E se i tassi reali salgono, l’oro, che non paga cedole, tende a soffrire.

Non è un caso che Bank of America abbia tagliato del 14% la propria stima media sul prezzo dell’oro per il 2026, portandola a 4.360 dollari l’oncia e citando proprio una Federal Reserve più restrittiva, come rileva Milano Finanza. La banca d’affari continua comunque a ritenere raggiungibile quota 5.000 dollari una volta terminato il ciclo di rialzi. Per l’investitore italiano, tradizionalmente affezionato all’oro come assicurazione, è un promemoria utile: in questo scenario il rifugio classico potrebbe non funzionare come da manuale.

Lo tsunami silenzioso sui bond e la svolta delle banche centrali

La conferma arriva dal mercato obbligazionario, dove si sta consumando un movimento che merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo. Secondo Reuters, la tensione geopolitica ha innescato un ribasso generalizzato dei titoli di Stato a livello globale: il rendimento del decennale giapponese ha toccato il 2,9%, il livello più alto dal 1996, mentre il decennale australiano ha aggiornato i massimi di un mese. Sul fronte americano, i future sui Fed funds scontano ora circa 38 punti base di rialzi entro fine anno, e i verbali dell’ultimo Fomc, il primo presieduto da Kevin Warsh, hanno mostrato che alcuni membri ritenevano già opportuno alzare il costo del denaro prima di optare per una pausa.

Il ragionamento di fondo è semplice e per certi versi inedito: un rincaro persistente dell’energia alimenta l’inflazione, e un’inflazione più alta spinge le banche centrali verso strette monetarie, non verso allentamenti. È l’opposto del riflesso a cui i mercati si erano abituati, per cui a ogni shock corrispondeva un taglio dei tassi a fare da paracadute.

Anche la Bce si muove in questa direzione. A giugno Francoforte ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%, come ricorda SoldiOnline, e il consigliere tedesco Joachim Nagel ha ribadito in questi giorni che uno sviluppo negativo in Medio Oriente potrebbe rendere necessario un ulteriore rialzo. La prossima riunione è in calendario per il 23 luglio: al momento il mercato assegna una probabilità contenuta a una stretta immediata, pur considerando plausibile un intervento nei mesi successivi. Da Sintra, intanto, Christine Lagarde ha archiviato le indicazioni prospettiche, avvertendo che ogni decisione sarà presa riunione dopo riunione. In pratica, meno certezze e più volatilità in vista.

Per l’Italia c’è però una nota relativamente rassicurante. Lo spread tra BTp e Bund si è allargato attorno agli 81 punti base, con il rendimento del decennale in area 3,87%, secondo SoldiOnline, ma l’ampliamento resta contenuto se paragonato ad altri Paesi. Non a caso ieri i titoli spagnoli sono finiti nel mirino delle vendite dopo le minacce commerciali di Trump verso Madrid. La stabilità politica e fiscale percepita, almeno per ora, sta giocando a favore di Roma. Oggi il Tesoro è atteso in asta con 8 miliardi di euro di Bot a 12 mesi, primo test della domanda in una giornata nervosa, seguito venerdì dal collocamento di tre BTp per un massimo di 7,5 miliardi.

Energia e difesa: dove si nasconde la forza del listino

Nelle sedute di forte incertezza il listino milanese mostra spesso una geografia interna precisa. Il comparto oil è il rifugio naturale quando il greggio corre, e i nomi da tenere d’occhio restano Eni, Saipem e Tenaris, che ieri hanno fatto da argine ai ribassi. Diverso il discorso per la difesa. Sebbene Leonardo, Fincantieri e Avio siano tra i protagonisti strutturali del 2026, mercoledì Fincantieri è finita comunque tra i titoli in calo, travolta dall’ondata di vendite indiscriminate. È un promemoria importante: nelle giornate di risk-off anche i settori con ottimi fondamentali possono cedere, perché a muovere i prezzi è il flusso, non la storia industriale. Un eventuale rimbalzo di questi nomi andrà quindi valutato con attenzione, distinguendo il rientro tecnico dal reale cambio di scenario.

Wall Street e il paradosso dei chip

Oltreoceano la seduta di mercoledì ha lasciato un segnale interessante. Come riporta la CNBC, il Dow Jones ha perso oltre 570 punti, l’1,09%, chiudendo a 52.348 punti, e l’S&P 500 ha ceduto lo 0,28%. Il Nasdaq, però, è andato in controtendenza, chiudendo in rialzo dello 0,2% a 25.870 punti. A sostenere il comparto tecnologico ha contribuito Nvidia, in progresso di oltre il 3% dopo indiscrezioni, riferite da Reuters, su una possibile apertura della Cina all’acquisto di un numero limitato di chip H200.

È un dettaglio che riguarda da vicino Piazza Affari attraverso STMicroelectronics, il barometro italiano dei semiconduttori e miglior titolo del FTSE MIB nel primo semestre. Se la tenuta dei chip americani dovesse consolidarsi, potrebbe fornire un pavimento anche al titolo milanese, pur in un contesto europeo più fragile. Vale la pena ricordare, sul fronte aerospaziale, che SpaceX (SPCX) ha ceduto circa il 7% al debutto nel Nasdaq 100, chiudendo a 149,47 dollari, comunque sopra il prezzo di collocamento di 135 dollari: un movimento che il mercato attribuisce in parte a dinamiche tecniche di ribilanciamento degli indici, più che a un vero deterioramento del quadro.

I fattori da monitorare oggi

La giornata resta guidata dalla geopolitica, e i titoli in arrivo dal Medio Oriente potrebbero muovere i prezzi in poche ore, in un senso o nell’altro. Sul fronte macro, l’attenzione è rivolta all’asta dei Bot italiani e ai dati statunitensi in agenda. Il petrolio resterà la variabile chiave: un ulteriore allungo verso e oltre gli 80 dollari rafforzerebbe la narrativa inflazionistica e la pressione sui bond, mentre un rientro delle quotazioni allenterebbe rapidamente la tensione. In sintesi, sembra plausibile una seduta di assestamento, con Piazza Affari sostenuta dai titoli oil e frenata dai ciclici, in attesa che il quadro geopolitico chiarisca la direzione. Ma la vera bussola, oggi più che mai, potrebbe non essere il prezzo del barile, bensì quello del denaro.


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