La giornata in cui il cartello del petrolio ha perso un pezzo
C’è una notizia che, forse, riscriverà l’equilibrio del mercato petrolifero per i prossimi anni, e curiosamente non arriva da Vienna né da Riad. Arriva da Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato oggi, attraverso l’agenzia di stato WAM, la decisione di uscire dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal 1° maggio 2026. Sei decenni di militanza nel cartello che si chiudono, ufficialmente, in seguito a quella che il governo emiratino definisce una “revisione strategica” della propria politica produttiva, ma che secondo Bloomberg e Reuters si lega in modo molto più diretto al riassetto regionale post-guerra con l’Iran.
Il comunicato ufficiale parla di una scelta “in linea con la visione strategica ed economica di lungo termine” del Paese e con l’esigenza di rispondere “in modo flessibile alle dinamiche di mercato”. Tradotto: probabilmente Abu Dhabi vuole le mani libere per pompare di più, senza dover negoziare ogni quota mensile con i partner del cartello. Non è una sorpresa per chi segue il dossier da tempo — i contrasti tra Emirati e Arabia Saudita sui livelli di produzione sono diventati pubblici più volte nelle riunioni OPEC degli ultimi anni — ma il timing lo è eccome.
Perché ora? Lo scenario geopolitico che pesa sulla scelta
La frattura, a quanto riportato anche da CNBC, matura nel contesto del nono mese di conflitto con Teheran e dopo settimane di attacchi missilistici e con droni che hanno colpito proprio gli Emirati. Il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz ha praticamente paralizzato l’export di greggio del Paese, con effetti immediati sull’economia. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente emiratino, ha criticato apertamente il livello di sostegno arabo e del Golfo durante la crisi, definendolo “storicamente il più debole”. Insomma, il messaggio che Abu Dhabi sta probabilmente cercando di mandare è doppio: agli alleati regionali, dichiarando autonomia; ai mercati, promettendo barili.
Per gli Stati Uniti, invece, è quasi un assist politico. Donald Trump ha ripetutamente accusato l’OPEC di gonfiare i prezzi e di approfittare della protezione militare americana, e l’uscita di uno dei produttori più sofisticati del cartello — il terzo per output dopo Arabia Saudita e Iraq — è probabilmente una vittoria comunicativa significativa per la Casa Bianca.
La reazione del greggio: Brent e WTI tornano sui massimi recenti
Il mercato ha reagito con la prevedibile nervosità. Secondo i dati raccolti da TradingEconomics e NBC News, il Brent è salito sopra 111 dollari al barile (+2,7% circa nella giornata, ai massimi da marzo), mentre il WTI ha rotto la soglia psicologica dei 100 dollari, toccando area 102 dollari. Va precisato che il movimento riflette solo in parte la notizia emiratina: pesano anche lo stallo dei colloqui USA-Iran e la conferma che lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso, con flussi quasi azzerati. Trump si sarebbe detto insoddisfatto dell’ultima proposta di Teheran — riportata via Pakistan — che chiedeva la rimozione del blocco navale in cambio della cessazione delle ostilità.
Goldman Sachs, va ricordato, manteneva fino a poche settimane fa un rischio rialzista che portava il Brent fino a 115 dollari nel quarto trimestre in caso di rottura del cessate il fuoco. Quel rischio, oggi, sembra meno teorico.
Borse europee in ordine sparso, Milano gira la giornata
Il listino italiano è stato il più vivace d’Europa. Secondo Milano Finanza e ANSA, il FTSE MIB ha consolidato i 48.000 punti con un progresso superiore all’1,1%, trainato proprio dai petroliferi e dalle banche. Eni ha guadagnato circa il 3% a 23,48 euro, Saipem ha aggiunto lo 0,75% e Tenaris lo 0,71%. Sul fronte bancario, Unicredit è salita di oltre il 3%, con bene anche Bper (+2,5%) e Banco Bpm (+2,1%). Lo spread BTP-Bund si attesta intorno agli 82 punti base, con il rendimento del decennale che lima al 3,87%.
Le altre piazze sono state più caute: Francoforte poco mossa (+0,1%), Parigi +0,17%, Londra +0,44%, Madrid quasi un punto percentuale di guadagno (+0,99%). L’euro si indebolisce contro il dollaro, con il biglietto verde che — paradossalmente — ne approfitta nonostante il quadro di rischio.
Wall Street: i dubbi su OpenAI raffreddano il tech
Negli Stati Uniti, secondo Yahoo Finance, l’apertura è stata contrastata. I futures sul Nasdaq 100 hanno ceduto lo 0,9% dopo il record di lunedì, mentre l’S&P 500 è scivolato dello 0,4%. Il Dow Jones, meno esposto al tech, è invece in lieve rialzo (+0,3%). Pesa una indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui OpenAI avrebbe mancato i propri target di ricavi e di nuovi utenti negli ultimi mesi, con la CFO Sarah Friar che — sempre secondo il giornale — avrebbe espresso preoccupazioni interne sulla sostenibilità degli enormi contratti di capacità computazionale. Oracle, partner storico, è scivolato in pre-market.
L’attenzione resta puntata sulle trimestrali della settimana: mercoledì toccherà ad Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft, giovedì ad Apple. In parallelo, la Fed chiude domani la riunione del FOMC e il consenso vede i tassi invariati, in quella che probabilmente sarà l’ultima conferenza di Jerome Powell prima del passaggio di consegne.
Cosa aspettarsi nei prossimi giorni
Forse il dato più rilevante non è tanto il movimento di prezzo di oggi, quanto il fatto che la decisione emiratina rischia di erodere la coesione del cartello in un momento di crisi geopolitica già esplosiva. Se Abu Dhabi inizierà davvero a ramp-uppare la produzione “in modo graduale e misurato” come promesso, l’effetto sui prezzi a medio termine potrebbe essere ribassista, ma l’arma è spuntata fino a quando lo Stretto di Hormuz resta inagibile. Per ora, dunque, prevale il premio di rischio. Tra OPEC indebolita, Hormuz bloccato e Fed in attesa, il pomeriggio dei mercati racconta un mondo dove le certezze pesano sempre meno.