Tre temi dominano la sessione di metà settimana: un dato sulle consegne che ha sorpreso al rialzo, conti trimestrali che confermano la centralità dell’intelligenza artificiale nei chip, e una dichiarazione presidenziale che rialza il livello di tensione attorno alla Federal Reserve.

Stellantis: il rimbalzo che il mercato aspettava
La notizia più attesa della mattina arrivava da Amsterdam. Stellantis ha pubblicato le proprie stime delle consegne consolidate per il primo trimestre 2026, attese a 1,4 milioni di unità, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Un dato che ha colpito favorevolmente gli analisti, considerando il contesto tutt’altro che facile in cui opera il settore automotive globale.
Il titolo, arrivato a guadagnare oltre 3 punti percentuali, ha toccato un massimo di giornata a 7,24 euro — livello che non si vedeva dal 5 febbraio scorso. Le azioni cercano così il recupero, visto che finora nel 2026 scendono del 24,46%.
La crescita non è distribuita in modo uniforme. Il Nord America ha registrato una crescita delle consegne di circa 54 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2025, pari a un aumento del 17% su base annua. Le consegne del Ram 1500 HEMI V8, del Jeep Grand Wagoneer aggiornato e del nuovo Jeep Cherokee hanno contribuito per oltre il 100% della crescita rispetto all’anno precedente. In Europa, invece, il traino è arrivato dai modelli più accessibili: Citroën C3, C3 Aircross, Opel/Vauxhall Frontera e Fiat Grande Panda hanno generato insieme circa 48 mila unità aggiuntive, pari a un balzo dell’85%.
Va detto che si tratta ancora di stime di consegne alla rete commerciale, non di risultati economici definitivi. I conti veri del primo trimestre arriveranno il 30 aprile, mentre il nuovo piano industriale è atteso il 21 maggio a Detroit. I vertici della società si mostrano ottimisti e convinti che la via intrapresa, con un reset totale delle attività, sia quella giusta. Possibile quindi che le settimane successive offrano un quadro più completo — e, probabilmente, un test più duro per il titolo.
Vale la pena ricordare che il rally quasi stride con la poco gradevole sorpresa che il management ha riservato agli azionisti: niente dividendo Stellantis 2026 a valere sull’esercizio 2025. Elemento che i più attenti probabilmente non dimenticheranno facilmente.
ASML: la domanda di chip AI non conosce sosta
Dall’Olanda arriva anche l’altra notizia di giornata nel settore tecnologico. ASML ha rivisto al rialzo le previsioni di fatturato per il 2026, sostenuta dalla forte domanda legata allo sviluppo globale dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando gli investimenti nella produzione di semiconduttori. Il gruppo olandese prevede ora ricavi annui compresi tra 36 e 40 miliardi di euro, rispetto alla precedente stima di 34-39 miliardi.
I risultati del primo trimestre sono stati solidi. Il colosso olandese dei semiconduttori ASML ha chiuso il primo trimestre con ricavi pari a 8,77 miliardi di euro, con un margine lordo in crescita al 53%, nella parte più alta della forchetta indicata dalla stessa società. L’utile netto si è attestato a 2,75 miliardi. L’utile per azione di 7,15 euro ha superato il consenso del 7%.
Sul fronte della capacità produttiva, il management ha lanciato segnali ambiziosi. Dopo le 48 unità di sistemi EUV del 2025, l’azienda punta a superare le 60 unità nel 2026, con la possibilità di arrivare fino a 80 sistemi nel 2027, qualora la domanda dei clienti lo giustifichi.
C’è però un elemento di attenzione che vale la pena sottolineare. La quota di vendite verso la Cina è scesa al 19%, in netto calo rispetto al 36% del trimestre precedente, riflettendo le restrizioni commerciali ancora in vigore. Un fronte che rimane incerto e che potrebbe pesare sulle stime future, qualora le tensioni geopolitiche si inasprissero ulteriormente.
Nel complesso, ASML conferma il suo ruolo di termometro privilegiato per misurare la temperatura degli investimenti in intelligenza artificiale. E per ora quella temperatura resta decisamente alta.
Trump e la Fed: la partita che preoccupa i mercati
Il terzo tema della giornata è probabilmente quello con le implicazioni più ampie. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, oggi Trump ha dichiarato che licenzierà Powell se non lascerà la banca centrale entro la scadenza del mandato — un’uscita che riaccende un dibattito mai sopito sull’indipendenza della Federal Reserve.
Il mandato di Powell come presidente della Federal Reserve scade il 15 maggio. La particolare architettura istituzionale della banca centrale prevede però che egli disponga anche di un mandato separato come membro del Consiglio dei governatori, valido fino al 31 gennaio 2028.
La questione non è solo personale. A lungo termine, l’incertezza sull’indipendenza della Fed è motivo di grave preoccupazione per gli economisti in merito alle proiezioni sull’inflazione e ai principali indicatori economici. Dal punto di vista dei mercati, gli osservatori della Fed prevedono generalmente uno o due tagli nel 2026, ipotizzando che il mercato del lavoro continui a stabilizzarsi — ma un cambio di leadership non concordato potrebbe alterare significativamente queste aspettative.
Va detto che Trump si è già contraddetto su questo tema in passato: ad aprile 2025, dopo settimane di attacchi, dichiarò di non avere “alcuna intenzione” di licenziarlo. La coerenza della Casa Bianca su questo dossier è stata, diciamo così, discontinua. Detto questo, con il mandato in scadenza tra un mese, il livello di incertezza è probabilmente il più alto da quando Trump si è reinsediato.