Ci sono sedute che raccontano più per quello che non fanno che per quello che fanno. Quella di lunedì a Piazza Affari è una di queste. Nella notte gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per la nona volta consecutiva, una nave è andata a fuoco nello Stretto di Hormuz a una quindicina di chilometri dalle acque omanite, i Guardiani della Rivoluzione hanno fermato due petroliere e il Brent è arrivato a sfiorare i 91 dollari al barile, secondo le rilevazioni riprese dai principali quotidiani italiani. Il Ftse Mib, di fronte a tutto questo, si è mosso dello 0,04 per cento. In negativo. Chiusura a 51.862 punti, come riporta Milano Finanza, con l’Ansa che parla di seduta “poco mossa”.

Il premio al rischio geopolitico si è spostato altrove

La lettura più semplice sarebbe parlare di compiacenza. Sembra però che stia accadendo qualcosa di diverso: il rischio geopolitico non è sparito dai prezzi, si è spostato di mercato. Non lo si trova più nell’indice azionario, lo si trova nelle commodity e nelle catene di approvvigionamento. Lunedì il gas europeo ha guadagnato quasi due punti percentuali mentre il greggio correva, e i flussi stimati dal Golfo sono scesi sotto il 45 per cento dei livelli prebellici.

Quel 45 per cento non è un numero qualsiasi. È esattamente la soglia che Goldman Sachs indica come spartiacque: al di sotto, secondo la banca d’affari, il Brent potrebbe superare i 120 dollari al barile nel quarto trimestre e stabilizzarsi in media attorno ai 100 dollari il prossimo anno, qualora la produzione del Golfo non tornasse alla normalità prima della fine del 2027. Lo scenario base della stessa Goldman, ricorda Milano Finanza, resta a 80 dollari per il quarto trimestre e 75 per il 2027, ma è costruito su un allentamento delle tensioni che al momento non si vede. Detto altrimenti: la soglia che avrebbe dovuto attivare l’allarme è già stata attraversata, e l’azionario europeo non ha battuto ciglio.

Questa mattina, per completare il quadro, il petrolio ritraccia. Il future sul Brent cede lo 0,65 per cento a 88,64 dollari e il Wti lo 0,28 per cento a 82,25 dollari, sempre secondo le rilevazioni di Milano Finanza aggiornate prima dell’apertura europea. Un rimbalzo tecnico dopo giorni di corsa, plausibilmente, non un segnale di distensione.

Cosa hanno fatto Wall Street e l’Asia

La seduta americana di lunedì si è chiusa con il Dow Jones in calo dello 0,59 per cento a 51.839,26 punti, l’S&P 500 in flessione dello 0,19 per cento a 7.443,28 e il Nasdaq Composite quasi invariato, meno 0,05 per cento a 25.508,07. Secondo CNBC il rialzo del greggio è stato il principale fattore di pressione, con i semiconduttori che hanno invece recuperato terreno.

In Asia, nella notte, il quadro è rimasto contrastato. Il Nikkei 225 ha guadagnato circa lo 0,8 per cento e il Topix lo 0,86, mentre il Kospi si è mosso appena sopra la parità. Sul fronte opposto l’ASX 200 australiano ha ceduto lo 0,58 per cento, con il CSI 300 di Shanghai e l’Hang Seng di Hong Kong entrambi attorno al meno 0,18 per cento nelle prime fasi. Pechino ha promesso maggiore spesa pubblica e nuovi investimenti per sostenere il Pil, una mossa che dovrebbe dare un pavimento ai listini cinesi ma che finora non ha prodotto entusiasmo.

Come dovrebbe aprire Piazza Affari

I future indicano un avvio europeo in leggero calo, con il contratto sull’Eurostoxx50 attorno al meno 0,16 per cento. I future americani, però, si muovono in direzione opposta: più 0,38 per cento il Dow e più 0,47 per cento l’S&P 500. Con ogni probabilità Milano dovrebbe aprire poco sotto la parità, con la solita avvertenza che i primi minuti di contrattazione raccontano poco.

Sul fronte tassi, lo spread tra Btp e Bund resta attorno a quota 84 punti base, in un intervallo che le diverse rilevazioni collocano fra 83,9 e 84,5. L’euro sale marginalmente contro dollaro, in area 1,1416, e contro sterlina. Alle 11 arriva l’indice Zew tedesco sulla fiducia degli investitori, il primo termometro vero di come l’Europa stia digerendo lo shock energetico.

Il vero motore di Milano è domestico

Ed ecco il punto che forse spiega l’apatia del listino. Piazza Affari, in questa fase, non sta scambiando il Medio Oriente. Sta scambiando sé stessa.

Lunedì è partita l’opas di Poste Italiane su Tim, con adesioni al primo giorno pari a 832.748 azioni, lo 0,0488 per cento del totale. Un numero che non significa quasi nulla in termini di esito, visto che la finestra si chiude l’11 settembre, ma che spiega perché Tim abbia ceduto il 2,4 per cento. Sul dossier Mps, dopo la bocciatura dell’opas di Intesa Sanpaolo da parte del consiglio senese e l’apertura a Banco Bpm, circolano voci di una contromossa dell’istituto per sottrarsi all’abbraccio di Intesa. Su Recordati è stato pubblicato il documento di offerta di Respighi BidCo a 51,29 euro per azione, con adesioni dal 31 agosto. E nell’oil la controllata di Eni Var Energi si unisce a BlueNord in un’operazione che vale attorno a 1,3 miliardi di dollari e che crea il maggiore produttore indipendente europeo di petrolio e gas.

A questo si aggiunge la difesa, che continua a essere il settore con la narrativa più solida del listino: il Portogallo comprerà tre fregate Fremm Evo da Fincantieri per circa tre miliardi, mentre su Leonardo il programma Gcap conferma l’entrata in servizio del caccia di sesta generazione entro il 2035. E c’è Prysmian, che ha annunciato il raddoppio della capacità produttiva negli Stati Uniti sulla scia di 10 miliardi di euro di domanda attesa nel prossimo decennio, spingendo Jefferies ad alzare il target price a 180 euro.

Un listino occupato da opas, fusioni e commesse militari è un listino che ha ragioni proprie per non guardare il barile. Il rischio, semmai, è che quelle ragioni funzionino finché il canale energetico resta silenzioso. Se il Brent dovesse riprendere la strada dei 100 dollari, la trasmissione all’inflazione europea e quindi alle attese sulla Bce arriverebbe rapidamente, e a quel punto anche il risiko bancario dovrebbe fare i conti con un costo del denaro diverso da quello scontato oggi.

Cosa guardare nelle prossime ore

Tre cose, in ordine di importanza. L’indice Zew delle 11, che dirà quanto gli investitori tedeschi stiano incorporando lo shock energetico. L’andamento del gas europeo, probabilmente più informativo del petrolio stesso per capire il costo reale per l’industria del continente. E il flusso di adesioni all’opas Poste-Tim, che nei prossimi giorni comincerà a dire qualcosa sul sentiment degli investitori istituzionali verso il consolidamento italiano.


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