Brent sotto pressione, WTI in area 90 dollari e il titolo del cane a sei zampe paga il dazio. I venti di pace su Hormuz ridisegnano gli equilibri delle commodity, mentre i future di Wall Street si preparano a riaprire martedì dopo una settimana già chiusa con il Dow Jones a un soffio dai massimi storici.
Il pomeriggio sui mercati europei si sta muovendo lungo un copione che pochi giorni fa sembrava improbabile: il petrolio crolla, le borse del Vecchio Continente festeggiano e i titoli energetici finiscono in fondo ai listini. Wall Street, però, oggi resta a guardare: il Memorial Day tiene chiuse contrattazioni azionarie e obbligazionarie, e ogni reazione degli operatori americani slitterà alla seduta di martedì.
Il greggio paga il riavvicinamento tra Washington e Teheran
Le quotazioni del greggio hanno aperto la settimana in forte ribasso. Stando ai dati raccolti da Ansa e Investing, il WTI è scivolato in mattinata fino a circa 90,93 dollari al barile (-5,87%), mentre il Brent ha lasciato sul terreno il 5,56% scendendo a 97,78 dollari. Sul Sole 24 Ore, in tarda mattinata, il greggio di riferimento europeo veniva indicato attorno ai 99 dollari, sempre con un passivo superiore al 4%.
A muovere il sentiment è quanto emerso nel weekend sul fronte diplomatico. Donald Trump ha annunciato sabato sera che un accordo con l’Iran è stato “in gran parte negoziato”, aggiungendo che lo Stretto di Hormuz potrebbe essere riaperto a breve. Secondo le ricostruzioni di Axios e del New York Times, l’intesa allo studio prevede una tregua di 60 giorni, la rimozione delle mine nello Stretto e la possibilità per l’Iran di tornare a vendere liberamente il proprio greggio. La questione nucleare, invece, resta probabilmente il nodo più complesso e verrà affrontata in un secondo round negoziale.
Il quadro, va detto, non è ancora del tutto stabilizzato. Lo stesso Trump nelle ultime ore ha frenato gli entusiasmi parlando di trattative che “procederanno con ordine”, mentre Teheran continua a respingere qualunque discussione immediata sul programma nucleare. È plausibile, quindi, che la volatilità sul barile rimanga elevata nei prossimi giorni, soprattutto se dovessero emergere nuovi attriti o rallentamenti.
Wall Street chiusa, ma i future raccontano già qualcosa
Oggi le sale operative di New York sono ferme per la festività federale del Memorial Day. La chiusura riguarda azionario e obbligazionario, mentre forex e cripto resteranno operativi fino alle 23:00 italiane.
Lo stop arriva dopo una settimana decisamente costruttiva per i listini americani: secondo i dati riportati da RisparmiOggi, il Dow Jones ha chiuso ottava avanti del 2,22% a 50.580 punti, dopo aver toccato venerdì il nuovo massimo storico intraday in area 50.830. L’S&P 500 ha guadagnato lo 0,9% a 7.474 punti, mentre il Nasdaq si è limitato a un più contenuto +0,21% a 26.344 punti, frenato dal riposizionamento sui tecnologici dopo la trimestrale di Nvidia.
In assenza di scambi cash, oggi i future S&P 500 vengono indicati da Investing in area 7.561 punti, con una variazione che probabilmente riflette solo flussi tecnici di scarsa significatività. La vera fotografia arriverà domani in pre-market, quando gli operatori americani potranno reagire per la prima volta alle indiscrezioni sul dossier Iran. Un eventuale memorandum d’intesa, se confermato nei prossimi giorni, potrebbe sostenere il sentiment di rischio e favorire i settori più sensibili al ciclo, come industriali, viaggi e consumi discrezionali. Al contrario, un greggio più basso peserà presumibilmente sui colossi energetici americani.
Eni nel mirino: il cane a sei zampe scivola sotto i 23 euro
A Piazza Affari il riflesso del calo del greggio è immediato. Secondo Investing.com e Borse.it, intorno a metà mattinata Eni trattava in area 22,82 euro, con una flessione di circa il 2% rispetto alla chiusura precedente di 23,29 euro. L’azione si è mossa in un range tra 22,69 e 22,95 euro, con volumi sopra i 2,5 milioni di pezzi scambiati.
Il titolo, va ricordato, resta uno dei migliori dell’anno sul listino milanese. Su TradingView l’incremento a dodici mesi viene indicato attorno al 77%, mentre nell’ultimo mese il rialzo resta positivo intorno al 3,6%. Il giro di boa odierno è quindi probabilmente più una presa di profitto, legata al diverso scenario geopolitico, che un cambio di tendenza strutturale.
I fondamentali, peraltro, non sono cambiati nel weekend. La capitalizzazione resta intorno ai 67 miliardi di euro, il dividendo continua a essere uno dei più ricchi del FTSE MIB e il consenso degli analisti, secondo i dati raccolti da Investing, rimane su “Compra”, con un target price medio a dodici mesi di 25,40 euro (potenziale upside teorico vicino all’11%). Citigroup, in un report di inizio aprile ripreso da Borsa Italiana, aveva alzato il target a 24 euro, mantenendo una visione “Neutral” e segnalando equilibrio tra le ambizioni di crescita del gruppo e i rischi di esecuzione.
L’incognita per le prossime sedute riguarda lo scenario macro che ne consegue. Un Brent stabilmente sotto i 100 dollari, eventualmente in fascia 90-95, comprimerebbe probabilmente i margini upstream del gruppo. Ma una distensione duratura in Medio Oriente, con la riapertura di Hormuz e flussi commerciali più regolari, potrebbe parallelamente sostenere il business del gas e della raffinazione, oltre a ridurre il premio di rischio sull’intero comparto energy europeo.
Cosa monitorare nelle prossime ore
Tre fronti meritano attenzione fino a martedì:
- Comunicati ufficiali da Washington e Teheran: la firma o meno del memorandum d’intesa nei prossimi giorni resta la variabile chiave per il greggio.
- Future USA in serata: con il forex aperto fino alle 23 italiane, eventuali movimenti significativi sul dollaro e sul Treasury overnight potrebbero anticipare la direzione di Wall Street alla riapertura.
- Reazione del comparto oil europeo: oltre a Eni, occhio a TotalEnergies, BP e Shell, che con un Brent sotto i 100 dollari potrebbero subire ulteriori pressioni in caso di conferma dello scenario di tregua.
In sintesi, il mercato si muove forse troppo rapidamente su una pace che non è ancora stata firmata. La cautela, in queste fasi, è probabilmente la migliore alleata: la storia degli ultimi mesi insegna che ogni passo avanti tra Washington e Teheran è stato spesso seguito da una mezza marcia indietro.