Il CPI di aprile accelera al massimo da maggio 2023 spinto dallo shock energetico legato al conflitto con l’Iran. Piazza Affari cede oltre l’1%, lo spread BTP-Bund si allarga e i futures di Wall Street girano in negativo. Il mercato sembra ora scommettere su una Fed ferma per tutto il 2026.
Il dato che il mercato temeva da settimane è arrivato, e probabilmente anche un filo peggio del previsto. L’indice dei prezzi al consumo statunitense di aprile, pubblicato questa mattina dal Bureau of Labor Statistics, ha segnato un incremento del 3,8% su base annua, contro il 3,7% atteso dal consenso degli analisti e il 3,3% di marzo. Si tratta del livello più alto da maggio 2023, in un contesto in cui la dinamica dei prezzi sembrava ormai stabilizzata sotto la soglia del 3,5%.
Su base mensile la crescita è stata dello 0,6%, in linea con le stime, ma in rallentamento rispetto al +0,9% di marzo che era stato il dato più alto da giugno 2022. Anche la componente “core” — quella che esclude alimentari ed energia e che la Fed osserva con particolare attenzione — ha sorpreso al rialzo: +2,8% annuo contro il +2,7% atteso, con un balzo mensile dello 0,4% rispetto al +0,3% del consenso. Numeri che, secondo quanto riportato da Reuters e Investing, riducono drasticamente lo spazio per qualsiasi ipotesi di taglio dei tassi entro fine anno.
Lo shock petrolifero che il mercato non riesce ad assorbire
La spinta principale, anche stavolta, arriva dall’energia. Secondo i dati BLS, il comparto è salito del 17,9% su base annua, con la benzina in rialzo del 28,4% e l’olio combustibile addirittura del 54,3%. È il prolungamento dell’onda d’urto generata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziato a fine febbraio, che da oltre dieci settimane mantiene di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz e tiene il Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile.
A pesare sul sentiment di oggi c’è anche la dichiarazione del presidente Trump, che ieri sera ha definito la tregua con Teheran “in stato di vita massimamente artificiale” dopo aver rifiutato l’ultima proposta iraniana. Il Brent viaggia oltre i 104 dollari, mentre il WTI è tornato a ridosso dei 98. JP Morgan, citata da Reuters nelle scorse ore, ha confermato la propria view di un Brent a quota 100 dollari fino al 2026 anche in caso di riapertura dello Stretto, segnale che probabilmente il premio geopolitico è ormai strutturale.
Borse europee in rosso, banche italiane storia a parte
In Europa la giornata è iniziata in territorio negativo e il dato USA non ha aiutato. Il DAX di Francoforte cede l’1,24%, Milano l’1,18%, Parigi l’1,02% e Londra l’1,01%. A Piazza Affari, secondo i dati di Borsa Italiana e Il Sole 24 Ore, il FTSE MIB oscilla intorno ai 49.160 punti, con vendite concentrate su banche e tecnologici: Nexi è la peggiore con un -3,26%, seguita da Mediobanca (-2,52%) e dalle due big UniCredit (-1,95%) e Intesa Sanpaolo (-1,57%).
Sui titoli bancari, però, la lettura non è univoca. Monte dei Paschi, che pure aveva aperto in calo, è tornata in territorio positivo (+1,46% a 9,47 euro) dopo aver diffuso i conti del primo trimestre 2026, i primi che incorporano il contributo di Mediobanca: il consolidamento sembra iniziare a produrre gli effetti attesi, con sinergie da 700 milioni confermate dal management e una crescita della raccolta nel private banking. BFF Bank vola dell’8,88% sui risultati trimestrali, mentre al segmento STAR spicca Pharmanutra (+13,4%) dopo una trimestrale ben oltre le attese e diverse revisioni al rialzo dei target price.
Sul fronte energy, occhi puntati su Eni, Tenaris e Saipem, sostenuti dalla corsa del greggio. Eni ha collocato ieri due nuove emissioni in dollari da complessivi 3 miliardi sulle scadenze 10 e 30 anni, con una domanda da 15 miliardi per ciascuna tranche e oltre 240 investitori istituzionali coinvolti: un segnale che probabilmente il mercato continua a guardare con favore al credito investment grade italiano nonostante il quadro macro complicato.
Spread, valute, materie prime: cosa si muove
Lo spread BTP-Bund si è allargato in mattinata a 77 punti base dai 74 della vigilia, con il rendimento del decennale italiano salito al 3,86% dal 3,78%. L’euro/dollaro scambia intorno a 1,175, mentre l’oro ha corretto a 4.705 dollari l’oncia e l’argento è scivolato sotto gli 85 dollari, in un movimento che forse riflette più prese di beneficio che un vero cambio di scenario, considerato il contesto inflazionistico ancora caldo.
Capitolo a parte per il Bitcoin, che oscilla intorno agli 81.000 dollari (circa 69.000 euro): le criptovalute sembrano scontare la prospettiva di una Fed che resta restrittiva più a lungo, con il “no cuts in 2026” che secondo i dati del CME FedWatch citati da Kiplinger è ormai lo scenario base per i futures sui Fed Funds. Bank of America ha addirittura spostato la prima sforbiciata alla seconda metà del 2027.
Il messaggio per gli investitori
Il punto, probabilmente, non è tanto il singolo dato di aprile — figlio in larga parte di una variabile esogena come il petrolio — quanto la sua persistenza. Come ha sottolineato Joe Brusuelas, capo economista di RSM in un’intervista a Yahoo Finance, il segnale più importante non è il CPI in sé, ma il fatto che i salari reali medi orari siano scesi dello 0,3% su base annua: l’inflazione sta probabilmente erodendo il potere d’acquisto e questo potrebbe pesare sui consumi nei prossimi trimestri, complicando ulteriormente il quadro per la Fed.
In questo contesto, le aspettative sembrano polarizzarsi: da un lato un mercato azionario USA che continua a flirtare con i massimi grazie alla spinta dell’AI (con il blocco “AI Class 2026” che secondo le stime di Wall Street tratta a circa 39 volte gli utili, lontano dai 152x dei “dot-com darlings” del 1999), dall’altro un fronte macro che probabilmente resterà ostile per tutto l’anno. Per chi guarda all’Europa, la combinazione di banche italiane con utili in crescita, settore oil sostenuto e BTP che offrono rendimenti reali interessanti potrebbe rappresentare una nicchia difensiva, sempre tenendo presente che lo spread può muoversi rapidamente in caso di nuove tensioni geopolitiche.
I prossimi appuntamenti chiave saranno il PCE di aprile a fine mese — l’indice dei prezzi preferito dalla Fed — e i dati su vendite al dettaglio e payrolls di maggio. Saranno questi, più ancora del CPI di oggi, a dire se l’inflazione sta davvero passando dai prezzi dell’energia a quelli dei servizi, scenario che renderebbe la Fed ancora più cauta.