Il FTSE MIB apre la settimana in area 53.100 (+0,61% alle 9:50) e si porta a un passo dai massimi storici. Milano corre in controtendenza rispetto alla rotazione globale che sta colpendo i semiconduttori, sostenuta dai titoli della Difesa in vista del vertice NATO di Ankara e dal risiko bancario. Sullo sfondo, uno spread che quasi nessuno guarda ma che racconta molto: quello con la Francia si è ormai azzerato.

Piazza Affari a un passo dal record storico

Avvio di settimana in progresso per la Borsa di Milano. Alle 9:50 il FTSE MIB segna 53.139 punti, in rialzo dello 0,61%, il valore più alto sul principale listino di Piazza Affari. Il riferimento da battere resta il massimo delle ultime 52 settimane, fissato secondo i dati di Investing.com poco sopra quota 53.188 punti: significa che l’indice viaggia questa mattina a una manciata di punti dal proprio record.

Il quadro tecnico, del resto, lasciava presagire un test di questa soglia. Come segnalava Milano Finanza nel commentare gli scenari operativi per la seduta di oggi, il future sul FTSE MIB con scadenza settembre aveva un primo obiettivo proprio in area 53.150 punti, con una seconda resistenza più insidiosa nella fascia 53.320-53.350. In altre parole, l’indice sta bussando alla porta giusta, ma il vero banco di prova arriverà probabilmente solo se e quando riuscirà a lasciarsi alle spalle in modo convincente quella zona.

Il contesto europeo accompagna il movimento senza strappi. Sempre alle 9:50 il DAX di Francoforte guadagna lo 0,37%, il CAC 40 di Parigi lo 0,50%, il FTSE 100 di Londra lo 0,42% e lo SMI svizzero resta poco mosso a +0,06%. Milano, insomma, fa un po’ meglio dei suoi pari, confermando una tendenza che dura da mesi: nel primo semestre 2026 Piazza Affari ha guadagnato circa il 15%, battendo le principali piazze del continente, come ricordava un’analisi di Milano Finanza. E la settimana appena conclusa ha aggiunto quasi tre punti percentuali, con il traino della Difesa segnalato dal notiziario Radiocor de Il Sole 24 Ore.

Il paradosso di Milano: pochi chip, e per una volta è un vantaggio

Qui sta l’aspetto che, a nostro avviso, merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo. Mentre Milano flirta con i record, il resto del mondo sta vivendo una fase molto diversa, dominata da quella che diversi operatori hanno ribattezzato la “Great Rotation”: una fuga dai titoli dei semiconduttori, saliti oltre l’80% nel primo semestre, verso settori più tradizionali e difensivi.

I numeri raccontano la portata del fenomeno. Nell’ultima seduta americana disponibile, quella di giovedì 2 luglio (Wall Street è rimasta poi chiusa venerdì 3 per l’Independence Day), il Dow Jones ha toccato un nuovo massimo storico chiudendo a 52.900 punti circa, in rialzo dell’1,14% secondo CNBC, mentre il Nasdaq 100 cedeva l’1,61% e l’indice tecnologico Nasdaq Composite arretrava dello 0,8%. Una divergenza netta, che spiega bene i valori apparentemente contraddittori tuttora visibili sui widget di mercato. In Asia il movimento è stato ancora più violento nei giorni scorsi: Samsung Electronics ha perso oltre il 9% e SK Hynix quasi il 15% in una singola seduta, con il Kospi coreano capace di lasciare sul terreno più del 5%. In Europa il contagio ha colpito soprattutto i nomi del chip, con ASML e Infineon scivolate pesantemente.

Milano, in tutto questo, è rimasta quasi a guardare. Il motivo è semplice e spesso trascurato: il FTSE MIB ha un peso tecnologico ridotto all’osso. Le uniche vere esposizioni ai semiconduttori sono STMicroelectronics e, in misura minore, Technoprobe, a fronte di un paniere dominato da banche, energia, utility, industria e Difesa. Se in un contesto di corsa dell’intelligenza artificiale questa composizione poteva sembrare un limite, oggi si sta rivelando probabilmente uno scudo. Detto in modo diretto: la debolezza strutturale di Piazza Affari nel comparto tech sta funzionando da parafulmine proprio nel momento in cui gli investitori globali stanno rimettendo in discussione le valutazioni dell’AI. È un vantaggio che, verosimilmente, non durerà per sempre, ma che spiega buona parte della resilienza milanese di queste settimane.

Difesa in prima fila: occhi puntati sul vertice NATO di Ankara

Il primo motore del listino resta il comparto della Difesa, e le ragioni sono tanto geopolitiche quanto di calendario. Il 7 e l’8 luglio è in programma ad Ankara il vertice NATO, e l’avvicinamento all’appuntamento ha riacceso l’interesse su tutta la filiera. Nelle sedute della scorsa settimana Leonardo e Fincantieri hanno guadagnato oltre il 6% ciascuna, come riportato da Milano Finanza e Adnkronos, con un movimento corale che ha coinvolto anche i grandi nomi europei come Rheinmetall, Hensoldt e Saab.

Sul fronte politico interno la questione è delicata. Come ricostruisce FIRSTonline, dopo che l’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, ha elencato i Paesi europei più “virtuosi” nella spesa militare senza includere l’Italia, la premier Giorgia Meloni ha convocato a Palazzo Chigi i ministri Tajani, Giorgetti e Crosetto in vista del summit. Il riferimento è all’impegno, citato dalla stessa presidente del Consiglio, a portare la spesa per la Difesa verso il 2,8% del PIL. Per gli analisti di Mediobanca Research, tuttavia, le dinamiche effettive di spesa saranno chiarite probabilmente solo a settembre, con il Documento programmatico di bilancio: un elemento di cautela che vale la pena tenere a mente prima di dare per scontata ogni ulteriore accelerazione dei titoli.

Sul singolo nome, Equita conferma Leonardo come “best pick” del settore, pur avendo segnalato in un recente report che gli spazi di rialzo si sono in parte ridotti rispetto ai mesi scorsi. Un modo elegante per dire che il tema resta forte, ma che una parte del rialzo potrebbe essere già nei prezzi.

Risiko bancario: la partita su MPS verso il consiglio del 16 luglio

L’altro pilastro di Piazza Affari sono le banche, protagoniste di una stagione di consolidamento che è entrata nella fase più calda. Al centro c’è sempre Monte dei Paschi di Siena, conteso su due tavoli: da un lato l’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo, valutata secondo le ricostruzioni di stampa attorno ai 30,6 miliardi di euro; dall’altro l’ipotesi di aggregazione con Banco BPM, che darebbe vita a un gruppo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione.

Secondo quanto riportato dall’ANSA, non è escluso che il consiglio di amministrazione di MPS, assistito dagli advisor UBS e BofA, arrivi a una prima valutazione delle proposte già in una riunione che le indiscrezioni collocano intorno al 16 luglio. Sullo sfondo resta il nodo del 13,3% di Generali detenuto da Mediobanca, ormai integrata nel gruppo senese: un tassello che le autorità di vigilanza osserveranno con attenzione. È plausibile, quindi, che nelle prossime sedute la volatilità sui titoli bancari resti elevata, con Banco BPM probabilmente tra i nomi più sensibili a ogni indiscrezione.

Nel frattempo prosegue anche il dossier estero di UniCredit su Commerzbank: fonti di stampa citate da Milano Finanza stimano le adesioni all’offerta di scambio attorno al 15%, quota che, sommata al possesso diretto e ai derivati, porterebbe l’istituto guidato da Andrea Orcel vicino al 45% della banca tedesca.

Lo spread che nessuno guarda: BTP e titoli francesi ormai gemelli

C’è poi una notizia che si muove sotto la superficie e che, forse, racconta la trasformazione più profonda in corso sui mercati europei. Lo spread tra BTP e Bund resta contenuto, in area 75-79 punti base secondo le rilevazioni di QuiFinanza e Teleborsa, con il rendimento del decennale italiano intorno al 3,70%. Nulla di clamoroso, se lo si guarda da solo.

Il punto interessante emerge dal confronto con la Francia. Nell’apertura del 3 luglio, sempre secondo QuiFinanza, lo spread dei titoli transalpini rispetto al Bund è salito a circa 72 punti base, con rendimenti al 3,65%, valori ormai quasi sovrapponibili a quelli italiani. Dopo anni in cui gli OAT francesi trattavano stabilmente a premio rispetto ai BTP, considerati più rischiosi, il differenziale si è sostanzialmente chiuso. Una parte del movimento è probabilmente legata all’instabilità politica francese e a un’intervista in cui la presidente della BCE Christine Lagarde, il cui mandato scade tra pochi mesi, avrebbe aperto all’ipotesi di dimissioni anticipate. Non è un dettaglio tecnico: che il debito italiano sia arrivato a costare quanto quello francese è un cambiamento che, fino a un paio d’anni fa, pochi avrebbero immaginato. A sostenere il quadro contribuisce anche la revisione al rialzo delle stime sul PIL italiano 2026, portate da Prometeia allo 0,7% dal precedente 0,5%.

Wall Street riapre oggi, Asia contrastata

La giornata odierna segna il ritorno di Wall Street dopo il lungo fine settimana dell’Independence Day. Gli investitori ripartiranno probabilmente dai temi lasciati aperti giovedì: da un lato il dato debole sul mercato del lavoro americano, con i nonfarm payrolls di giugno fermi a 57.000 nuovi posti contro attese vicine ai 110-115.000 secondo CNBC e FXStreet, e un tasso di disoccupazione al 4,2%; dall’altro la rotazione dai tecnologici già descritta. La lettura prevalente, riportata da diversi analisti, è che numeri così tiepidi rendano poco probabile un rialzo dei tassi da parte della Fed nella riunione del 29 luglio.

Il neo governatore Kevin Warsh, intervenuto al forum di Sintra, ha nel frattempo spostato l’attenzione su un tema di medio periodo: se l’intelligenza artificiale amplia l’offerta dell’economia, ha osservato, le implicazioni per la politica monetaria sono rilevanti in chiave disinflazionistica. Come nota Gabriel Debach di eToro, non è un linguaggio da falco, quanto il riconoscimento che lo scenario del 2026 è diverso da quello degli anni dell’inflazione elevata. In Asia, questa mattina, il quadro appare misto: il Topix di Tokyo avanza di quasi un punto percentuale, mentre lo Shanghai Composite resta praticamente invariato.

Materie prime e valute: petrolio ai minimi pre-guerra, oro sugli scudi

Sul fronte delle commodity, il petrolio resta debole. Il contratto WTI viaggiava a ridosso dei 68,5 dollari al barile nelle ultime rilevazioni di Soldionline, su livelli che diversi osservatori definiscono ormai “pre-bellici”, cioè precedenti all’escalation mediorientale. A pesare è la ripresa più rapida del previsto dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e il clima di distensione nei colloqui tra Stati Uniti e Iran mediati dal Qatar, giudicati positivi da entrambe le parti. Non a caso UBS ha rivisto al ribasso le stime, portando il prezzo medio atteso del Brent per il 2026 a 84 dollari, nove in meno rispetto alla proiezione precedente.

In direzione opposta si muove l’oro, che dopo settimane difficili ha ripreso quota: il metallo giallo si è riportato in area 4.185 dollari l’oncia secondo Soldionline, mentre l’argento ha sfiorato i 63 dollari. Sul valutario, l’euro-dollaro resta poco sotto quota 1,145, con il biglietto verde in fase di raffreddamento dopo i dati sul lavoro.

Cosa aspettarsi

Il messaggio della mattinata sembra abbastanza chiaro: Milano prova a trasformare la vicinanza al record in un nuovo massimo, appoggiandosi a Difesa e banche e beneficiando, quasi per sottrazione, della propria scarsa esposizione tecnologica. Molto dipenderà probabilmente dalla riapertura di Wall Street e dalla tenuta dei semiconduttori, oltre che dalle indiscrezioni sul risiko in avvicinamento al consiglio MPS. Sul medio periodo, il vertice NATO di Ankara e le decisioni della BCE resteranno i due fari da seguire. Come sempre, in una fase di indici sui massimi, la selettività conta più della direzione generale del listino.


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