C’è una domanda che vale la pena tenere sullo sfondo mentre suona la campanella di Piazza Affari questa mattina: quanto conta ancora la vecchia pelle del listino milanese? Perché la settimana che si apre mette in scena un paradosso che pochi stanno sottolineando. Mentre il mondo vende tecnologia e intelligenza artificiale, e mentre il petrolio torna a fare paura, il FTSE MIB si ritrova con una composizione che fino a ieri sembrava un handicap, banche, energia e utility, e che oggi potrebbe trasformarsi in un riparo relativo. Con un motore tutto suo, il risiko domestico, che gira quasi a prescindere dal rumore geopolitico.

Il petrolio sopra 90 dollari riscrive la settimana

Il fatto nuovo, quello che con ogni probabilità detterà l’apertura europea, arriva dal Golfo. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore Radiocor e la ricostruzione di Milano Finanza, Stati Uniti e Iran si sono scambiati una nuova serie di attacchi nel fine settimana, con Washington che ha colpito centri di comando e siti di difesa iraniani e Teheran che ha reagito colpendo due petroliere in transito nello Stretto di Hormuz. Il Corpo delle Guardie iraniane ha avvertito che il passaggio resterà pericoloso, e i mercati hanno preso la minaccia sul serio.

Il risultato è un balzo del greggio ai massimi degli ultimi cinque mesi. Il future sul Brent viaggia sopra i 90 dollari al barile (attorno a 90,2 dollari, in rialzo di circa il 2,4% secondo i dati intraday di Milano Finanza), mentre il WTI si porta verso gli 84 dollari. È il livello di tensione più alto tra i due Paesi dai giorni precedenti il cessate il fuoco di aprile, che a questo punto sembra saltato.

La conseguenza meno ovvia non è sul petrolio ma sull’oro. Il metallo è scivolato sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia, arretrando fino a quasi 3.983 dollari nell’intraday. Il motivo è controintuitivo solo in apparenza: un petrolio più caro riaccende i timori sull’inflazione, e un’inflazione più vischiosa allontana i tagli della Fed. Gli analisti di ANZ, citati da Milano Finanza, segnalano che le attese di mercato su un possibile rialzo dei tassi nella riunione Fed del 29 luglio sono temporaneamente salite fino al 40%, prima di rientrare verso il 10%. In un mondo in cui i tassi restano alti più a lungo, l’oro che non paga cedole perde parte del suo fascino.

Wall Street arriva già ferita, l’Asia va a due velocità

Il contesto in cui si innesta lo shock petrolifero è già fragile. Venerdì Wall Street ha chiuso in rosso e ha archiviato una settimana negativa: secondo i dati riportati da CNBC e dal Washington Post, l’S&P 500 ha perso l’1,01% a 7.457,69 punti, il Nasdaq Composite l’1,4% a 25.520,24 e il Dow Jones lo 0,77% a 52.146,42. Sull’intera ottava il Nasdaq ha ceduto quasi il 3%. A pesare è stata una nuova ondata di vendite sui semiconduttori, alimentata dal timore che gli hyperscaler possano rallentare gli investimenti in infrastrutture per l’AI, un timore rinfocolato dai progressi dei modelli cinesi come l’ultimo rilascio di Moonshot.

Stanotte l’Asia si è mossa a due velocità, e qui si trova forse il segnale più interessante. Il Nikkei è rimasto chiuso per festività in Giappone. Il Kospi coreano è crollato di oltre il 4,5%, penalizzato dal peso dei tecnologici e dalla vicinanza al rischio energetico. Ma le borse cinesi hanno fatto l’opposto: l’Hang Seng ha guadagnato oltre il 2% e Shanghai ha chiuso in progresso, sostenute, come riporta Milano Finanza, dagli acquisti diretti di veicoli statali come China Reform Holdings e China Chengtong Holdings, mentre la banca centrale cinese ha lasciato fermi i tassi di riferimento ai minimi storici. Un mercato tenuto su a mano pubblica, insomma, in netta contrapposizione con il libero sfogo delle vendite altrove. I futures sul Nasdaq, intanto, provano un timido rimbalzo (attorno a più 0,2%), a segnalare che l’apertura di Wall Street resta tutta da decifrare.

Il FTSE MIB e il vantaggio nascosto della sua composizione

Venerdì Piazza Affari aveva chiuso in calo dello 0,94% a 51.882 punti, scivolando sotto quota 52 mila, zavorrata dalle banche e dalla debolezza del tech europeo, con STM in flessione del 4% e Prysmian intorno al 4,5%, come documentano ANSA e FIRSTonline. Eppure, sotto la superficie, si intravedeva già la trama di questi giorni: nella stessa seduta le blue chip dell’energia hanno tenuto, con Eni e Terna in progresso.

Ed è qui l’angolo che vale la pena osservare. In una settimana in cui il tema dominante è la deflazione dell’euforia sull’AI e il ritorno del petrolio come fattore di rischio, un listino povero di semiconduttori e ricco di banche, energetici e utility parte da una posizione insolitamente comoda. Un Brent sopra i 90 dollari tende a sostenere i conti dei petroliferi, e una curva dei tassi che resta alta più a lungo non dispiace ai margini delle banche. È plausibile, insomma, che la composizione tanto criticata del FTSE MIB, quella etichettata come vecchia economia, si comporti in questa fase come un cuscinetto piuttosto che come una palla al piede. Un’ipotesi da verificare seduta dopo seduta, non una certezza, ma verosimilmente il filo da seguire.

Il motore domestico: Poste su Tim e il risiko bancario

Poi c’è la parte della storia che con la geopolitica non c’entra quasi nulla, e che forse per gli investitori italiani conta di più. Oggi parte ufficialmente l’offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste Italiane su Tim, dopo il via libera unanime del consiglio della società di telecomunicazioni sabato 18 luglio: il periodo di adesione, come ricorda Milano Finanza, corre da oggi fino all’11 settembre, salvo proroghe, e riporterebbe la ex incumbent nell’orbita del controllo pubblico.

Sul fronte bancario, il consolidamento resta il vero spettacolo in scena. Attorno a Mps, che si difende dall’offerta di Intesa Sanpaolo, circolano indiscrezioni riportate da AdnKronos su un piano che coinvolgerebbe Banco Bpm e, indirettamente, Credit Agricole Italia, con l’ipotesi ulteriore di un dossier tra Generali e Axa. Sono ricostruzioni giornalistiche, da maneggiare con la dovuta prudenza, ma raccontano un mercato milanese che ha smesso di aspettare gli input da fuori e si muove su logiche proprie. A questo si aggiungono notizie societarie di peso: Prysmian ha firmato un accordo con Molex fino a 5,5 miliardi di euro per i cavi ottici dei data center, e Maire, tramite Tecnimont, si è aggiudicata una commessa da 1,3 miliardi in Argentina.

Cosa guardare oggi e nei prossimi giorni

Sul piano macro, la settimana ruota attorno alla BCE di giovedì 23 luglio. Il consenso, riporta Milano Finanza citando Cfo Sim, punta su tassi fermi, e a quel punto sarà il tono di Christine Lagarde a spostare gli equilibri: un messaggio accomodante terrebbe probabilmente l’euro sotto pressione, con la moneta unica che stamattina tratta attorno a 1,144 dollari. Nel frattempo lo spread tra BTP e Bund apre in lieve rialzo, in area 84-85 punti base secondo i dati intraday di Milano Finanza, con il decennale italiano poco sotto il 4%, a conferma che la tensione sui tassi non è sparita. Oggi, sul fronte dei dati, l’attenzione va al Leading Economic Index del Conference Board negli Stati Uniti, utile per capire se il tanto discusso soft landing regge.

In sintesi, l’apertura europea dovrebbe essere all’insegna della cautela più che del panico: i future sull’Eurostoxx50 sono attesi sostanzialmente piatti e quelli statunitensi si muovono poco attorno alla parità. Ma sotto la calma apparente convivono due forze opposte. Da un lato uno shock esterno, il petrolio che rialza la testa e rimette in discussione la traiettoria dell’inflazione proprio alla vigilia della BCE. Dall’altro un motore interno, il risiko che ridisegna banche e telecomunicazioni italiane. Chi guarda solo al greggio, forse, rischia di perdere metà del film.


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