I contratti sul Nasdaq 100 hanno viaggiato per buona parte della giornata tra il -2% e il -2,7%, trascinati da un’ondata di vendite sul tech partita da Wall Street e propagatasi ad Asia ed Europa. Il timore di fondo riguarda le valutazioni dell’intelligenza artificiale e i costi crescenti di una spesa sempre più finanziata a debito. Ma un vero catalizzatore fondamentale, almeno per ora, sembra mancare. A Milano il conto più salato lo paga STMicroelectronics.
Un rosso che parte da New York e fa il giro del mondo
La sequenza, in poche ore, è stata quasi da manuale. Il sell-off è nato lunedì a Wall Street, dove il Nasdaq Composite ha ceduto l’1,32% chiudendo a 26.166 punti, appesantito soprattutto dalle grandi tecnologiche più che dai chip. Nella notte il movimento ha investito l’Asia con una violenza inattesa: il Kospi coreano ha perso circa il 10%, una delle peggiori sedute degli ultimi mesi, con Samsung Electronics e SK Hynix in caduta di oltre il 12% e una sospensione automatica delle contrattazioni. Il Nikkei di Tokyo ha lasciato sul terreno il 3,5%, interrompendo otto sedute consecutive in rialzo (fonti: Reuters, CNBC).
In mattinata è toccato all’Europa. I future sul Nasdaq hanno iniziato a segnalare un’apertura pesante a Wall Street — Reuters, intorno alle 9:30 ora italiana, indicava i Nasdaq 100 E-mini in calo del 2,25%, gli S&P 500 E-mini dell’1,34% e i Dow E-mini dello 0,71% — mentre l’indice europeo del comparto tecnologico, lo Stoxx 600 Technology, arretrava di oltre il 3% (fonti: Reuters, Il Sole 24 Ore Radiocor).
A Milano è STMicroelectronics a fare la voce grossa (al ribasso)
Per chi guarda a Piazza Affari, il film è facile da riconoscere. Il FTSE MIB ha oscillato in mattinata intorno a quota 52.000 punti, con un ribasso nell’ordine dell’1%, in linea con un Vecchio Continente tutto in rosso ma senza eccessi drammatici: Francoforte e Milano tra i listini più deboli (attorno al -1,3%), Parigi e Madrid più contenute (fonte: Il Sole 24 Ore Radiocor).
Il vero protagonista, però, è il solito bellwether tech del listino italiano. STMicroelectronics è scivolata fino a perdere circa il 7%, tornando in area 64,50 euro dopo aver toccato i massimi degli ultimi giorni e cancellando di fatto il rally più recente (fonti: Il Sole 24 Ore Radiocor, Borsa Italiana/Teleborsa, Investing). Vendite consistenti anche su Technoprobe (-5,5% circa) e Prysmian (-3,5%), mentre Avio ha pagato in parte l’effetto delle nuove difficoltà di SpaceX. Fuori dal comparto tecnologico, Stellantis ha ceduto oltre il 3,5% sui dati ACEA delle immatricolazioni europee di maggio, deboli rispetto al resto del settore.
Qui emerge un dettaglio che probabilmente meriterebbe più attenzione di quanta ne stia ricevendo: i titoli bancari, vero motore del rialzo di Piazza Affari nel 2026, hanno tenuto. Mediobanca, Banca MPS e Leonardo si sono mossi addirittura in territorio positivo nelle prime ore (fonte: Borsa Italiana/Teleborsa). È la fotografia di una rotazione — fuori dal tech, verso ciclici, bancari e difensivi — più che di un panico generalizzato. E con il risiko bancario ancora in pieno svolgimento (lo scorporo degli asset MPS-Mediobanca, l’OPAS di Intesa Sanpaolo, l’integrazione proposta da Banco BPM), il comparto resta un cuscinetto che attenua, almeno in parte, il colpo per Milano.
Il punto vero: un sell-off senza un colpevole chiaro
Ed è qui che la vicenda si fa interessante. A differenza del tonfo di inizio giugno, innescato dalla trimestrale deludente di Broadcom, questa volta un innesco fondamentale netto sembra mancare. Lo notano anche gli analisti di Mps, secondo cui il movimento sui semiconduttori “non ha avuto un catalyst fondamentale” — con l’auspicio, neppure troppo nascosto, che non arrivi domani con i conti di Micron Technology (fonte: Il Sole 24 Ore Radiocor).
Le cause più citate sono due, ed entrambe hanno più a che fare con il sentiment che con i bilanci. La prima è la solita, ricorrente domanda sulle valutazioni dell’AI dopo un trimestre di forte corsa, alimentata anche da movimenti di top talent: la partenza del premio Nobel John Jumper da Google DeepMind verso Anthropic e quella di Noam Shazeer verso OpenAI hanno acceso i riflettori sulla capacità di Alphabet di trattenere i suoi cervelli, in un anno in cui il titolo era già sotto pressione (fonti: Reuters, CNBC). La seconda, forse più sostanziale, è il nodo dei tassi: Reuters segnala che il mercato sconta ormai 50 punti base di rialzi della Fed entro dicembre, e con un costo del denaro più alto la spesa per l’AI — sempre più finanziata a debito — diventa semplicemente più cara.
Quest’ultimo è probabilmente il filo conduttore da tenere d’occhio. SpaceX, reduce da un -16% lunedì e ancora in calo nel pre-market sotto i 150 dollari (lontanissima dal picco di 225), ha annunciato un bond da 20 miliardi di dollari per finanziare l’espansione nell’AI. Alphabet sta cercando circa 85 miliardi di capitali freschi, Meta starebbe valutando un aumento. Finché i tassi salgono, ogni dollaro preso a prestito per costruire data center pesa di più. Vale la pena ricordare, per onestà, che proprio lunedì il Philadelphia Semiconductor Index aveva toccato un nuovo record: segno che la convinzione di fondo sul ciclo AI non è affatto svanita, e che parlare di “scoppio della bolla” resta, ad oggi, prematuro.
Cosa muove tutto il resto
La giornata risk-off si è riflessa anche fuori dall’azionario. Il petrolio è arretrato, con il Brent in area 76-77 dollari e il WTI sui 73-74, complici le aspettative legate alla tregua tra Stati Uniti e Iran e alla possibile riapertura piena dello Stretto di Hormuz; l’oro ha perso oltre l’1% riavvicinandosi a quota 4.100-4.130 dollari l’oncia. Sul fronte obbligazionario italiano, lo spread BTP-Bund si è mantenuto intorno ai 72 punti base con il decennale al 3,65%, mentre il Bitcoin è scivolato in area 63.000 dollari (fonti: Il Sole 24 Ore Radiocor, Borse.it).
Domani la prova del nove
Il vero spartiacque, con ogni probabilità, sarà la trimestrale di Micron in arrivo mercoledì. Sarà il primo test concreto sulla domanda reale di memorie e chip per l’AI dopo settimane di valutazioni tirate, e potrebbe confermare i timori oppure ribaltarli con la stessa rapidità con cui si sono materializzati. Nel frattempo, la lettura più ragionevole sembra questa: non un crollo strutturale, ma un brusco ridimensionamento di un trade diventato troppo affollato, in cui i tassi tornano a fare da arbitro. Per Piazza Affari, finché le banche reggono, il danno potrebbe restare circoscritto al comparto tech. Per Wall Street, molto dipenderà da una manciata di numeri che arriveranno domani sera.
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