Il numero che il mercato temeva è arrivato. Il Producer Price Index americano di aprile, pubblicato alle 14:30 ora italiana dal Bureau of Labor Statistics, ha segnato un +1,4% mensile e un +6,0% tendenziale: un dato decisamente sopra le attese e probabilmente sufficiente, da solo, a riscrivere lo scenario sui tassi della Federal Reserve per tutto il resto del 2026.
Le aspettative degli economisti, raccolte da TradingEconomics nei giorni scorsi, indicavano un più contenuto +0,5% mensile e un +4,9% annuo. La sorpresa, dunque, è di proporzioni rilevanti.
Cosa dice davvero il dato
I numeri del BLS sono chiari. Sul mese, i prezzi dei servizi finali sono saliti dell’1,2%, mentre i prezzi dei beni finalihanno fatto un balzo del 2,0%. Su base annua, il +6,0% rappresenta il livello più alto da diversi anni e segue un già robusto +4,0% del mese di marzo.
A pesare è probabilmente, ancora una volta, la componente energetica – effetto diretto della chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz – ma il dettaglio davvero preoccupante è la corsa dei servizi: l’1,2% mensile suggerisce che il rincaro dei costi non resta confinato al petrolio, ma starebbe forse iniziando a trasferirsi in modo strutturale lungo la filiera produttiva.
È esattamente lo “scenario hot” che diverse case di investimento avevano descritto nei giorni scorsi. Money.it, in un’analisi pubblicata ieri, definiva questo tipo di lettura come “lo scenario incubo: il pass-through è già arrivato anche ai servizi e ai beni core”. In condizioni simili, il mercato potrebbe iniziare a prezzare non più tagli, ma un possibile rialzo dei tassi.
La reazione immediata: borse in difensiva, dollaro in tensione
Sui listini la reazione è stata pressoché istantanea. Piazza Affari, che in mattinata aveva provato a recuperare il calo dell’1,36% accumulato ieri (come riportato da Il Sole 24 Ore), ha bruciato i guadagni e probabilmente chiuderà la seduta in territorio incerto. Il FTSE Mib, dopo aver toccato i 49.468 punti nel corso della mattina secondo i dati Soldionline, ha rapidamente perso slancio.
Sui titoli di Stato la pressione è palpabile: il rendimento del BTP decennale è tornato oltre il 3,85%, mentre lo spread BTP-Bund si muove intorno ai 75 punti base. Movimenti contenuti, ma su livelli che non lasciano molto margine in caso di nuove sorprese.
Il dollar index era già salito sopra quota 98 nella giornata di ieri, secondo TradingEconomics, in scia al CPI bollente. Con il PPI di oggi è ragionevole attendersi un ulteriore irrigidimento dei rendimenti dei Treasury, con effetti a cascata sui mercati obbligazionari globali.
L’euro/dollaro, già sceso a 1,17 nelle scorse ore, potrebbe testare livelli più bassi nelle prossime sedute. Reazione mista per le materie prime: l’oro intorno a 4.710 dollari l’oncia, il WTI ancora sopra i 102 dollari al barile (contratto giugno 2026), secondo i dati Investing.
Il quadro Fed: tagli sempre più improbabili
Mettendo insieme i due dati di questa settimana – CPI ad aprile al 3,8% annuo (massimo da maggio 2023, fonte ANSA e Il Sole 24 Ore) e ora un PPI al 6,0% tendenziale – lo scenario per la Federal Reserve si complica probabilmente in modo significativo.
Già ieri, ricorda Money.it, Bank of America aveva spostato la stima del primo taglio Fed alla seconda metà del 2027. Su Polymarket, la probabilità implicita di zero tagli nel 2026 era stabilmente sopra il 55%. Con il PPI di oggi è verosimile che questa percentuale salga ulteriormente nelle prossime ore.
Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, citato da Il Sole 24 Ore, già ieri sintetizzava così la situazione: «i tagli dei tassi nel corso dell’anno appaiono sempre meno probabili, proprio mentre il rincaro dell’energia inizia a pesare sui consumi e sulla crescita economica complessiva».
Il vero rischio, a questo punto, potrebbe non essere più una Fed troppo aggressiva sui tagli, ma una Fed costretta a contemplare nuovi rialzi – uno scenario che il mercato non sta prezzando e che probabilmente farebbe molto male a tutte le asset class a lunga duration.
Sullo sfondo, va segnalata anche la posizione di Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese, che stamattina secondo Il Sole 24 Ore ha parlato dei “primi segnali di shock stagflazionistico” anche per l’Europa. Un’indicazione che, sommata al dato americano, suggerisce come probabilmente il problema dell’inflazione non sia più confinato a una geografia.
Piazza Affari: il dettaglio dei titoli da seguire
Nonostante il quadro generale appesantito, sul listino milanese alcuni nomi avevano mostrato resilienza in mattinata. BPER Banca segnava un +0,82% a 12,342 euro, sostenuta da Fitch che ha alzato a “A-” il rating sui depositi a lungo termine, dato confermato da Soldionline. Bene anche MPS, in scia ai conti sopra le attese e alle parole dell’a.d. Lovaglio sulla governance “ormai alle spalle”.
Sul comparto petrolifero, Saipem guidava i rialzi con un +2,85% a 4,589 euro, seguita da Tenaris (+1,74% a 26,92 euro) ed Eni (+0,46% a 23,78 euro). STM brillava al +6,25% a 50,63 euro, mentre fuori dal paniere principale Fiera Milanovolava del 9,16% a 8,1 euro dopo conti trimestrali in netto miglioramento.
Tuttavia, attenzione: con il dato PPI appena uscito, la composizione settoriale dei portafogli potrebbe verosimilmente cambiare in modo rapido nel finale di seduta. I titoli più vulnerabili in uno scenario di “tassi alti più a lungo” sono tipicamente i tecnologici a lunga duration, le utility ad alto debito e, sul nostro listino, le banche con esposizione significativa al funding in dollari. Difensivi i petroliferi, almeno finché il WTI resta sopra i 100 dollari.
Cosa guardare nelle prossime ore
Tre fattori da tenere d’occhio.
Primo, l’apertura di Wall Street. Con futures che già nelle scorse ore avevano cancellato i guadagni mattutini, il rischio di una seduta debole sui listini americani è alto. Le banche regionali e i titoli ad alta valutazione sono probabilmente i più esposti.
Secondo, le dichiarazioni dei membri Fed. Ogni intervento nelle prossime 24-48 ore avrà un peso amplificato. Da monitorare in particolare Kevin Warsh, che secondo Il Sole 24 Ore ha già superato un primo voto al Senato verso la conferma alla guida della banca centrale.
Terzo, e probabilmente l’aspetto più sottovalutato, gli sviluppi su Hormuz. Finché lo stretto resta a regime ridotto, la pressione sui prezzi energetici – e quindi sull’inflazione – rischia di restare strutturale. Anche un eventuale accordo USA-Iran, secondo l’a.d. di Saudi Aramco Amin Nasser (dichiarazioni riprese stamattina da MilanoFinanza), potrebbe non bastare a normalizzare il mercato petrolifero prima del 2027.
In sintesi: il dato PPI di oggi non è solo un numero. È probabilmente lo spartiacque che mancava per spostare definitivamente le aspettative sui tassi e ridisegnare la rotazione settoriale dei prossimi mesi. Da qui in avanti, ogni singolo dato macro americano peserà il doppio.