Pomeriggio di vendite sui tecnologici dopo la trimestrale deludente di Broadcom. Il Nasdaq 100 cede quasi due punti, l’Europa si muove a due velocità. Occhi su STMicroelectronics, TSMC e i chip asiatici.

La seduta di venerdì pomeriggio conferma quello che molti operatori temevano da qualche giorno: il motore dell’intelligenza artificiale, che ha trainato i mercati per gran parte del 2026, sta forse tirando il fiato. A pesare è soprattutto la trimestrale di Broadcom, accolta male da Wall Street e capace di propagare onde di vendite dall’Asia fino all’Europa.

Al momento della rilevazione, il quadro è eloquente: il Nasdaq 100 arretra dell’1,94%, l’S&P 500 cede lo 0,97%, mentre il Dow Jones limita i danni a -0,31%, segno di una probabile rotazione degli investitori verso i settori più difensivi. In Europa il clima è diviso: FTSE MIB a -0,37% (poco sotto la soglia psicologica dei 50.000 punti), DAX a -0,47%, mentre reggono FTSE 100 (+0,32%) e SMI svizzero (+0,45%), listini meno esposti al comparto dei semiconduttori. Il CAC 40 chiude in sostanziale parità (-0,03%).

Cosa ha spaventato i mercati: il caso Broadcom

Il punto di partenza è la guidance di Broadcom. Secondo i dati riportati da Reuters e ripresi da Il Sole 24 Ore Radiocor, il gruppo americano ha stimato per il terzo trimestre fiscale ricavi attorno ai 16 miliardi di dollari, contro attese di mercato vicine ai 17,2 miliardi, indicando vendite di chip per l’AI a circa 56 miliardi sull’intero esercizio (a fronte di stime per 57,6 miliardi).

Numeri tutt’altro che disastrosi in valore assoluto, ma che probabilmente non bastano più a un mercato abituato ad aspettarsi guidance sempre al rialzo. La reazione è stata netta: il titolo ha perso oltre il 13% nella seduta precedente, trascinando l’intero comparto. Stando ai dati di MarketScreener e Reuters, Micron ha ceduto circa l’8,3%, AMD il 6,8%, Marvell il 5,7% e Qualcomm il 4%, con l’indice Philadelphia Semiconductor giù di oltre cinque punti.

Il messaggio che il mercato sembra inviare è sottile ma importante: la domanda di AI non è sparita, anzi. Quello che forse sta cambiando è la soglia di tolleranza degli investitori, che dopo nove settimane di rialzi consecutivi sul Nasdaq potrebbero aver semplicemente deciso di incassare i profitti.

L’effetto domino sull’Asia: Cina, India e Taiwan sotto la lente

È in Asia che le tensioni si sono viste con maggiore chiarezza, e la geografia del sell-off racconta molto sullo stato di salute del settore.

Taiwan resta il cuore pulsante della filiera. TSMC, il più grande produttore di chip su commessa al mondo, viaggiava in pre-market attorno ai 436 dollari con un calo dell’1,85% (dati Investing). Il titolo paga la fase di nervosismo generale, ma il consenso degli analisti rimane solido: 17 raccomandazioni di acquisto e nessuna di vendita, con un target medio a 12 mesi vicino ai 468 dollari. Vale la pena ricordare che nelle ultime settimane Taiwan e Corea del Sud hanno probabilmente beneficiato più di altri della corsa all’AI, al punto da superare l’India per capitalizzazione complessiva: un dato che secondo diversi gestori riflette la concentrazione di Taipei nel comparto hardware.

In Corea del Sud la correzione è stata violenta: il Kospi ha perso fino al 5-7% in seduta, con SoftBank giù di oltre l’11%. Anche Tokyo ha chiuso in rosso (Topix -0,07% sul finale, dopo cali più ampi in giornata).

La Cina mostra invece un quadro più sfumato. Lo Shanghai Composite cede lo 0,74%, mentre l’indice Hang Seng Tech di Hong Kong si muove attorno ai 4.978 punti. I titoli internet cinesi restano sotto pressione da inizio anno, ma è probabile che Pechino continui a rappresentare una sorta di mercato “parallelo”, meno correlato alle dinamiche dei chip occidentali e più sensibile alle politiche interne. Tencent, in particolare, ha recuperato terreno grazie ai piani di investimento sull’infrastruttura AI. Da monitorare anche SMIC, principale fonderia cinese, che resta esposta alla pressione sui margini.

L’India, infine, paga forse il prezzo della sua minore esposizione all’hardware AI: Sensex e Nifty si muovono deboli, condizionati anche dalle nuove tensioni geopolitiche in Medio Oriente. È una conferma indiretta di quanto, in questa fase, contino i semiconduttori nel determinare la performance di un intero listino.

Sul fronte degli indici globali, il termometro è chiaro: MSCI Emerging a -1,71%, mentre l’MSCI World limita il calo a -0,06%, sostenuto dalla tenuta di Wall Street fuori dal tech e dei difensivi europei.

Titoli da tenere d’occhio a Piazza Affari: il caso STMicroelectronics

Per l’investitore italiano il nome da seguire resta STMicroelectronics, ancora una volta in fondo al FTSE MIB nelle sedute più nervose, in linea con il resto della filiera europea dei chip.

Qui la lettura va però maneggiata con prudenza. Il titolo arriva da un 2026 straordinario, con un rialzo che supererebbe il 150% da inizio anno secondo i dati di mercato, e diverse case d’investimento hanno alzato il target price nelle settimane scorse (UBS, per esempio, lo ha portato a 80 euro). I cali di queste sedute potrebbero quindi essere letti, almeno in parte, come fisiologiche prese di beneficio dopo una corsa molto sostenuta, più che come un cambio di rotta sui fondamentali.

I rischi però esistono e vanno citati: la concorrenza asiatica sui chip di potenza, le restrizioni all’export e l’accelerazione dei produttori cinesi restano variabili difficili da prevedere. Lo scenario per i prossimi mesi probabilmente dipenderà dalla tenuta della domanda nei settori automotive e industriale, i due pilastri del business di STM.

I market mover oltre i chip: tassi, macro e geopolitica

Il quadro non si esaurisce nei semiconduttori. Sul fronte macro, secondo la terza stima di Eurostat ripresa da MilanoFinanza, il PIL dell’Eurozona si è contratto dello 0,2% nel primo trimestre 2026, una revisione al ribasso che pesa sull’umore dei listini. In Italia le stime di crescita del governo sono state riviste, attestandosi su valori prossimi allo 0,6% per l’anno in corso.

Negli Stati Uniti, il mercato del lavoro ha mostrato resilienza con circa 172.000 nuovi posti a maggio, un dato che ha spinto il rendimento del Treasury decennale verso il 4,5%. Sullo sfondo, gli operatori prezzano con buona probabilità un rialzo di 25 punti base da parte della BCE nella riunione dell’11 giugno, mentre alla Fed è da poco entrato in carica il nuovo presidente Kevin Warsh.

Resta infine il fattore geopolitico. Le tensioni in Medio Oriente, con il nodo del cessate il fuoco ancora irrisolto, continuano a influenzare il sentiment e il prezzo del petrolio, che nelle ultime sedute ha mostrato volatilità con il Brent in area 95 dollari.

In sintesi

La giornata sembra raccontare un mercato che non rinnega la scommessa sull’intelligenza artificiale, ma che forse comincia a pretendere conferme più solide prima di pagare valutazioni così elevate. Per gli investitori, probabilmente, la parola d’ordine nelle prossime sedute sarà selettività: distinguere tra chi nella filiera AI ha fondamentali capaci di reggere e chi è salito soprattutto sull’onda dell’entusiasmo. La tenuta dei 50.000 punti sul FTSE MIB e il comportamento di STM saranno, da questo punto di vista, due indicatori da non perdere di vista.