Un voto che sembra soprattutto un giudizio sulla guerra
Il risultato è netto. I democratici hanno ottenuto il controllo della Camera dei rappresentanti e del Senato, strappando ai repubblicani seggi anche in Stati tradizionalmente conservatori come Texas, Kansas, Ohio e North Carolina. Al Senato i democratici avrebbero ribaltato sette seggi, e i conteggi, ancora provvisori, li collocano intorno ai 54 senatori su 100.
Che il partito del presidente perda terreno alle elezioni di metà mandato non è una sorpresa: è successo in 20 delle ultime 22 tornate dal 1938. A colpire è piuttosto l’ampiezza della sconfitta e il tema che, con ogni probabilità, l’ha decisa. Il malcontento si è concentrato sul costo della vita e sulla guerra in Iran, iniziata a fine febbraio e poi impantanata, con il suo effetto diretto sul prezzo della benzina e del gasolio.
Lo ha riconosciuto lo stesso Trump. In un’intervista telefonica ha ammesso che l’Iran ha avuto un peso nella sconfitta, pur sostenendo che gli elettori hanno compreso l’importanza di quanto fatto per impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare, e ha detto di non pentirsi di aver avviato il conflitto. Ha anche riconosciuto ai democratici di aver lavorato bene e ha dichiarato di accettare l’esito del voto.
La lettura che probabilmente si impone è semplice. L’elettorato americano guarda in primo luogo alle questioni interne, e una guerra lontana che fa salire il pieno dell’auto difficilmente viene premiata nelle urne. Chi sostiene il presidente obietta che i risultati in politica estera si misurano su orizzonti più lunghi di una tornata elettorale, ed è una tesi che ha una sua logica. Resta però il fatto che il consenso costruito nel 2024 sembra essersi eroso in meno di due anni.
Il vecchio Congresso resta operativo ancora per due mesi
C’è un elemento di calendario che spesso viene trascurato. I nuovi eletti entreranno in carica all’inizio di gennaio: fino ad allora resta operativo il Congresso uscente, ancora a maggioranza repubblicana. Si apre quindi la cosiddetta sessione lame duck, circa due mesi in cui la Casa Bianca può ancora contare sui numeri attuali.
Non è detto che sia un periodo tranquillo. Già nelle settimane precedenti al voto esponenti di entrambi i partiti avevano ipotizzato di usare questa finestra per mettere in discussione alcune scelte dell’amministrazione, in particolare sulla Russia. Allo stesso tempo è plausibile che Trump provi a sfruttare questi mesi per chiudere i dossier che gli stanno più a cuore prima che la nuova maggioranza si insedi.
Finora Trump ha governato soprattutto con i poteri presidenziali
Il secondo mandato di Trump si è distinto per l’uso esteso degli strumenti a disposizione del presidente: ordini esecutivi, dazi, decisioni di politica estera prese senza passare dal voto del Congresso. Gli esempi recenti non mancano. A ottobre l’amministrazione ha autorizzato operazioni sul gasolio russo e ha sospeso alcune disposizioni della nuova legge sulle sanzioni a Mosca approvata dal Congresso stesso.
Per questo è probabile che la sconfitta non cambi radicalmente il modo di governare. Con un Congresso ostile, Trump perde soprattutto la possibilità di far approvare nuove leggi, a cominciare da ulteriori tagli fiscali o misure di spesa. Ha già avvertito che porrà il veto sulle proposte che giudicherà inaccettabili, ma in un’altra intervista ha detto di preferire la collaborazione con i parlamentari piuttosto che passare due anni a bloccare leggi. La Casa Bianca, dal canto suo, ha fatto sapere che la determinazione del presidente contro la sinistra radicale uscirà rafforzata.
I segnali, insomma, vanno in direzioni diverse. Ed è forse proprio questa ambiguità il principale fattore di incertezza per i mercati nelle prossime settimane.
Iran e Ucraina sono i due dossier da seguire
Sul fronte iraniano le indicazioni sono contrastanti. Da un lato sono in corso tentativi diplomatici, e il giorno prima del voto Trump aveva annunciato un’intesa con Netanyahu per chiudere entro fine anno gli aiuti militari annuali a Israele, una notizia che aveva fatto scendere il petrolio. Dall’altro lato, nello Stretto di Hormuz la tensione resta alta e tra gli osservatori circola l’ipotesi che il presidente possa riprendere operazioni militari su larga scala contro Teheran, nonostante il messaggio arrivato dalle urne. Il petrolio Brent viaggia intorno ai 104 dollari al barile, un livello che riflette ancora un premio per il rischio geopolitico molto elevato.
Sulla guerra tra Russia e Ucraina il quadro è diverso, perché qui gli Stati Uniti si sono proposti come mediatori. La sconfitta di Trump potrebbe essere letta da Mosca come un segnale di debolezza da sfruttare. Secondo diversi analisti il Cremlino scommette su un presidente a fine corsa che, proprio perché indebolito in patria, potrebbe cercare con più insistenza un accordo di pace da consegnare alla storia, anche a condizioni favorevoli alla Russia. Il nuovo Congresso, però, potrebbe complicare questo percorso: i democratici e una parte dei repubblicani spingono per mantenere le sanzioni e per inserire gli aiuti a Kiev nelle leggi di spesa che il presidente difficilmente può bloccare.
Resta poi aperto il capitolo della guerra commerciale. Una parte dei dazi era già stata ridimensionata dalla Corte Suprema all’inizio dell’anno e diversi parlamentari chiedono che il Congresso torni ad avere voce sulla politica commerciale. Con la nuova maggioranza è probabile che questa pressione aumenti, anche se gran parte delle leve resta nelle mani del presidente.
La reazione dei mercati nella notte
I risultati sono arrivati durante la seduta asiatica e la prima reazione è stata di avversione al rischio. I future sul Nasdaq 100 sono arrivati a perdere fino al 2,4%, quelli sull’S&P 500 fino all’1,4%, prima di recuperare gran parte del terreno in mattinata. A pesare sono stati soprattutto i titoli legati all’intelligenza artificiale e ai data center, sui quali il mercato teme una regolazione più severa da parte del nuovo Congresso.
In direzione opposta si sono mossi i titoli di Stato americani: il rendimento del decennale è sceso di 6 punti base al 4,906%, segno che gli investitori scommettono su una spesa pubblica più contenuta. Il dollaro si è indebolito e l’oro è salito del 2,3%, oltre i 4.020 dollari l’oncia. In Europa l’apertura è stata incerta, con Piazza Affari tra le migliori grazie alle banche e lo spread tra BTP e Bund sceso tra 112 e 113 punti base.
| Indicatore | Movimento | Lettura |
|---|---|---|
| Future Nasdaq 100 | Fino a -2,4%, poi circa -0,4% | Timori di regole più severe su tecnologia e AI |
| Future S&P 500 | Fino a -1,4%, poi circa -0,3% | Prima reazione di avversione al rischio, poi acquisti |
| Treasury 10 anni | -6 punti base al 4,906% | Attese di una spesa pubblica più contenuta |
| Dollar index | Circa -0,3% a 101,4 | Dollaro più debole con i rendimenti in calo |
| Oro | +2,3% oltre 4.020 $/oncia | Bene rifugio davanti all’incertezza politica |
| Petrolio Brent | Circa 104 $/barile | Premio per il rischio legato all’Iran ancora alto |
| Spread BTP-Bund | Tra 112 e 113 punti base | In calo all’apertura europea |
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Per quanto riguarda Wall Street, la seduta di martedì si era chiusa in ordine sparso, con il Nasdaq a +0,83%, l’S&P 500 a +0,36% e il Dow Jones a -0,38%. L’apertura di oggi, alle 15:30 italiane, dovrebbe con ogni probabilità risentire del clima della notte, anche se il recupero dei future lascia pensare a un impatto più contenuto rispetto ai primi minuti.
Lo scenario che il mercato probabilmente preferisce
Per i mercati, con buona probabilità, tutto ciò che contribuisce a normalizzare il quadro internazionale rappresenta una buona notizia. Il punto decisivo è quindi capire come Trump leggerà questa sconfitta, con davanti ancora due anni di mandato e le elezioni presidenziali del 2028, alle quali non potrà ricandidarsi ma in cui il suo partito si giocherà la successione.
Se la Casa Bianca decidesse di riportare al centro l’economia interna, evitando una nuova escalation in Iran, proseguendo la mediazione tra Russia e Ucraina e allentando la tensione commerciale sui dazi, il mercato potrebbe leggere la situazione in modo favorevole. Un petrolio meno caro, meno incertezza sulle catene di fornitura e una politica commerciale più prevedibile sono, del resto, gli ingredienti che le Borse tendono a premiare. Sarebbe anche la scelta più coerente con il segnale arrivato dalle urne, e per questo appare forse lo scenario più logico.
Va detto però che lo scenario opposto non si può escludere. Trump ha mostrato in più occasioni di non arretrare davanti alle pressioni, e nelle prime reazioni ha lasciato intendere di voler colpire duramente l’Iran. Una nuova fase di escalation riporterebbe il petrolio al centro dei timori, con effetti probabilmente negativi sull’inflazione e sui listini. Non mancano poi gli analisti convinti che un Congresso democratico cambierà poco nella politica economica concreta, visto che la riforma fiscale e gran parte dei dazi sono già in vigore, e che produrrà soprattutto più rumore tra inchieste parlamentari e scontri istituzionali.
Il mercato, per ora, sembra muoversi con prudenza: vende la tecnologia più esposta a nuove regole, compra titoli di Stato e oro, e aspetta. Le prossime ore e le prime decisioni della Casa Bianca diranno probabilmente molto più dei numeri del voto.
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