La tesi: questa non è avversione al rischio, è un riprezzamento dell’inflazione
C’è un dettaglio che smonta la lettura più comoda della seduta odierna. Se i mercati europei stessero scontando un classico shock geopolitico, dovremmo vedere l’oro esplodere, il dollaro correre, i rendimenti obbligazionari scendere per l’acquisto di titoli rifugio e le banche affondare insieme a tutto il resto.
Sta accadendo l’esatto contrario, o quasi. Secondo ANSA (rilevazione delle 14:12), l’oro guadagna un modesto 0,28% a 4.041 dollari e il dollaro resta pressoché invariato. Alle 14:36 lo spread tra BTP e Bund si allarga a 81 punti base, ma con i rendimenti che salgono su tutta la curva: il decennale italiano al 3,96%, l’OAT francese al 3,95%, il Bund tedesco al 3,15%. E a Piazza Affari le banche sono in territorio positivo, con Mediobanca a +0,95%, Unicredit a +0,74%, Intesa Sanpaolo a +0,5% e Mps a +0,23%.
Un mercato spaventato non compra banche e non vende obbligazioni. Un mercato che riprezza l’inflazione fa esattamente questo. Lo scenario più probabile, alla luce dei flussi odierni, è che gli operatori non stiano scappando dal rischio: stiano ricalibrando le aspettative sui tassi, con lo Stretto di Hormuz come nuova variabile del modello.
Il quadro della seduta europea
Le rilevazioni ANSA delle 14:12 fotografano un’Europa in rosso ma senza panico: Parigi cede lo 0,9%, Francoforte lo 0,9%, Milano lo 0,68%, Madrid lo 0,6% e Londra si limita a un più contenuto 0,3%. In mattinata Milano Finanza segnalava un FTSE MIB poco mosso in avvio, dopo un’apertura in leggero rialzo (+0,09% a 52.457 punti), progressivamente eroso nel corso della mattinata fino a scivolare in area 52.000 punti.
La distribuzione delle perdite è più eloquente del livello dell’indice. A Piazza Affari sprofondano STM (-4,4%) e Prysmian (-4,02%), con Poste pesante a -2%. Sul lato opposto resistono banche e petroliferi, con Tenaris in evidenza fra i migliori. Il messaggio implicito: viene colpito ciò che ha duration lunga e multipli tirati, viene premiato ciò che guadagna da tassi alti e da un barile caro.
L’angolo: Warsh mette Hormuz dentro la funzione di reazione della Fed
Qui arriva il passaggio che il mercato sembra aver metabolizzato solo in parte. Nell’audizione al Senato riportata da Milano Finanza, il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha elencato le tre cause dell’inflazione attuale: l’intelligenza artificiale, il conflitto con l’Iran e l’effetto residuo delle importazioni diventate più costose. Alla domanda se il fenomeno sia temporaneo o permanente, la risposta è stata netta: «Non sarà permanente sotto la mia guida».
È una frase che cambia il segno del trade su Hormuz. Se il conflitto è una fonte di inflazione riconosciuta dalla banca centrale, un’escalation energetica non produce una Fed più accomodante per sostenere la crescita: produce una Fed meno disposta ad allentare. Il rendimento del Treasury decennale al 4,55%, in risalita dopo l’audizione, va letto in questa chiave. Ieri i dati sull’inflazione americana inferiori alle attese avevano spinto i mercati a escludere un rialzo dei tassi già a luglio, come segnalava Milano Finanza. Oggi il canale energetico rimette la questione sul tavolo dal lato opposto.
Per l’Europa la traduzione è ancora più diretta. I contratti TTF ad Amsterdam salgono dell’1,8% a 55,3 euro al megawattora (ANSA, ore 15:06), il Brent si mantiene sopra gli 84 dollari al barile dopo il quinto giorno consecutivo di raid statunitensi sull’Iran, mentre il WTI viaggia in area 79 dollari. L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha avvertito che un nuovo blocco di Hormuz cambierebbe la situazione energetica mondiale, e secondo indiscrezioni di stampa riprese da ANSA l’Iran avrebbe chiesto agli Houthi di prepararsi a chiudere il Mar Rosso. Il gas europeo è la variabile su cui la BCE ha meno controllo e maggiore sensibilità.
Wall Street: primi scambi, non chiusure
La campanella di New York è appena suonata e i numeri che circolano vanno trattati per quello che sono: primissime indicazioni, non un giudizio sulla giornata. I future segnalavano un Dow Jones in leggero rialzo, con S&P 500 e Nasdaq 100 impostati in territorio negativo, quest’ultimo il più debole dopo i conti di TSMC, che pur avendo riportato ricavi record nel secondo trimestre e alzato le stime sugli investimenti non ha convinto un mercato attento alle valutazioni e agli annunci di prezzi più alti. Sul tavolo degli operatori americani ci sono le vendite al dettaglio di giugno, i sussidi settimanali di disoccupazione e la trimestrale di Netflix attesa in serata.
Le prime battute confermano l’impostazione europea: pressione sui semiconduttori, rendimenti in salita, energia sostenuta. È la stessa rotazione, vista dall’altra sponda dell’Atlantico.
Cosa guardare da qui alla chiusura
Tre indicatori possono confermare o smentire la tesi. Il primo è la tenuta delle banche italiane: se restano positive con l’indice in rosso, la lettura del riprezzamento dei tassi regge. Il secondo è il gas TTF, che a 55 euro resta lontano dai livelli di crisi ma la cui direzione conta più del livello. Il terzo è lo spread a 81 punti: un allargamento con rendimenti in salita è compatibile con lo scenario inflazionistico, un allargamento con rendimenti in discesa segnalerebbe invece un problema di credito italiano, ipotesi che al momento i dati non supportano.
Per il risparmiatore la domanda operativa non è se le borse chiuderanno in rosso. È se il portafoglio sia costruito per uno scenario di tassi alti più a lungo del previsto, che è cosa diversa da uno scenario di recessione. Gli operatori, oggi, sembrano scommettere sul primo.
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