Dopo la sessione di ieri, conclusasi con un rimbalzo significativo grazie alle parole di Trump su un possibile accordo con Teheran, i mercati americani sembrano orientati a restituire almeno parte dei guadagni. Secondo Reuters, i futures sugli indici di Wall Street perdono terreno stamattina, dopo il rally tentato nella seduta precedente. A pesare, probabilmente, è la crescente confusione sul fronte geopolitico — che rimane il vero motore dei mercati in questa fase.

Il contesto: un rimbalzo fragile
Ieri, lunedì 23 marzo, Wall Street aveva chiuso in netto rialzo. Il Dow Jones aveva guadagnato l’1,38% a 46.208 punti, il Nasdaq aveva avanzato dell’1,38% a 21.946 punti e l’S&P 500 aveva segnato un progresso dell’1,15% a 6.581 punti , tutto trainato dalle dichiarazioni di Trump su un presunto accordo con l’Iran. Quel rimbalzo, però, si è rivelato meno solido di quanto potesse apparire.
Il problema è che Teheran ha smentito quasi tutto. Il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf ha bollato come false le parole di Trump sui colloqui in corso, sostenendo che “queste fake news vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”. Una smentita netta, che ha rimesso in discussione lo scenario ottimistico prezzato ieri dagli investitori.
La Casa Bianca ha cercato di tenere il punto. La portavoce Karoline Leavitt ha definito “fluida” la situazione, precisando che “sono in corso discussioni diplomatiche delicate e gli Usa non negozieranno tramite la stampa”. Un linguaggio che, nella pratica, non rassicura granché i mercati.
Iran, Hormuz e petrolio: il nodo che tutto dipende
Il cuore del problema, per i mercati energetici e non solo, rimane lo Stretto di Hormuz. Gli analisti sottolineano che, anche se i negoziati tra Stati Uniti e Iran dovessero avere successo, la riapertura dello Stretto — attraverso il quale transita circa un quinto della fornitura globale di petrolio — “difficilmente avverrà dall’oggi al domani, lasciando le rotte marittime interrotte”.
Sul fronte energetico, i prezzi probabilmente rimarranno volatili ancora a lungo. Il WTI si attestava intorno ai 90 dollari al barile e il Brent sui 103 dollari nella sessione di ieri, dopo il crollo del 10% registrato lunedì in scia al dietrofront di Trump sugli attacchi. Oggi, con le smentite iraniane che si moltiplicano, non è escluso un parziale recupero delle quotazioni petrolifere.
Sul fronte delle riserve strategiche, il segretario all’Energia Chris Wright, intervenuto oggi a CERAWeek a Houston, ha previsto che il rilascio delle riserve di emergenza raggiungerà fino a 1,5 milioni di barili al giorno — una misura che potrebbe aiutare a contenere i prezzi nel breve periodo, ma che difficilmente rappresenta una soluzione strutturale al problema.
L’oro sotto pressione, il dollaro recupera
Secondo Reuters, il dollaro recupera terreno oggi, con gli investitori che rimangono scettici su una rapida risoluzione del conflitto. È un segnale interessante: normalmente un dollaro forte suggerisce propensione al rischio, ma in questo caso sembra riflettere soprattutto la fuga verso la liquidità in un contesto di grande incertezza.
L’oro, dopo l’ottovolante di ieri, sembra orientato verso una fase di consolidamento piuttosto turbolenta. La scorsa settimana il metallo giallo era crollato di oltre il 10% a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio e della posizione aggressiva delle banche centrali, con i mercati che ora prezzano un possibile aumento dei tassi da parte della Fed entro la fine dell’anno. Un contesto che, almeno nel breve, pesa sull’oro più di quanto faccia l’incertezza geopolitica.
Fed e tassi: lo scenario si complica
Uno degli effetti più rilevanti della crisi iraniana è probabilmente il suo impatto sulle aspettative di politica monetaria. Se il petrolio alto alimenta inflazione, la Fed potrebbe trovarsi costretta a rivedere i piani di taglio dei tassi — o peggio, a considerare rialzi. La Fed è prevista ridurre i tassi tra maggio e luglio 2026, anche se molti si aspettano cambiamenti a seconda dell’evoluzione del quadro macro.
Uno scenario del genere sarebbe difficile da digerire per i mercati azionari, già in difficoltà da settimane. Wall Street si avviava verso la quarta settimana consecutiva di perdite a causa dell’escalation della guerra in Iran, che ha sconvolto i mercati energetici e spinto gli investitori a ridimensionare drasticamente le scommesse sui tagli dei tassi della Federal Reserve.
Cosa monitorare nel pomeriggio
L’apertura americana di oggi — ricordiamo che fino al 29 marzo Wall Street apre alle 14:30 ora italiana anziché alle 15:30 per via del diverso cambio dell’ora — si preannuncia delicata. I temi da tenere d’occhio sono probabilmente questi:
Geopolitica Iran: ogni dichiarazione di Trump o di funzionari iraniani potrebbe muovere i mercati in modo brusco. La volatilità intraday vista nelle ultime sedute potrebbe ripresentarsi.
Petrolio e gas: con Brent e WTI intorno ai 100 dollari, qualsiasi segnale di escalation o de-escalation si trasferisce rapidamente sugli indici azionari — soprattutto sui titoli energetici, delle compagnie aeree e del settore crocieristico.
Dollaro e Treasury: il recupero del dollaro e l’andamento dei rendimenti sui titoli di Stato americani daranno indicazioni importanti sulla lettura del mercato obbligazionario rispetto al rischio inflazione.
Dazi: sullo sfondo, il tema tariffario rimane aperto. Il nuovo dazio globale del 10% voluto da Trump è entrato in vigore, mentre la Casa Bianca tenta di rilanciare il programma tariffario dopo il blocco imposto dalla Corte Suprema. Un fronte che potrebbe tornare centrale non appena la crisi mediorientale allenterà la presa.
