Negli ultimi giorni i mercati finanziari stanno mostrando dinamiche molto simili a quelle osservate nel 2022 con lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Il nuovo fattore di rischio è l’escalation in Medio Oriente legata all’Iran, che ha già provocato forti movimenti nei prezzi dell’energia, nelle aspettative di inflazione e nelle strategie delle banche centrali.
Energia e inflazione: il primo canale di trasmissione
Il primo effetto sui mercati riguarda il petrolio. Con l’aumento delle tensioni e i timori di interruzioni delle forniture nello Stretto di Hormuz, il prezzo del greggio è tornato sopra i 100 dollari al barile, livello che non si vedeva dal 2022.
Questo tipo di shock energetico ha implicazioni macroeconomiche immediate:
- aumento dei costi di produzione per le imprese;
- incremento dei prezzi al consumo;
- pressione al rialzo sull’inflazione.
Se il petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i 100-110 dollari, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare verso il 3%, modificando le aspettative di politica monetaria.
In questo contesto, i mercati hanno già iniziato a prezzare un possibile irrigidimento della politica monetaria: alcuni operatori si aspettano persino un rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea proprio per compensare l’effetto inflazionistico del caro energia.
Europa e Asia: le economie più esposte
Come accaduto nel 2022, gli effetti dello shock energetico si distribuiscono in modo asimmetrico tra le economie globali.
Europa e Asia sono tra le aree più vulnerabili perché fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente. In Asia, ad esempio:
- il Giappone importa circa il 95% del petrolio dal Medio Oriente,
- la Corea del Sud circa il 70%,
- l’India oltre il 50%.
Per questi paesi un aumento dei prezzi dell’energia comporta tre effetti macroeconomici principali:
- peggioramento della bilancia commerciale,
- aumento dell’inflazione,
- rallentamento della crescita economica.
Non sorprende quindi che le borse asiatiche e quelle europee siano tra le più sensibili alle notizie geopolitiche, mentre il dollaro tende a rafforzarsi come asset rifugio.
Il caso del Giappone: performance forte ma ora volatilità
Negli ultimi mesi il Giappone è stato uno dei mercati azionari più solidi a livello globale. Nel 2025 e all’inizio del 2026 le azioni giapponesi hanno registrato nuovi massimi storici grazie a:
- riforme corporate,
- crescita degli utili,
- maggiore inflazione dopo decenni di stagnazione.
L’indice Nikkei ha addirittura toccato livelli record sopra i 59.000 punti nel febbraio 2026. Tuttavia, con le recenti tensioni geopolitiche, il mercato ha corretto: nelle ultime sedute l’indice è sceso di circa il 5% in un giorno e di oltre l’8% nell’ultimo mese, pur restando molto sopra i livelli di un anno fa.
Sul fronte macro, il Giappone mostra segnali economici positivi. I salari reali sono tornati a crescere dopo oltre un anno, rafforzando l’ipotesi che la Bank of Japan possa proseguire gradualmente nel processo di normalizzazione dei tassi.
Banche centrali tra inflazione e crescita
Lo shock geopolitico mette le banche centrali di fronte a un dilemma simile a quello del 2022:
- da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia alimenta l’inflazione;
- dall’altro l’incertezza geopolitica e il caro energia rallentano la crescita.
Per la BCE e altre banche centrali il problema diventa quindi capire se reagire allo shock energetico con politiche più restrittive o se tollerare temporaneamente un’inflazione più alta per evitare di frenare l’economia.
Prospettive: mercati più volatili nel breve periodo
In questa fase i mercati stanno reagendo soprattutto all’incertezza. Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità del conflitto: una guerra breve potrebbe produrre solo uno shock temporaneo, mentre un conflitto prolungato potrebbe avere effetti più persistenti su inflazione, energia e crescita globale.
Per ora il quadro è chiaro: la guerra in Iran ha riaperto una fase di volatilità sui mercati globali, simile a quella osservata all’inizio della guerra in Ucraina. Le prossime settimane saranno decisive per capire se si tratterà di uno shock temporaneo o dell’inizio di una nuova fase di tensioni geopolitiche con effetti macroeconomici più duraturi.