Non è cominciata bene, questa giornata a Wall Street. E forse non poteva essere altrimenti, considerando il cocktail di notizie che è arrivato già nelle prime ore del mattino americano.

Apertura in calo: i numeri di oggi

I principali indici di Wall Street hanno aperto la seduta di oggi, venerdì 20 marzo, in territorio negativo: il Dow Jones e l’S&P 500 hanno ceduto rispettivamente circa lo 0,3-0,4%, mentre il Nasdaq ha registrato un calo più accentuato, intorno allo 0,7%. Un avvio che probabilmente riflette una settimana ad alta tensione, più che una vera svolta ribassista di giornata.

I principali indici americani si avviano così verso la quarta settimana consecutiva di perdite: S&P 500 e Dow sono in calo rispettivamente di circa l’1% e l’1,5% nell’arco settimanale, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno circa lo 0,8%. Il Dow e il Nasdaq si stanno avvicinando pericolosamente alla soglia della correzione tecnica, con il primo che si trova circa all’8,6% dal suo massimo storico toccato il 10 febbraio, e il secondo oltre l’8% dal suo record di chiusura di fine ottobre 2025.

Il market mover del giorno: Kharg Island

Il vero catalizzatore negativo di questa mattina è probabilmente la notizia di un potenziale colpo di scena geopolitico. I mercati si sono messi in posizione difensiva dopo le indiscrezioni — riportate da Axios — secondo cui l’amministrazione Trump starebbe valutando un piano per occupare o bloccare Kharg Island, terminale petrolifero vitale per le esportazioni iraniane. L’operazione, ad alto rischio, mirerebbe a fare pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale.

Se confermata, si tratterebbe di un’escalation militare di portata significativa, e i mercati sembrano starlo già scontare. Il petrolio Brent oscilla intorno ai 108 dollari al barile, con movimenti bruschi in entrambe le direzioni, mentre il WTI si aggira attorno ai 95 dollari. Ogni singolo titolo di agenzia su questo fronte sposta i prezzi di diversi punti percentuali nel giro di minuti: è il segnale più chiaro di quanto il mercato sia nervoso e probabilmente mal posizionato per una sorpresa.

Il petrolio rimane il principale driver di mercato: è un asset le cui oscillazioni producono conseguenze rapide e comprensibili in ogni angolo dell’economia, dalle multinazionali al singolo consumatore.

La settimana che porta qui: context matters

Per capire perché l’umore di oggi sia così cupo, vale la pena ricordare cosa è successo giovedì. L’S&P 500 ha chiuso a 6.606 punti (-0,27%), il Nasdaq Composite a 22.090 punti (-0,28%) e il Dow Jones a 46.021 punti (-0,44%), dopo che nel corso della seduta il Dow era arrivato a perdere quasi 500 punti. La chiusura di giovedì ha sancito, per la prima volta dal 2025, la violazione simultanea della media mobile a 200 giorni da parte di tutti e tre gli indici principali — un segnale tecnico che gli analisti tendono a non ignorare, anche se raramente è risolutivo da solo.

Sia Washington che Tel Aviv hanno in parte contribuito a placare le tensioni nella seconda parte della seduta di ieri: Trump ha dichiarato che Israele non colpirà di nuovo il giacimento di gas South Pars, mentre Netanyahu ha affermato che la guerra con l’Iran finirà “molto più rapidamente di quanto la gente pensi”. Ma evidentemente questo rimbalzo verbale non ha retto all’arrivo delle nuove indiscrezioni su Kharg Island.

I titoli che fanno notizia oggi

Sul fronte societario, ci sono almeno due storie che meritano attenzione e che colorano in modo diverso la seduta. La prima è positiva: FedEx ha guadagnato circa il 9% in premarket dopo risultati del terzo trimestre fiscale superiori alle attese, con un utile per azione di 5,25 dollari contro i 4,09 previsti, e ricavi per 24 miliardi di dollari. Una trimestrale solida che, almeno per una giornata, dimostra che alcune aziende riescono ancora a navigare in un contesto macroeconomico complicato.

La seconda storia è invece molto meno allegra: le azioni di Super Micro Computer sono crollate di oltre il 20% in premarket dopo che tre dipendenti della società sono stati arrestati in relazione a un caso di contrabbando di chip Nvidia verso la Cina. Una notizia che aggiunge ulteriore pressione al settore tech e che probabilmente contribuisce al rosso più accentuato del Nasdaq rispetto agli altri indici.

Europa: rimbalzo timido, poi il ritorno della preoccupazione

Le borse europee avevano aperto la mattinata con un moderato ottimismo, tentando di recuperare parte delle perdite della sessione precedente. I listini del Vecchio Continente avevano ripreso terreno in avvio di seduta, rimbalzando dalle perdite della giornata di giovedì. Tuttavia, con l’arrivo delle notizie su Kharg Island e l’apertura negativa di Wall Street, è probabile che quei guadagni siano stati parzialmente o totalmente restituiti nel corso del pomeriggio.

Su Piazza Affari continuano a tenere banco le vicende di Inwit, che ha rivisto al ribasso la propria guidance 2026 a causa delle tensioni con Telecom Italia e Fastweb, e di MPS, che ha confermato il piano di distribuzione agli azionisti da 16 miliardi di euro entro il 2030 e l’integrazione con Mediobanca.

Fed e tassi: nessuna via d’uscita facile

Con i mercati che non scontano più alcun taglio dei tassi nel 2026, gli strategist di Macquarie si spingono oltre, ipotizzando che la prossima mossa della Fed sarà addirittura un rialzo — non nell’immediato, ma probabilmente nel primo semestre 2027, dopo che le pressioni inflazionistiche legate al petrolio si saranno consolidate. È uno scenario che per ora resta minoritario, ma che forse merita più attenzione di quanta gliene venga dedicata.

Cosa aspettarsi nel pomeriggio

È francamente difficile costruire uno scenario attendibile per le prossime ore, e chiunque lo faccia con troppa sicurezza probabilmente sta vendendo aria fritta. Quello che sembra ragionevole dire è che il mercato, in questo momento, si muove quasi esclusivamente su impulso geopolitico, e che ogni headline dallo Stretto di Hormuz — o da Kharg Island — potrebbe ribaltare la direzione degli indici nel giro di pochi minuti.

Secondo Bob Elliott, CEO di Unlimited, anche nel caso in cui il conflitto si risolvesse domani, i mercati starebbero ancora scontando una perdita di potere d’acquisto reale dell’1-2% per le famiglie americane — il che significa che, probabilmente, una parte della correzione attuale è strutturale e non semplicemente legata al panico del momento.