C’è un dettaglio, nella seduta che si apre questa mattina, che rischia di passare inosservato dietro i titoli sulle bombe e sulle petroliere ferme nello Stretto di Hormuz. Mentre il greggio vola e le Borse europee vengono attese in rosso, l’oro sta scendendo. Non è il comportamento tipico di un mercato in preda al panico geopolitico, e proprio questa anomalia racconta una storia diversa da quella che ci si aspetterebbe.

Cosa è successo nel weekend

Il fine settimana ha portato la terza escalation consecutiva tra Washington e Teheran. Secondo la ricostruzione di Milano Finanza, tutto è ripartito sabato 11 luglio con l’attacco iraniano alla portacontainer Gfs Galaxy, battente bandiera cipriota, davanti alle coste dell’Oman. In risposta gli Stati Uniti hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, mentre Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz e ha lanciato rappresaglie contro installazioni americane in Giordania, Oman e Qatar. Come riporta la CNN, il Centcom parla di oltre 300 obiettivi colpiti in tre notti di raid.

Il punto è che i mercati questa scena l’hanno già vista. Domenica, secondo i dati di monitoraggio Kpler citati da Milano Finanza, solo sei navi hanno attraversato lo Stretto, il numero più basso delle ultime cinque settimane. Washington sostiene che il canale resti aperto, l’Iran afferma di averlo chiuso: uno stallo che si ripete, con i due fronti che continuano a rivendicare versioni opposte. È plausibile che questa ripetitività stia progressivamente anestetizzando la reazione degli investitori, che sembrano trattare la crisi di Hormuz più come un rumore di fondo ricorrente che come uno shock improvviso.

Wall Street chiude bene, poi arriva il weekend

La fotografia di venerdì racconta di un mercato tutt’altro che spaventato. A New York il Dow Jones ha chiuso in rialzo dello 0,29% a 52.637 punti, l’S&P 500 dello 0,42% a 7.575 e il Nasdaq dello 0,29% a 26.282, a coronamento di una settimana positiva. A Piazza Affari il FTSE MIB aveva archiviato la seduta di venerdì con un progresso dello 0,44% a 52.614 punti, sostenuto da Nexi, Stellantis e dalle banche.

Sono chiusure confermate, e vanno lette per quello che sono: la fotografia di un venerdì sereno, prima che il conflitto tornasse a incendiarsi nel weekend. Il quadro di stamattina, di conseguenza, andrà giudicato sui dati intraday e sui futures, non sui livelli di venerdì.

L’apertura europea, tra futures in rosso e difesa in controtendenza

In avvio i segnali sono negativi ma ordinati. Il future sull’Eurostoxx 50 viaggiava attorno al -1,08%, in linea con i futures americani (il future sul Dow attorno al -0,37% e quello sull’S&P 500 al -0,51%), stando ai dati riportati da Milano Finanza. Con queste premesse Piazza Affari dovrebbe aprire in calo, con ogni probabilità in una forbice compresa fra un ribasso contenuto e un passivo attorno all’un e mezzo per cento nelle prime battute, salvo accelerazioni legate alle notizie sul campo.

Verosimilmente il listino milanese si muoverà su due binari opposti. Da un lato i petroliferi, con Eni, Saipem e Tenaris nel mirino: paradossalmente il rialzo del greggio non basta a sostenere i titoli del settore, che nelle prime indicazioni europee sembravano deboli in scia ai timori sui margini di raffinazione e sulle stime di utile. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha avvertito che il mercato petrolifero globale potrebbe arrivare a un punto di rottura entro il primo trimestre del 2027 se il conflitto dovesse protrarsi.

Dall’altro lato, il comparto difesa. È qui che il mercato sembra concentrare la sua lettura del rischio: nelle prime contrattazioni europee correvano Rheinmetall, Leonardo, Saab, Fincantieri e Avio. Forse è questo il vero termometro del sentiment: non la fuga verso i beni rifugio, ma la scommessa che una tensione prolungata significhi più spesa militare a lungo termine.

La seduta asiatica e il caso Kospi

Nella notte l’Asia ha chiuso debole ma senza cedimenti generalizzati. Il Nikkei di Tokyo ha aperto in ribasso dello 0,29% a 68.361 punti, con lo yen poco mosso e il petrolio a fare da freno. La Cina ha chiuso in rosso. Il dato che colpisce arriva da Seul, con il Kospi in caduta fino al 7-8%: un tonfo che a prima vista sembra la prova di un panico regionale, ma che va maneggiato con prudenza. Come segnala Milano Finanza, il crollo è in larga parte spiegato dal -13% di SK Hynix dopo il debutto al Nasdaq, quindi un fattore idiosincratico più che un contagio da guerra. Attribuire quel movimento alla sola crisi di Hormuz sarebbe una lettura affrettata.

Il macro: petrolio su, oro giù, ed è questo il punto

Qui si arriva al cuore della vicenda. Il future sul Brent balzava di oltre il 4% verso i 79 dollari al barile e il Wti saliva in misura analoga sopra i 74 dollari, reintroducendo nei prezzi quel premio di guerra che maggio e giugno avevano quasi cancellato. Gli analisti di MST Marquee, citati da Milano Finanza, avvertono che se il conflitto si estendesse alle infrastrutture energetiche il greggio potrebbe puntare ai 100 dollari.

E l’oro? Invece di salire come vorrebbe il copione del rifugio, l’oro spot cedeva quasi l’un per cento avvicinandosi ai 4.066 dollari l’oncia, dopo aver già perso l’1,4% la settimana precedente. La spiegazione è più interessante della semplice cronaca: con l’energia in rialzo, il mercato sta prezzando non tanto un rischio esistenziale quanto un rischio inflazione. Il rendimento del Treasury americano a due anni, il più sensibile alle mosse sui tassi, sarebbe risalito al livello più alto da febbraio 2025. In altre parole, questa crisi geopolitica sta venendo interpretata come uno shock sui prezzi e sui tassi, non come un classico episodio di fuga verso la sicurezza. È plausibile che sia questa la chiave che molti stanno sottovalutando.

Il contesto delle banche centrali rafforza l’ipotesi. I verbali della riunione Fed di giugno hanno mostrato che alcuni membri avevano perfino valutato un rialzo dei tassi, prima di confermare lo status quo. Domani, martedì 14 luglio, il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh affronterà la sua prima audizione al Congresso, e nella giornata di oggi sono attesi gli interventi di Bowman e Waller per la Fed e di Schnabel per la Bce. Se la retorica dovesse confermarsi orientata alla cautela sull’inflazione, l’oro difficilmente troverebbe sollievo nel breve.

Sul fronte dei titoli di Stato, il segnale è quasi rassicurante. Lo spread tra BTP e Bund si muoveva attorno ai 77 punti base, poco distante dai livelli della scorsa settimana. È un dato che merita attenzione: in una mattinata di tensione geopolitica e petrolio in fuga, il mercato del debito italiano non mostra segni di stress. Anche questo suggerisce che gli investitori stiano trattando la vicenda come gestibile, almeno finché lo Stretto non si chiude sul serio.

Cosa guardare oggi

Al di là della cronaca militare, l’attenzione operativa sembra già spostarsi altrove. La settimana entra nel vivo delle trimestrali delle grandi banche americane, che daranno un primo termometro sullo stato dell’economia reale. A Piazza Affari, oltre ai petroliferi e alla difesa, restano sotto i riflettori il risiko bancario, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps e le mosse attorno a Generali, e le mosse societarie come le consegne record di Stellantis nel secondo trimestre, stimate a 1,6 milioni di unità con una crescita del 10% su anno.

Il rischio vero, per usare le parole degli analisti, resta un allargamento del conflitto alle infrastrutture energetiche. Ma finché il copione rimane quello dello stallo a Hormuz, con il traffico ridotto ma non azzerato, è verosimile che i mercati continuino a oscillare fra nervosismo e assuefazione, più preoccupati di dove andranno i tassi che di dove cadranno le prossime bombe.


Contenuto a carattere puramente informativo, non costituisce consulenza né sollecitazione all’investimento. I dati citati sono soggetti a variazioni in tempo reale e possono differire nel corso della seduta. Prima di qualsiasi decisione finanziaria è opportuno rivolgersi a un consulente abilitato.