1 aprile 2026 — Domani ricorre il primo anniversario del Liberation Day, quel 2 aprile 2025 in cui Donald Trump annunciò al mondo una batteria di dazi su quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. I mercati oggi aprono in deciso rialzo — in Europa come in Asia — eppure sarebbe probabilmente sbagliato leggerci dentro un segnale di ottimismo strutturale. Il contesto resta tutt’altro che risolto.

Le aperture di questa mattina: tutto in verde

La giornata parte con un tono sorprendentemente positivo su tutti i principali listini. I mercati europei hanno aperto la seduta in netto rialzo, con guadagni diffusi e omogenei: Piazza Affari, Francoforte, Parigi e Londra avanzano tutte in modo significativo. Anche gli indici americani — che ieri sera avevano chiuso positivi — indicano una continuazione del tono rialzista, almeno nel pre-market.

Il segnale probabilmente più forte arriva dall’Asia, dove Tokyo e Seoul hanno segnato rialzi molto decisi già nel corso della notte, con Seoul che ha guadagnato circa l’8,6% e Tokyo quasi il 5% — numeri che non si vedevano da tempo. Anche gli indici emergenti si muovono in territorio positivo.

Il dollar index si indebolisce leggermente, mentre l’euro regge bene. In questo contesto, il rischio-dollaro non sembra per ora una variabile destabilizzante.

Il motore del rimbalzo: speranze su Iran, non certezze

Il rally di oggi non nasce da dati macro particolarmente incoraggianti. La spinta viene quasi interamente dalla dimensione geopolitica: una de-escalation della guerra in Medio Oriente avrebbe come conseguenza un rimbalzo delle borse globali, e ogni spiraglio diplomatico, anche il più piccolo, può innescare un recupero rapido.

Nelle ultime ore Trump ha dichiarato che si starebbero registrando progressi nei colloqui con l’Iran. Un messaggio che i mercati hanno probabilmente preso per buono — forse troppo in fretta. Il piano di pace in 15 punti che Washington avrebbe trasmesso a Teheran tramite il Pakistan pone condizioni difficili da accettare per la Repubblica Islamica, tra cui la rimozione delle scorte di uranio altamente arricchito e la limitazione del programma missilistico balistico.

Detto diversamente: il rialzo di oggi potrebbe reggersi su aspettative ancora fragili.

Un anno di dazi: il bilancio reale

Al netto dell’umore dei mercati questa mattina, il primo anniversario del Liberation Day offre qualche spunto di riflessione non secondario.

I dati sulla manifattura americana mostrano un calo di circa 90mila posti di lavoro rispetto a fine marzo 2025, scendendo da 12,66 a 12,57 milioni di addetti. Secondo la Federal Reserve di New York, il 90% del costo dei dazi è stato scaricato su consumatori e imprese statunitensi. Non esattamente il risultato che era stato promesso.

Sul fronte commerciale, le tariffe hanno ridisegnato le rotte degli scambi globali senza tuttavia ridurre in modo apprezzabile il deficit complessivo degli USA. Le importazioni dalla Cina sono calate del 30% e il deficit bilaterale con Pechino è sceso a 202 miliardi di dollari, il minimo da vent’anni. Ma questo calo è stato compensato da un aumento degli acquisti da Messico, Vietnam e India, lasciando il saldo totale sostanzialmente invariato.

Il regime tariffario oggi: 15% e un accordo UE-USA da tenere d’occhio

Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimo l’uso dell’IEEPA come base giuridica per i maxi-dazi, Trump ha portato le tariffe globali al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio 2026, per una durata di 150 giorni.

L’accordo commerciale tra UE e USA esiste, ma è condizionato. Il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione su due proposte legislative che attuano l’intesa di Turnberry. I deputati hanno rafforzato una clausola di sospensione che permetterebbe di bloccare le preferenze commerciali se gli USA imponessero dazi superiori al 15% concordato. È stata inoltre inserita una clausola “sunrise” — le preferenze entrano in vigore solo se Washington rispetta i propri impegni — e una “sunset” con scadenza al 31 marzo 2028.

L’inflazione torna a salire, la BCE osservata speciale

Il rialzo dei listini avviene in un contesto macro non privo di tensioni. A livello europeo, l’inflazione segna a marzo +2,5% su base annua, in aumento rispetto al +1,9% di febbraio. Anche in Italia i prezzi accelerano a marzo, secondo le stime preliminari.

Sul fronte della BCE, Isabel Schnabel ha adottato un tono più accomodante, affermando che la Banca Centrale Europea “deve essere vigile, ma non c’è bisogno di affrettarsi” e dovrebbe evitare di reagire in modo eccessivo agli shock energetici. Una postura che — almeno per ora — allontana lo spettro di rialzi aggressivi dei tassi, ma che potrebbe cambiare rapidamente se il petrolio dovesse tornare a correre.