Inflazione eurozona al 3,8% e prezzi USA a 77,9: perché BCE e Fed rischiano di alzare i tassi per motivi diversi

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A settembre l’inflazione dell’area euro è salita al 3,8%, dal 3,2% di agosto e sopra le attese del 3,6-3,7%: è il livello più alto da circa tre anni. Nelle stesse ore, negli Stati Uniti, l’indice dei prezzi pagati dall’industria manifatturiera è balzato a 77,9, il valore di inizio guerra in Iran. Sono due inflazioni diverse: quella europea è quasi tutta energia, quella americana nasce dentro le fabbriche di un’economia che continua a crescere. Per chi risparmia in Italia la differenza non è accademica, perché decide cosa succede a conti deposito, BTP e dollaro nelle prossime settimane.

I numeri Eurostat: energia al 18,8%, inflazione di fondo al 2,5%

La stima flash pubblicata stamattina conferma quello che i dati nazionali avevano anticipato: Spagna al 5,0%, Italia al 4,1%, Francia al 3,4%, Germania al 3,3%. A spingere l’indice generale è l’energia, che sale del 18,8% su base annua dal 14,3% di agosto. I servizi accelerano leggermente al 3,2%, gli alimentari restano all’1,4%, i beni industriali non energetici all’1,1%. L’inflazione di fondo, quella che esclude energia, alimentari, alcol e tabacco, risale al 2,5% dal 2,4%: sopra l’obiettivo della BCE, ma lontana dal 3,8% del titolo.

ComponenteSettembre 2026Agosto 2026
Indice generale (HICP)+3,8%+3,2%
Inflazione di fondo+2,5%+2,4%
Energia+18,8%+14,3%
Servizi+3,2%+3,0%
Alimentari, alcol e tabacco+1,4%+1,1%
Beni industriali non energetici+1,1%+1,2%

Nostra elaborazione su stima flash Eurostat, settembre 2026. Variazioni su base annua.

Il dato definitivo arriva il 16 ottobre. Come abbiamo scritto ieri per l’Italia, lo scarto tra indice generale e inflazione di fondo è il vero tema: l’Europa ha un problema di energia importata, non di domanda che corre.

Negli Stati Uniti l’inflazione arriva dalla fabbrica

Il rapporto ISM sul settore manifatturiero di settembre racconta una storia diversa. L’indice generale è a 54,5, poco sotto le attese ma al nono mese consecutivo di espansione, con nuovi ordini a 55,3, produzione a 56,7 e occupazione a 52,7. Il numero che ha fatto discutere è l’indice dei prezzi pagati, salito a 77,9 da 71,1: quasi sette punti in un mese. Secondo l’ISM pesano acciaio e alluminio, i dazi su molti beni importati e i derivati del petrolio legati al conflitto in Medio Oriente; nessuna materia prima risulta in calo di prezzo. Nello stesso giorno le richieste di sussidio sono scese a 197 mila, quarto calo settimanale consecutivo.

Il vicepresidente della Fed Jefferson lo ha detto senza giri di parole: l’inflazione “è troppo alta da troppo tempo”, con rischi al rialzo da geopolitica e da una domanda più forte del previsto. Eppure il mercato ha ridotto le probabilità di un rialzo il 28 ottobre a circa un terzo, dal 70% di una settimana fa, dopo un dato PCE più morbido. Il rialzo di dicembre resta lo scenario di base. Oggi alle 14:30 i dati sul lavoro di settembre, con un consenso tra 85 e 98 mila nuovi posti e disoccupazione al 4,1%, probabilmente decideranno da che parte pende la bilancia.

Due banche centrali, due problemi diversi

La BCE ha portato il tasso sui depositi al 2,50% con il rialzo del 10 settembre e si riunisce il 29 ottobre. Il mercato prezza circa quattro rialzi nei prossimi dodici mesi, ma dentro il Consiglio le voci sono prudenti: Lagarde parla di risposta “misurata”, Schnabel ha osservato che il balzo dei rendimenti globali sta già facendo parte del lavoro restrittivo. Un’inflazione da costi energetici, se contrastata con tassi più alti, rischia di frenare un’economia che non si sta surriscaldando. Non a caso alcuni grandi gestori sostengono che il mercato abbia “esagerato” nel prezzare i rialzi europei.

La Fed ha un problema più classico: crescita solida, mercato del lavoro vicino alla piena occupazione, costi di produzione in accelerazione e un PCE al 3,4%. Con i Fed funds al 3,75-4,00% dopo il rialzo di settembre, il rischio è lo scenario dei tassi alti più a lungo, con il dollaro già a ridosso di quota 102, massimo da aprile 2025, e l’euro sceso a 1,126.

Cosa dicono i mercati

I rendimenti raccontano la stessa divergenza. Il Treasury decennale ha toccato il 5,34%, massimo dal 2002, per poi rientrare al 5,23%. In Europa il Bund è sceso al 3,47% perché i gestori comprano Germania come rifugio dalla Francia, con l’OAT decennale al 4,92%, mentre il BTP resta fermo intorno al 4,7% e lo spread ha toccato stamattina i 126 punti prima di rientrare. Lo spread, in altre parole, sale per il rally del Bund, non per vendite sui titoli italiani. Il petrolio intanto oscilla intorno ai 100 dollari: ogni dollaro in meno è un argomento in meno per le due banche centrali.

Cosa cambia per chi risparmia e investe

La prima conseguenza riguarda la liquidità. Con la BCE orientata ad alzare ancora, conti deposito, BOT e fondi monetari dovrebbero continuare a rendere di più nei prossimi mesi, e con un’inflazione di fondo al 2,5% il rendimento reale resta positivo. La seconda riguarda le scadenze: i rendimenti dei governativi euro sono ai massimi da anni e, se il mercato ha sovrastimato i rialzi BCE, le scadenze medie tornano interessanti. Conviene probabilmente scaglionare, non scegliere un solo punto della curva.

La terza riguarda la protezione dall’energia. I BTP Italia e i titoli indicizzati all’inflazione europea agganciano la cedola al 3,8% del titolo, non al 2,5% di fondo: finché lo scarto resta ampio, lavorano a favore di chi li detiene. La quarta riguarda il dollaro: un biglietto verde forte aiuta chi ha azioni o bond americani non coperti, ma rende più care le materie prime importate e pesa sui mercati emergenti. Sul fronte azionario, energia e banche beneficiano di prezzi e tassi alti, mentre utility, immobiliare e consumi discrezionali restano i settori più esposti.

Le date da segnare

Oggi alle 14:30 i dati sul lavoro USA, il primo test di questo scenario. Il 16 ottobre il dato definitivo sull’inflazione europea. Il 28 ottobre decide la Fed, il 29 la BCE: due riunioni a ventiquattro ore di distanza, con due inflazioni diverse da affrontare.

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