Apertura dei mercati europei. Wall Street resta chiusa per la festività del Juneteenth.

Piazza Affari si presenta all’ultima seduta della settimana con un primato che ormai quasi non fa più notizia: sei rialzi consecutivi e un FTSE MIB che giovedì ha chiuso a 52.688 punti, sopra il record di chiusura toccato appena ventiquattro ore prima. È il numero che finirà sui titoli. Ma probabilmente non è quello che conta di più. Mentre l’attenzione resta incollata all’indice e al “dividendo di pace” sul petrolio dopo l’intesa tra Stati Uniti e Iran, c’è un dato che si muove in silenzio e che racconta forse meglio di ogni altro lo stato di salute del mercato italiano: lo spread BTP-Bund, schiacciato intorno ai 70 punti base. Un livello che non si vedeva con questa stabilità da diversi anni.

Il record che nessuno celebra: lo spread sotto controllo

Partiamo da qui, perché è probabilmente la storia meno raccontata della settimana. Nelle ultime sedute il differenziale tra il rendimento del BTP decennale e quello del Bund tedesco ha oscillato intorno a quota 70 punti base, con il rendimento del titolo italiano a dieci anni tornato sotto il 3,65% (dati Soldionline e MilanoFinanza relativi alla seduta del 18 giugno). Per dare una misura del cambiamento: solo qualche anno fa uno spread sopra i 200 punti veniva considerato fisiologico per l’Italia.

La compressione non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È il modo in cui il mercato dice, con i soldi e non con le parole, quanto rischio percepisce nel prestare denaro allo Stato italiano. E in questo momento sembra percepirne sorprendentemente poco. Le ragioni plausibili sono diverse e probabilmente agiscono insieme: una certa stabilità politica interna, una disciplina di bilancio percepita come credibile, e un contesto europeo in cui i capitali in cerca di rendimento trovano nei titoli italiani un compromesso ancora interessante tra cedola e rischio percepito.

C’è poi un fattore che rischia di passare inosservato proprio in una giornata come questa. La Federal Reserve guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh ha appena assunto un tono molto più aggressivo del previsto, lasciando intendere che negli Stati Uniti i tassi potrebbero perfino salire entro fine anno. In teoria, rendimenti americani più alti dovrebbero risucchiare capitali e mettere sotto pressione i Paesi periferici dell’Eurozona. Eppure il BTP regge, e anzi il suo premio sul Bund si riduce. È una divergenza che vale la pena tenere d’occhio: forse il mercato sta scommettendo che la BCE resterà più prudente e che l’Italia, per una volta, non sia l’anello debole della catena.

Wall Street in pausa: oggi l’Europa gioca da sola

Una premessa che cambia la lettura dell’intera giornata: i mercati statunitensi sono chiusi oggi per il Juneteenth. Significa liquidità più sottile sui listini europei, possibili movimenti amplificati su volumi ridotti e l’assenza di quel flusso di dati e quotazioni da Oltreoceano che di solito orienta il pomeriggio di Piazza Affari. In sedute come questa i prezzi vanno presi con qualche cautela in più: un singolo ordine di dimensioni rilevanti può spostare un titolo più del solito.

Per ricostruire il quadro conviene ripartire da giovedì 18 giugno, l’ultima seduta piena prima della pausa. Wall Street ha messo a segno un deciso rimbalzo dopo lo scossone provocato dalla Fed: secondo i dati di Investing.com e Yahoo Finance, l’S&P 500 ha chiuso a 7.500,58 punti (+1,08%), il Nasdaq Composite è salito dell’1,91% a 26.517,93 e il Dow Jones ha limato un +0,14% a 51.564,70. A trainare il recupero è stato soprattutto il comparto dei semiconduttori, sostenuto dall’annuncio di un accordo tra Intel e Apple sulla produzione di chip negli Stati Uniti: Intel ha guadagnato oltre il 10% nella seduta, con Micron e Broadcom in scia, come riportato da CNBC e Trading Economics.

Il punto interessante è il contrasto con appena due giorni prima. Mercoledì 17 giugno, alla sua prima riunione da presidente, Warsh aveva accompagnato la decisione di lasciare i tassi fermi nell’intervallo 3,50%-3,75% con un messaggio sorprendentemente da falco: nove membri su diciotto del comitato si sono detti favorevoli ad almeno un rialzo entro il 2026, la forward guidance è stata di fatto abbandonata e lo stesso Warsh si è rifiutato di indicare una traiettoria. L’S&P 500 aveva reagito con il peggior “giorno della Fed” sotto un nuovo presidente dal 1994. Che il giorno dopo il mercato abbia ripreso a comprare lascia pensare che, almeno per ora, gli investitori vogliano leggere la forza dell’economia americana più come opportunità che come minaccia. È un equilibrio che potrebbe però rivelarsi fragile.

Petrolio giù, accordo USA-Iran: il “dividendo di pace” prende forma

L’altro grande tema resta il greggio. Il prezzo del Brent si è mosso in area 77-79 dollari al barile, con i future in calo nella seduta di giovedì sulla scia dei progressi diplomatici tra Washington e Teheran. Qui è doveroso un avvertimento sui dati: nelle ultime ore le quotazioni rilevate dalle diverse fonti non coincidono perfettamente — alcune indicano il Brent poco sotto i 78 dollari, altre intorno ai 79 — una discrepanza fisiologica tra feed in tempo reale e prezzi di chiusura, ma che invita a non prendere la singola cifra come oro colato. Il messaggio di fondo, comunque, è chiaro: la direzione è al ribasso.

Il motore è geopolitico. Stati Uniti e Iran hanno firmato — per via elettronica, secondo quanto confermato dal portavoce della diplomazia iraniana e ripreso da Al Jazeera — un memorandum d’intesa in 14 punti che estende per 60 giorni il cessate il fuoco, prevede la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la rimozione del blocco navale statunitense ai porti iraniani. La cerimonia ufficiale che era attesa proprio oggi a Ginevra sarebbe stata congelata, poiché la firma è già avvenuta a distanza. Per un Paese importatore netto di energia come l’Italia, un petrolio più economico è una boccata d’ossigeno: significa minori costi per le imprese e, verosimilmente, meno pressione sui prezzi al consumo nei prossimi mesi.

Non a caso Confcommercio, citata da MilanoFinanza, ha rivisto leggermente al rialzo le proprie aspettative, parlando della possibilità di una crescita italiana vicina all’1% nel 2026 anche nell’ipotesi di una seconda parte d’anno meno brillante. Resta la prudenza d’obbligo: si tratta di un’intesa preliminare, non di una pace definitiva, e la questione del programma nucleare iraniano è stata rinviata ai negoziati successivi. Le interpretazioni delle due parti sulle modalità di attuazione, peraltro, divergono ancora su diversi punti. Il rischio che qualcosa si inceppi non è scomparso: è solo passato in secondo piano.

I protagonisti di Piazza Affari

Sotto la superficie dell’indice, la seduta del 18 giugno ha raccontato due Italie diverse.

STMicroelectronics è stata la stella del listino, in rialzo del 4,19% a 67,91 euro, agganciata al rally globale dei semiconduttori. Per il bellwether tecnologico italiano è la conferma che, quando il comparto chip si muove a Wall Street, Milano risponde. La rotazione verso il tech, in questa fase, sembra avere più gambe di quanto le incertezze sui tassi lascerebbero immaginare.

Stellantis, all’opposto, ha pagato il conto più salato con un calo del 3,67% a 5,565 euro, tra le peggiori del paniere principale. Il titolo dell’automobile resta sotto osservazione, in un settore che continua a fare i conti con domanda incerta e transizione industriale.

Sul fronte bancario, il risiko non si ferma. Secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg e rilanciate dalla stampa italiana, Crédit Agricole starebbe valutando un rafforzamento della propria quota in Banco BPM, mentre sullo sfondo resta l’OPA di Intesa Sanpaolo su MPS. È probabile che il consolidamento del credito italiano resti uno dei fili conduttori dei prossimi mesi, con i francesi sempre più attori e non semplici spettatori. Banco BPM ha chiuso giovedì in evidenza proprio su queste voci.

Da segnalare anche Avio, in progresso e sui massimi del mese: i nuovi booster a propellente solido P160C hanno spinto il lanciatore europeo Ariane 6 a mettere in orbita 36 satelliti della costellazione Leo di Amazon. Una storia industriale che, lontano dai riflettori delle banche, conferma il peso crescente della filiera aerospaziale italiana. In rosso invece, come prevedibile, i petroliferi: Eni e Saipem hanno risentito del calo del greggio.

Cosa potrebbe muovere la giornata

Con l’America in pausa, l’agenda di oggi è più povera del solito e il rischio è quello di una seduta interlocutoria, guidata più dal sentiment che dai dati. Gli occhi resteranno probabilmente sull’evoluzione concreta dell’accordo USA-Iran — qualsiasi conferma sulla riapertura effettiva di Hormuz potrebbe pesare ancora sul petrolio — e sui titoli oil, che si muovono in direzione inversa rispetto al greggio. Sul fronte domestico, prosegue fino alle 13 di oggi il collocamento del BTP indicizzato all’inflazione riservato alla clientela retail, un altro tassello del rapporto tra risparmiatori italiani e debito pubblico che vale la pena monitorare.

In sintesi, il FTSE MIB arriva al traguardo della settimana in posizione di forza, ma è plausibile che la vera notizia non sia il record dell’indice. È quello, molto più silenzioso, che si sta consumando sul mercato dei titoli di Stato. Se la compressione dello spread reggerà anche di fronte a una Fed più aggressiva, allora sì che si potrà parlare di un cambio di passo strutturale per l’Italia. Per ora, prudenza: i record sono fatti per essere celebrati, ma anche per essere messi alla prova.