Piazza Affari sotto i 52mila punti, Wall Street apre in rosso sul tech. Ma mentre Bankitalia taglia il PIL e avverte sul rischio Hormuz, il mercato obbligazionario italiano resta immobile. Due mercati stanno raccontando due storie diverse.

La tesi: l’azionario prezza la paura, l’obbligazionario no

C’è un dato che oggi stona rispetto a tutti gli altri. Mentre l’indice Stoxx 600 cede mezzo punto percentuale con il comparto tecnologico in calo del 2,6% (rilevazione ANSA delle 13:49), mentre il Brent viaggia verso gli 86 dollari e il gas TTF strappa oltre il 4% sfiorando i 57 euro al megawattora, lo spread tra BTP e Bund resta inchiodato a 82 punti base. Lo stesso livello dell’apertura, praticamente lo stesso di ieri.

È un’anomalia che merita attenzione, e non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Perché alle 15:00 di oggi la Banca d’Italia ha pubblicato il suo bollettino economico, tagliando la stima di crescita del PIL italiano allo 0,6% per il 2026 e allo 0,4% per il 2027, con l’inflazione al consumo vista in risalita al 3,1% nella media dell’anno, spinta principalmente dal rialzo dei prezzi dell’energia. Nel documento, Via Nazionale definisce esplicitamente “elevato” il rischio legato allo Stretto di Hormuz: la prosecuzione delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e i ritardi nel ripristino dei flussi energetici, scrive l’istituto, potrebbero aumentare le pressioni inflazionistiche e produrre impatti negativi particolarmente pronunciati sulla crescita.

Tradotto: la banca centrale ha appena descritto uno scenario da manuale di stagflazione per un Paese che importa quasi tutta la propria energia. Eppure il mercato che dovrebbe prezzare esattamente quel rischio, quello dei titoli di Stato, non si muove di un punto base. Lo scenario più probabile è che gli operatori stiano ancora leggendo la crisi di Hormuz come uno shock temporaneo di prezzo, non come un evento capace di intaccare la traiettoria del debito italiano. Se quella lettura dovesse cambiare, l’aggiustamento potrebbe non essere graduale.

Piazza Affari: non è una seduta sul tech, è una rotazione

Il FTSE MIB cede lo 0,84% e scivola sotto i 52mila punti, dopo un’apertura a 51.947 punti in calo dello 0,82% (ANSA, ore 09:10). Ma il numero di indice nasconde ciò che conta.

Sotto la superficie, la seduta milanese è una rotazione settoriale netta e ordinata. Da una parte il tecnologico che sanguina, con StM maglia nera in calo di quasi il 6% e punte del 7% in mattinata, trascinata dal nuovo ribasso dell’indice Sox dei semiconduttori statunitensi, che secondo Milano Finanza ha lasciato sul terreno un altro 4% nella seduta precedente. Male anche Prysmian, in flessione del 4%, e Buzzi, che cede il 2,9%.

Dall’altra parte, i difensivi e l’energia in territorio positivo: Terna guida i rialzi con un progresso del 2,29%, seguita da Inwit al 2,24%, Eni al 2,18% ed Enel all’1,84% (rilevazioni ANSA delle 13:49).

Questa non è una fuga generalizzata dal rischio. È un mercato che vende crescita e compra flusso di cassa regolato e esposizione al greggio. Chi opera sui mercati sa leggere il segnale: quando le utility salgono mentre l’indice scende, il denaro non sta uscendo, sta cambiando indirizzo.

Le prime battute di Wall Street

Attenzione a non confondere i dati: quelli che seguono sono i primi scambi della seduta americana, aperta da pochi minuti, non chiusure. Le borse statunitensi hanno avviato la giornata in rosso, con il Nasdaq Composite in calo di circa un punto e mezzo percentuale, l’S&P 500 attorno allo 0,8% in meno e il Dow Jones che arretra in area di un punto percentuale. Nelle fasi immediatamente successive all’apertura i cali sul comparto tecnologico si sono accentuati. Sono movimenti dei primissimi minuti e possono cambiare sensibilmente nel corso della sessione.

Il contesto americano combina tre elementi. Il primo: Netflix ha ceduto oltre il 9% nell’after hours di ieri dopo una guidance sui ricavi del terzo trimestre inferiore alle attese, con la crescita attesa peggiore da tre anni. Il secondo: il sell off sui semiconduttori, che ha già trascinato l’Asia con il Nikkei in ribasso del 4% e il Kospi in forte calo. Il terzo, forse il più sottovalutato: le dichiarazioni di Lorie Logan, presidente della Fed di Dallas, che ieri ha sostenuto la necessità di tassi “moderatamente più elevati” per riportare l’inflazione al 2%. Il VIX, l’indice della volatilità, è salito di quasi il 10% in premercato.

Petrolio, gas e cambi: il canale di trasmissione

Il quadro delle materie prime è quello che collega la geopolitica all’economia reale italiana. Il WTI guadagna oltre il 2,5% e sfiora gli 81 dollari al barile, il Brent avanza del 2% avvicinandosi agli 86 dollari. Sulla settimana, riporta Milano Finanza, il greggio ha messo a segno un rialzo superiore al 10%, con il Brent oltre l’11%.

Il gas TTF allunga del 4,2% a 57 euro al megawattora. Vale la pena ricordare l’allarme lanciato ieri in audizione parlamentare dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi: l’Europa potrebbe affrontare prezzi elevati del gas già a gennaio, tra interruzione delle forniture russe e bassi livelli di stoccaggio. Secondo Descalzi, il rischio associato ai flussi energetici dal Medio Oriente resterà più alto di prima anche quando la pace sarà raggiunta.

Sul fronte valutario, l’euro si indebolisce leggermente sul dollaro e passa di mano a 1,1432. Il rendimento del BTP decennale risale a ridosso del 3,94%, contro il 3,12% del Bund tedesco e il 3,92% dell’OAT francese. L’oro flette di quasi l’1% a 3.900 dollari l’oncia, scendendo sotto la soglia psicologica dei 4.000: Bank of America ha avvertito che la correzione del metallo giallo potrebbe essere solo all’inizio, suggerendo di accumulare gradualmente solo sotto i 4.000 dollari.

Cosa guardare da qui a fine seduta

Tre indicatori meritano di essere monitorati nelle prossime ore.

Il primo è lo spread. Finché resta in area 80, il mercato del debito sta dicendo che considera Hormuz un problema di prezzo e non di solvibilità. Un allargamento oltre i 90 punti segnalerebbe che la lettura sta cambiando.

Il secondo è il rapporto tra utility e ciclici a Milano. Se la rotazione difensiva prosegue anche con l’indice in recupero, significa che gli operatori scommettono su un orizzonte di tassi alti e crescita lenta, esattamente lo scenario descritto da Bankitalia.

Il terzo è il petrolio in chiusura settimanale. Un Brent che consolida sopra 85 dollari nel fine settimana, con lo Stretto di Hormuz sotto attacco, alimenta un rischio di gap all’apertura di lunedì.

La combinazione di un’inflazione energetica importata, una banca centrale americana che parla di tassi più alti e un settore tecnologico che rivede al ribasso le attese di ritorno sugli investimenti in intelligenza artificiale non è un mix favorevole per gli attivi rischiosi. Ma la seduta odierna suggerisce anche che il mercato non stia capitolando: sta riprezzando in modo selettivo. La differenza, per chi investe, è sostanziale.

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