La lettura più immediata della seduta di oggi sarebbe quella di un mercato che ignora la geopolitica: mentre il greggio corre di oltre quattro punti percentuali e Teheran evoca la chiusura dello Stretto di Hormuz, il FTSE MIB resta in territorio positivo e guida i listini europei. Eppure la calma degli indici azionari rischia di essere la parte meno interessante della giornata. Il canale attraverso cui la nuova tensione tra Washington e Teheran può toccare i risparmiatori italiani non passa tanto per il listino di Piazza Affari, quanto per la catena che collega il prezzo del barile all’inflazione, e da questa alle prossime mosse della Banca centrale europea. È qui che si gioca la partita più delicata delle prossime settimane.

Una seduta europea prudente ma resiliente

Nel primo pomeriggio Piazza Affari si conferma la più solida del Vecchio Continente. Secondo la rilevazione ANSA delle 13.15, il FTSE MIB avanza di circa lo 0,3%, sopra quota 52.700 punti, dopo aver oscillato in giornata tra un minimo di 52.430 e un massimo di 52.820 punti. Teleborsa segnala un progresso vicino allo 0,38% attorno ai 52.815 punti. Il resto d’Europa viaggia in ordine sparso e con variazioni contenute: Francoforte attorno a +0,15%, Parigi in area +0,12%, Londra in oscillazione tra un frazionale ribasso e un pari recupero. Come nota Milano Finanza, la mattinata era partita in tono più incerto, con aperture appesantite dal clima mediorientale, prima che gli acquisti su energia e telecomunicazioni riportassero i principali indici sopra la parità.

Vale la pena sottolineare un elemento di contesto che gli operatori sembrano aver isolato: la pesante ondata di vendite sui produttori di chip che ha colpito la borsa di Seul non si è propagata all’Europa. La capacità dei listini continentali di compartimentare gli shock, tenendo distinti il fronte tecnologico asiatico e quello energetico mediorientale, è uno dei tratti più caratteristici di questa fase.

Wall Street apre con cautela, tecnologia sotto pressione

In coincidenza con l’avvio di Piazza Affari nel pomeriggio, Wall Street muove i primi passi in un clima guardingo. Si tratta dei primissimi scambi e non di dati di chiusura: i future sui principali indici, come riportato nella vigilia, indicavano un Dow Jones sostanzialmente piatto, uno S&P 500 in flessione di circa lo 0,3% e un Nasdaq 100 più debole, penalizzato dalle vendite sul comparto dei semiconduttori. Lo scenario più probabile, in queste prime battute, è quello di una seduta americana improntata alla difensiva, con gli investitori che potrebbero privilegiare i settori legati alle materie prime a scapito della tecnologia più cara. Sarà comunque l’evoluzione delle prossime ore, e non l’apertura, a definire il tono della giornata a New York.

Migliori e peggiori a Piazza Affari: comanda l’energia

La fotografia dei singoli titoli racconta con chiarezza dove si sono spostati i capitali. In cima al listino milanese si colloca Eni, in rialzo di oltre due punti e mezzo percentuali in area 21,3 euro, sospinta direttamente dalla corsa del greggio. Bene anche FinecoBank, in progresso di circa il 2%, e Inwit, oltre l’1%, con Moncler tra i titoli citati in evidenza. Sul fronte opposto, la seduta penalizza Prysmian, in calo di oltre un punto e mezzo percentuale, insieme a Leonardo e Avio, mentre tra gli altri ribassi figurano Lottomatica e Buzzi. Giornata poco brillante anche per una parte del comparto bancario e per titoli come Poste Italiane e Telecom Italia. La dispersione tra i settori, con l’energia in forte spolvero e industria e finanza più caute, è il segnale che il mercato sta prezzando in modo selettivo il rischio geopolitico, premiando chi dal rialzo del barile trae beneficio.

Il petrolio è il vero motore della giornata

Il cuore della seduta batte sul mercato delle materie prime. Dopo un fine settimana segnato dagli attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani e dall’annuncio da parte di Teheran della chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio mondiale di idrocarburi, i prezzi hanno aperto in deciso rialzo. Secondo le rilevazioni riprese da ANSA e Radiocor, il Brent con consegna a settembre si spinge in area 79 dollari al barile, con progressi compresi tra il 3,7% e il 4,5% a seconda del momento della rilevazione, mentre il WTI con scadenza ad agosto si muove attorno ai 74 dollari, anch’esso in rialzo di oltre tre punti percentuali. Il barile torna così a lambire la soglia degli 80 dollari, un livello che non è soltanto psicologico ma anche macroeconomicamente rilevante.

La distinzione conta: un rialzo temporaneo legato al timore per le forniture è una cosa, un’interruzione effettiva del traffico marittimo nello Stretto sarebbe un’altra. Gli operatori, al momento, sembrano scommettere sulla prima ipotesi, quella di una tensione elevata ma senza blocco fisico dei flussi. È uno scenario che potrebbe però rovesciarsi rapidamente qualora le versioni contrastanti sulla navigabilità dell’area trovassero conferma in un’escalation.

Dai barili ai tassi: perché la BCE è l’anello decisivo

Qui si arriva al punto meno ovvio della giornata. Un petrolio in corsa significa carburante più caro, e carburante più caro significa nuova spinta all’inflazione proprio nel momento in cui la Banca centrale europea pensava di aver avviato la discesa. Come ricordano le cronache finanziarie, la BCE ha alzato i tassi al meeting di giugno per la prima volta dal 2023, e gli operatori scontano ora la possibilità di due ulteriori ritocchi nel corso dell’anno, con il primo che potrebbe arrivare già a settembre. L’economista dell’istituto Yannis Stournaras ha usato un’immagine eloquente, parlando di una banca centrale tornata al punto di partenza nella sua lotta contro il carovita dopo le nuove ostilità tra Stati Uniti e Iran.

È attraverso questo canale, più che attraverso l’andamento quotidiano del listino, che lo Stretto di Hormuz può arrivare a toccare le tasche degli italiani: mutui, rendimenti dei titoli di Stato, potere d’acquisto. La debolezza dell’euro contribuisce a chiudere il cerchio. Il cambio EUR/USD scivola in area 1,1395, in calo di quasi due decimi percentuali nella giornata e di circa l’1,7% nell’ultimo mese, con la moneta unica indebolita dal clima geopolitico. Un euro più fragile rende più oneroso importare energia denominata in dollari, alimentando ulteriormente la pressione sui prezzi. È un meccanismo che si autoalimenta e che gli investitori faranno bene a monitorare più dei singoli movimenti di indice.

Lo spread tiene, ma per la ragione sbagliata

Sul fronte obbligazionario, il differenziale tra BTP e Bund decennale si mantiene contenuto, in area 75 punti base, sostanzialmente stabile rispetto alla chiusura precedente, con il rendimento del decennale italiano attorno al 3,83%. A prima vista è un dato rassicurante. La lettura, però, richiede prudenza: come segnala Il Sole 24 Ore, la sostanziale tenuta dello spread è dovuta in buona parte non a un miglioramento della percezione sul rischio italiano, quanto al contestuale rialzo dei rendimenti dei titoli tedeschi, con il Bund attorno al 3,06%. In altre parole, lo spread regge perché sale anche il costo del denaro in Germania, non perché il mercato stia premiando i conti pubblici italiani. È una distinzione che conviene tenere a mente prima di trarre conclusioni troppo ottimistiche.

La tesi della giornata

Il messaggio che emerge dalla seduta del 13 luglio è che il rischio geopolitico si sta trasferendo dai listini azionari, oggi sorprendentemente ordinati, al terreno più insidioso dell’inflazione e della politica monetaria. Piazza Affari può permettersi di restare in positivo grazie al traino di Eni e dell’energia, ma la vera variabile da osservare nelle prossime settimane è se la corsa del petrolio si consoliderà, costringendo la BCE a una linea più dura. Lo scenario più probabile, allo stato attuale, resta quello di una tensione elevata ma gestibile. Se però lo Stretto di Hormuz dovesse trasformarsi da minaccia annunciata a ostacolo concreto, la calma odierna degli indici potrebbe rivelarsi la fase più tranquilla di un’estate destinata a complicarsi.


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