Ftse Mib in calo mentre lo spread Btp-Bund torna verso 80. Il dato sui prezzi alla produzione americani rallenta a sorpresa, ma fotografa un mese in cui Hormuz era ancora aperto. Wall Street apre in rialzo, i bond restano scettici.
La tesi: due mercati che raccontano due storie diverse
C’è una contraddizione che attraversa la seduta di oggi e che il semplice conteggio dei segni meno sui listini non riesce a spiegare. Da una parte i dati sull’inflazione americana continuano a sorprendere al ribasso e riaccendono l’appetito per il rischio. Dall’altra i rendimenti dei titoli di Stato europei salgono, il petrolio non arretra e il gas naturale corre. È la classica situazione in cui azioni e obbligazioni non stanno leggendo lo stesso copione.
La spiegazione più probabile è anche la più scomoda: i dati che stanno rassicurando gli investitori si riferiscono a giugno, cioè a un mese in cui lo Stretto di Hormuz era ancora percorribile e il greggio non aveva ancora incorporato l’escalation delle ultime settimane. Il mercato azionario sta festeggiando l’inflazione di ieri. Il mercato obbligazionario, invece, sembra già scontare il petrolio di domani.
Piazza Affari e le borse europee: rosso contenuto, rotazione evidente
Secondo la rilevazione ANSA delle 14:10, le borse europee arrivano deboli al traguardo di metà seduta nonostante il rialzo dei future statunitensi. Madrid e Francoforte cedono lo 0,7%, Milano appare fiacca a -0,5%, mentre Londra e Parigi limitano il calo allo 0,2%. Fa eccezione Amsterdam, in rialzo dello 0,84% e sospinta dal balzo di Asml Holding (+3,35%) dopo i conti semestrali e l’aumento delle stime sull’intero esercizio.
Con l’avvio degli scambi americani il quadro si differenzia ulteriormente. Nella rilevazione delle 15:50 circa il Ftse Mib tratta a 52.606 punti (-0,49%) e Francoforte resta la piazza più pesante a 24.974 punti (-0,69%), mentre Londra limita il calo a 10.521 punti (-0,08%) e Parigi gira in positivo a 8.383 punti (+0,20%), in linea con lo Smi svizzero (+0,20%) sostenuto dall’effetto Richemont.
Il dato aggregato, però, nasconde la vera dinamica della giornata, che è di rotazione più che di fuga. Sotto la superficie di un indice in calo di mezzo punto convivono un comparto bancario in ritirata e due settori che tirano nella direzione opposta.
I migliori di Piazza Affari
Il lusso è il protagonista della seduta. Il colosso svizzero Richemont ha pubblicato l’aggiornamento commerciale del primo trimestre, primo del settore in questa stagione, con vendite a 6,3 miliardi di euro e una crescita del 20% a cambi costanti contro il +11% stimato, trainata dalla gioielleria (+24% contro +13% atteso). Come riporta Milano Finanza, il titolo ha guadagnato oltre il 4,5% a Zurigo trascinando Kering (+2,4%) e Burberry (+2,53%). A Milano l’effetto si è visto su Brunello Cucinelli, che in mattinata era arrivato a segnare +2,40% a 82,84 euro prima di ridurre il progresso in scia alle prese di beneficio.
Bene anche Stellantis (+2%), sull’onda delle consegne del secondo trimestre e di quanto emerso al tavolo con il ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il comparto dei semiconduttori beneficia dell’effetto Asml, con Technoprobe (+2,94%) e Stm (+0,39%). Nexi ha guadagnato fino all’1,48% a 4,033 euro sulle indiscrezioni relative a una maxi offerta di Stripe e Advent su PayPal, tema che riaccende il risiko dei pagamenti digitali.
I peggiori
Inwit cede oltre il 2% dopo che il tribunale di Milano ha respinto la richiesta della società di sospendere con urgenza il recesso di Fastweb, controllata italiana di Swisscom, da un contratto di locazione di torri di telecomunicazione. Male Leonardo (-2,23%) e Avio (-1,4%), mentre Lottomatica arretra dell’1,57% dopo uno studio di JpMorgan sul settore delle scommesse in Europa.
Pesante Bff Bank (-2,51%): come riporta Milano Finanza, Banca d’Italia ha confermato il giudizio sfavorevole e i rilievi sui conti delineati nel provvedimento dello scorso 28 marzo, con la richiesta di rettifiche aggiuntive su fatture antecedenti al 2016 che comportano una riduzione del capitale Common Equity Tier 1 per 17 milioni. In rosso anche Prysmian (-1,41%), pur con Jefferies che conferma il rating buy e il target price a 178 euro.
Nel settore bancario europeo la pressione si concentra su Commerzbank (-2,1%), Bbva (-1,15%) e Santander (-1,3%), mentre a Milano la reazione è più sfumata, con Unicredit (-0,44%) e Banco Bpm (-0,32%) in leggero calo e Mps (+0,57%) e Mediobanca (+0,9%) in territorio positivo.
Wall Street: primi scambi, non chiusure
Wall Street ha avviato le contrattazioni in territorio positivo e i numeri vanno letti come primissimi scambi, non come dati consolidati. Nelle prime battute il Dow Jones sale a 52.700 punti (+0,37%), l’S&P 500 a 7.567 punti (+0,31%) e il Nasdaq 100 si muove a 29.599 punti con un progresso marginale dello 0,04%.
Il dettaglio interessante sta nella gerarchia. Ieri il rialzo era stato guidato dal tecnologico, con il Nasdaq 100 in evidenza e i semiconduttori in recupero. Oggi il testimone passa all’indice più tradizionale, mentre il paniere tecnologico resta sostanzialmente fermo. È un segnale coerente con l’idea che il sollievo sui prezzi alla produzione venga incassato dai settori più sensibili al ciclo e ai margini, più che da un ulteriore allungo delle grandi capitalizzazioni tech, già reduci da una seduta brillante.
Il riferimento della vigilia resta il 14 luglio, quando gli indici americani avevano chiuso in ordine sparso: Dow Jones sostanzialmente invariato a 52.508 punti, S&P 500 in progresso dello 0,38% a 7.544 punti e Nasdaq 100 in evidenza, secondo i dati Teleborsa. A trainare erano stati i conti oltre le attese delle grandi banche e il recupero dei semiconduttori, a fronte del crollo del 25% di IBM.
Gli operatori guardano ora a due appuntamenti della giornata: la ripresa della stagione delle trimestrali e l’intervento del presidente della Fed Kevin Warsh previsto per le 16, dopo che nei giorni scorsi ha ribadito una linea di tolleranza zero verso un’inflazione persistentemente elevata.
I dati macro che cambiano il quadro (ma solo in apparenza)
Il Dipartimento del Lavoro americano ha diffuso oggi i prezzi alla produzione di giugno e il risultato ha sorpreso il consenso: -0,3% su base mensile a fronte di attese per una variazione nulla, dopo il +0,6% di maggio. Su base annua l’incremento si ferma al 5,5% contro il +6,2% stimato e il +6% del mese precedente. Il dato core segna +0,2% mensile e +4,7% annuo. Il calo, come sottolinea Teleborsa, è attribuibile ai prezzi dei beni finali, scesi dell’1,4%, mentre i servizi salgono dello 0,2%.
Il numero si aggiunge a quello di ieri sui prezzi al consumo, calati dello 0,4% su base mensile contro il -0,1% atteso, con il tendenziale al 3,5% dal 4,2% di maggio e il core al 2,6%. Sempre oggi, l’indice Empire State di luglio è migliorato più delle attese a 15,6 punti.
Qui sta il nodo che gli operatori potrebbero sottovalutare. Entrambe le rilevazioni fotografano giugno. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, il blocco navale statunitense sui porti iraniani e la corsa del greggio sono eventi che nella statistica di giugno pesano poco o nulla. Il canale di trasmissione dell’energia ai prezzi finali richiede settimane, non giorni. Chi legge il rallentamento di CPI e PPI come la prova che l’inflazione ha superato il picco potrebbe star confondendo una fotografia con una previsione.
Commodity, spread e cambi: il termometro che non mente
Il quadro delle materie prime resta teso. Il Wti guadagna lo 0,61% a 79,83 dollari al barile secondo ANSA, con il future sul Brent che in mattinata viaggiava intorno agli 85,60 dollari (+1%) nella rilevazione di Milano Finanza. Il movimento più significativo, però, è quello del gas naturale europeo: +3% a 54,55 euro al MWh, prezzo che sale insieme alle tensioni tra Stati Uniti e Iran nello stretto. L’oro si mantiene in lieve rialzo a 4.038,8 dollari l’oncia (+0,26%).
Sul fronte valutario il dollaro appare stabile a 1,14 sull’euro e 1,34 sulla sterlina, con il biglietto verde che nelle ultime sedute ha ceduto terreno sia contro euro sia contro yen.
Il segnale più eloquente arriva dai governativi. Lo spread tra Btp e Bund decennali si è riportato in area 78-80 punti base nel corso della seduta, con il rendimento del decennale italiano in rialzo di oltre 4 punti al 3,92%, quello tedesco al 3,13%. Se il rallentamento dell’inflazione americana fosse considerato strutturale, i rendimenti dovrebbero scendere, non salire. Il fatto che accada il contrario suggerisce che il mercato del reddito fisso stia già prezzando la seconda ondata, quella energetica.
Il fattore italiano: un premio al rischio che torna domestico
C’è poi una componente tutta italiana nell’allargamento dello spread. Come riporta Milano Finanza, sulla curva dei Btp pesa anche l’acuirsi delle tensioni nella maggioranza di governo, dopo che il 14 luglio l’aula della Camera, a voto segreto, ha bocciato l’emendamento sulle preferenze, aspetto chiave della riforma elettorale. Lo scarto è stato di un solo voto, 188 no contro 187 sì, nonostante il parere favorevole di esecutivo e commissione.
Il dettaglio conta più di quanto il numero suggerisca. Dall’ottobre 2022 la stabilità politica è stata uno degli asset più apprezzati dagli investitori esteri e dalle agenzie di rating nel giudizio sull’Italia, e ha contribuito a comprimere il differenziale. Un episodio isolato non compromette quella narrativa, ma gli operatori tendono a rivedere il premio al rischio quando la percezione di compattezza si incrina. Se il tema dovesse riproporsi nelle prossime settimane, lo scenario più probabile è quello di uno spread meno reattivo ai fondamentali e più sensibile al calendario parlamentare.
Cosa monitorare nelle prossime sedute
Il punto di equilibrio dipende dall’energia. Goldman Sachs ha stimato che le esportazioni dal Golfo sono scese sotto il 50%, a circa 11 milioni di barili al giorno nell’ultima settimana. La banca d’affari ipotizza due scenari alternativi: il Brent potrebbe superare i 110 dollari nel quarto trimestre se la ripresa dei flussi dovesse continuare a ristagnare, oppure scendere verso i 60 dollari entro fine anno se le tensioni regionali si attenuassero e la produzione recuperasse più rapidamente del previsto. Un ventaglio di 50 dollari che dice molto sull’incertezza del momento.
Secondo Reuters, Teheran sta inoltre lasciando intendere di poter utilizzare gli alleati Houthi nello Yemen per chiudere il passaggio di Bab el-Mandeb verso il Mar Rosso, mettendo a rischio una seconda arteria energetica.
Per l’investitore retail italiano tre indicatori meritano attenzione più dell’indice di Piazza Affari: il prezzo del gas TTF, che rappresenta il canale di trasmissione più diretto sull’inflazione europea e sui margini industriali; il rendimento del Btp decennale, ormai vicino al 3,9%, che riflette insieme il rischio energetico e quello politico interno; e il tono di Warsh, perché un ritorno dell’inflazione via petrolio riaprirebbe il dibattito su un rialzo dei tassi che i dati di giugno sembravano aver archiviato.
La lettura più prudente della giornata è che il sollievo sui prezzi americani sia reale ma parziale, e che la scommessa implicita nei listini azionari, cioè che lo shock energetico resti confinato alle commodity senza contaminare l’inflazione core, sia una scommessa che finora nessuno ha vinto in modo netto in situazioni analoghe.
Disclaimer: il contenuto di questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative e non costituisce in alcun modo consulenza finanziaria, sollecitazione al pubblico risparmio o raccomandazione personalizzata di investimento. I dati di mercato riportati si riferiscono a rilevazioni intraday della seduta del 15 luglio 2026 e sono soggetti a variazione. Ogni decisione di investimento è assunta autonomamente dal lettore e a proprio rischio. Si raccomanda di rivolgersi a un consulente finanziario abilitato prima di operare sui mercati.