Dopo l’euforia di ieri, i mercati europei tornano cauti. Hormuz è ancora bloccato, il WTI rimbalza verso i 100 dollari e i dati macro americani del pomeriggio rischiano di complicare ulteriormente il quadro.

La sbornia del rally di ieri dura poco. Se mercoledì 8 aprile le borse europee avevano registrato uno dei migliori rialzi degli ultimi mesi — con il FTSE MIB in rialzo di quasi il 4% e Wall Street in progresso di quasi il 3% — oggi il sentiment si è rapidamente deteriorato. La ragione è nota: la tregua tra Stati Uniti e Iran, annunciata pochi minuti prima della scadenza dell’ultimatum di Trump, appare già fragile appena ventiquattr’ore dopo la firma.
Hormuz: la stretta che non si allenta
Stando a quanto riportato da Il Sole 24 Ore e confermato dall’agenzia ANSA, lo Stretto di Hormuz risulta ancora, di fatto, bloccato nonostante la tregua formalmente in vigore. I dati di S&P Global Market Intelligence citati dal New York Times dipingono un quadro eloquente: nel primo giorno della fragile tregua, solo quattro navi sono transitate dallo Stretto — tutte con carico secco, senza alcuna petroliera o gasiera.
In questo contesto, il rimbalzo del greggio era quasi inevitabile. Il Brent sale del 3% a 97,8 dollari al barile e il WTI guadagna il 3,5% portandosi sugli stessi livelli. Una correzione rispetto al crollo del 14-16% di ieri, ma che rimette sul tavolo lo spettro dei 100 dollari, soglia psicologica che i mercati avevano appena esultato nell’abbandonare.
A complicare le cose ci sono le dichiarazioni di un alto funzionario iraniano, secondo cui alcune disposizioni dell’accordo di cessate il fuoco sarebbero già state violate, mentre gli attacchi israeliani contro il Libano mettono a rischio la tenuta del cessate il fuoco, visto che Teheran aveva incluso Beirut tra i fronti coperti dall’intesa. Hezbollah, dal canto suo, ha già risposto con lanci di razzi verso Israele, citando la “violazione dell’accordo” da parte israeliana.
In questo scenario, è probabile che la volatilità sul greggio rimanga elevata almeno nelle prossime settimane, con potenziali nuovi scossoni in entrambe le direzioni a seconda dell’evoluzione diplomatica.
Piazza Affari: la digestione del rialzo
Il FTSE MIB registrava nel pomeriggio un calo dello 0,17% a 47.011 punti, dopo aver oscillato tra un minimo di 46.895 e un massimo di 47.142 punti. Non un crollo, ma una normale presa di profitto dopo una seduta straordinaria come quella di ieri.
La situazione sullo spread è tra i dati più monitorati della giornata: il differenziale BTP-Bund si è allargato a 80 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,77% e quello tedesco al 2,97%. Livelli in salita rispetto ai 77 punti della chiusura di ieri, probabilmente riflesso della ritrovata tensione geopolitica e di qualche vendita sui titoli di Stato dell’Eurozona.
Sul fronte valutario, l’euro si mantiene piatto sul dollaro, con la moneta unica che passa di mano a 1,1664.
I settori: energia e utilities compensano, banche in pausa
Il contraccolpo del petrolio si fa sentire, ma in modo selettivo. ENI avanza del 2,47% a 24,08 euro, con performance simili per Saipem (+1,72% a 4,195 euro) e Tenaris (+2,24% a 25,59 euro). Il comparto energetico beneficia direttamente della ripresa delle quotazioni del greggio e probabilmente incorpora già le revisioni al rialzo dei target price arrivate in mattinata.
Proprio su ENI, RBC ha migliorato il target price da 24 a 28 euro confermando il rating “sector perform”, UBS ha alzato il target da 28 a 28,50 euro confermando il “buy”, mentre Rothschild Redburn ha promosso il titolo da “neutral” a “buy” con un prezzo obiettivo di 27,20 euro. Una convergenza di revisioni che, in assenza di un accordo stabile su Hormuz, potrebbe trovare ragione d’essere ancora più in fretta del previsto.
Bene anche il comparto utilities, con Italgas in rialzo del 2,07% a 10,58 euro.
Diversa la musica per le banche, che dopo i forti progressi di ieri si prendono una pausa: Intesa Sanpaolo perde lo 0,99% a 5,586 euro, mentre il Monte dei Paschi di Siena avanza leggermente dello 0,14% a 7,888 euro. Nonostante la frenata di giornata, anche per gli istituti di credito italiani sono arrivate revisioni positive dagli analisti: Citi ha alzato il target su Intesa Sanpaolo da 7 a 7,20 euro confermando il “buy”, e ha portato il prezzo obiettivo su Unicredit da 83,50 a 84 euro, sempre con raccomandazione “buy”.
La maglia nera di giornata va invece a DiaSorin: il titolo cede lo 0,49% a 60,34 euro dopo che UBS ha tagliato la raccomandazione da “buy” a “neutral” e il target price da 84 a 66 euro. Un taglio decisamente aggressivo che riflette probabilmente un deterioramento delle stime sugli utili nel breve termine, verosimilmente legato alle pressioni sui margini nel settore della diagnostica.
Il nodo macro USA: PIL e disoccupazione sotto la lente
Il pomeriggio porta con sé dati americani potenzialmente molto rilevanti. Come segnalato da Teleborsa, sono attesi per le 14:30 italiane il PIL trimestrale USA con consensus allo 0,7% (contro il 4,4% del trimestre precedente), le richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione attese a 210.000 unità, oltre ai dati su spese personali e redditi personali.
Il dato sul PIL è quello che probabilmente peserà di più sul sentiment di fine seduta. Una crescita al 0,7% trimestrale sarebbe un rallentamento brusco, e se il dato effettivo dovesse deludere anche rispetto a queste aspettative già ridimensionate, i mercati potrebbero reagire con qualche nervosismo aggiuntivo. Il FMI, peraltro, stima per l’intero 2026 una crescita USA al 2,4% su base annua, sottolineando che vi è “poco margine per tagliare i tassi di interesse nel 2026”, il che riduce il margine di manovra della Fed in caso di dati deludenti.
La visione d’insieme: incertezza strutturale, non panico
Il quadro che emerge da questa giornata è probabilmente quello più onesto da aspettarsi dopo un evento dirompente come la tregua di ieri: i mercati riassorbono l’euforia, tornano a fare i conti con la realtà geopolitica e aspettano ulteriori conferme prima di prendere posizioni direzionali.
Gli analisti sottolineano che il mercato probabilmente non ha ancora scontato pienamente i tempi necessari per tornare alla normalità, con un’inflazione più alta più a lungo e banche centrali con poco margine di manovra.
Nel breve termine, l’evoluzione della situazione a Hormuz nei prossimi giorni — e le trattative previste a Islamabad domani 10 aprile con la partecipazione del vicepresidente Vance — saranno probabilmente il fattore determinante per capire se la tregua reggerà o si trasformerà in un nuovo punto di rottura.
Nel frattempo, chi opera sui mercati farebbe bene a non abbassare la guardia.
