Tre banche centrali alzano i tassi, due mercati reagiscono in modo opposto
La settimana appena trascorsa ha portato una stretta monetaria quasi sincronizzata. Mercoledì 16 settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portandoli al 3,75-4%, con un voto unanime: è il primo rialzo da luglio 2023. Lo stesso giorno è entrato in vigore il rialzo deciso dalla BCE il 10 settembre, che ha portato il tasso sui depositi al 2,50%. Venerdì 18 è toccato alla Banca del Giappone, salita all’1,25%, il livello più alto dal 1995. Solo la Banca d’Inghilterra ha aspettato, con tre membri su nove però favorevoli a un aumento immediato.
Il mercato obbligazionario ha reagito spingendo in alto i rendimenti. Il Treasury a dieci anni ha superato il 5% per la prima volta dal 2007 e in questa settimana si è spinto fino al 5,15%, sostenuto da dati sull’attività economica americana più forti del previsto e da un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari.
Davanti agli stessi tassi, Piazza Affari e il Nasdaq sono andati in direzioni diverse.
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| Indicatore | Venerdì 18 settembre | Ultimo dato (23-24 settembre) | Cosa è cambiato |
|---|---|---|---|
| FTSE MIB | 51.545 punti (-1,60% in giornata, circa -1,8% sulla settimana) | 51.543 punti il 24 settembre | Fermo da una settimana |
| Nasdaq Composite | 26.522,55 punti (+0,39%) | Record di chiusura il 22 settembre, poi 26.936 il 23; +1,6% da lunedì | In rialzo nonostante i rendimenti |
| S&P 500 | 7.650,50 punti (+0,17%) | 7.706 punti il 23 settembre; +0,7% da lunedì | Rialzo contenuto |
| Treasury 10 anni | Circa 5,01% | Fino al 5,15% il 24 settembre | Massimi dal 2007 |
| BTP 10 anni | 4,43-4,44% | 4,54% il 24 settembre | Massimi da novembre 2023 |
| Spread BTP-Bund | 91-92 punti base | 94,6 punti base | In allargamento |
Perché il Nasdaq ha retto ai rendimenti più alti
In teoria un decennale americano al 5% dovrebbe penalizzare soprattutto i titoli tecnologici, le cui valutazioni dipendono molto dagli utili attesi negli anni futuri. Nella settimana della Fed è successo quasi il contrario. Giovedì 17 settembre il Nasdaq è salito dell’1,7% in una sola seduta, approfittando di un momentaneo calo del petrolio e dei rendimenti e di dati sul lavoro solidi. Venerdì 18, mentre la maggior parte delle società dell’S&P 500 chiudeva in ribasso, l’indice è comunque salito grazie ai produttori di chip, spinti dalle previsioni di Nvidia che si aspetta di raddoppiare le vendite di semiconduttori il prossimo anno. Il Dow Jones, più esposto a industria e finanza, ha invece lasciato sul terreno più dell’1,5% nella settimana.
La spiegazione passa anche dalla concentrazione del mercato americano. Nvidia e Apple da sole pesano oggi oltre il 15% dell’S&P 500, una quota superiore a quella raggiunta dai due titoli più grandi alla vigilia della bolla del 2000. Quando pochi colossi salgono, l’indice può chiudere in positivo anche se la maggioranza dei titoli scende, e questo è accaduto più volte nelle ultime sedute.
In questa settimana la dinamica è proseguita. Martedì 22 settembre il Nasdaq ha segnato un nuovo record di chiusura, poco sopra i 27.240 punti, prima di cedere l’1,1% mercoledì quando il decennale è salito al 5,11% dopo un indice PMI americano ai massimi da luglio 2021. Giovedì 24 sia il Nasdaq sia l’S&P 500 hanno chiuso sostanzialmente invariati.
Perché Piazza Affari è rimasta indietro
Il FTSE MIB ha una composizione molto diversa. Il peso di banche, assicurazioni, energia, utility e auto è elevato, quello della tecnologia è ridotto. In una fase in cui i rendimenti dei titoli di Stato salgono in tutto il mondo, forse è proprio questa struttura a rendere il listino milanese più sensibile ai tassi di quanto si pensi.
La seduta di venerdì 18 settembre lo mostra con chiarezza. Il FTSE MIB ha chiuso a 51.545 punti con un calo dell’1,60%, appesantito da Stellantis (-5,2%), Unicredit (-3,1%), Hera (-3%) e Unipol (-2,8%). Tra le poche blue chip in rialzo figuravano Stm (+2,3%) e Prysmian (+0,7%), cioè i nomi più legati al ciclo dei semiconduttori e dei data center.
Il contesto obbligazionario ha pesato. Il rendimento del BTP decennale è salito dal 4,33% al 4,43-4,44% nella sola giornata di venerdì, e giovedì 24 ha toccato il 4,54%, il livello più alto da novembre 2023. Anche il Bund tedesco è arrivato al 3,6%, massimo da settembre 2008. Con rendimenti così, le utility, che molti investitori comprano per il dividendo stabile, tendono a perdere attrattiva rispetto ai titoli di Stato. Le banche in teoria beneficiano di tassi più alti sui margini, ma l’allargamento dello spread e la fuga verso il Bund probabilmente hanno avuto un peso maggiore nel breve.
C’è poi un aspetto meno evidente. La poca tecnologia quotata a Milano appartiene quasi tutta alla filiera industriale dell’intelligenza artificiale: chip, componenti per il test dei semiconduttori, cavi per i data center. Sono aziende che vendono ai grandi investitori in infrastrutture e che soffrono per prime quando nasce il dubbio che quegli investimenti rallentino. Giovedì 24, dopo la notizia che Oracle aveva invocato la forza maggiore su un progetto di data center nel New Mexico, i timori di una bolla sull’intelligenza artificiale hanno colpito Technoprobe (-4,84%), Prysmian (-3,85%) e Stm (-2,73%). Milano, in sostanza, è esposta ai costi del ciclo dell’intelligenza artificiale più che alle piattaforme che oggi ne raccolgono i frutti, come Meta.
Il risultato è che giovedì 24 il FTSE MIB ha chiuso a 51.543 punti, praticamente sullo stesso livello di sette giorni prima, mentre da lunedì il Nasdaq guadagnava l’1,6%.
Meta, il titolo che spinge il Nasdaq
Tra i protagonisti di questa settimana c’è Meta Platforms. Il titolo aveva vissuto un’estate difficile: dopo le trimestrali di aprile e luglio era sceso ogni volta di circa l’8%, e a fine agosto perdeva il 13% da inizio anno mentre l’S&P 500 ne guadagnava più del 10%. Il mercato giudicava eccessiva la spesa in intelligenza artificiale rispetto ai risultati visibili.
Il cambio di passo è arrivato con Muse, l’agente di intelligenza artificiale lanciato l’8 settembre per svolgere attività pratiche come acquisti e prenotazioni, con una versione gratuita e piani a pagamento da 20 e 100 dollari al mese. L’app è salita al primo posto dell’App Store americano. Lunedì 21 settembre Wells Fargo ha alzato il prezzo obiettivo da 640 a 796 dollari e il titolo ha chiuso a 741 dollari, in rialzo dell’11%. Giovedì 24, nei giorni dell’evento annuale Meta Connect, le azioni hanno toccato i 768 dollari. Secondo le ricostruzioni di mercato, la società starebbe valutando piccole commissioni sulle transazioni completate da Muse, una fonte di ricavi diversa dalla pubblicità.
L’effetto si è sentito anche fuori da Meta. I primi segnali di successo di Muse hanno alimentato l’ottimismo sulla domanda di chip necessari a far funzionare questi servizi, e i semiconduttori hanno corso insieme al titolo.
I rischi restano. Il flusso di cassa libero di Meta è compresso dagli investimenti, il debito è ai massimi della sua storia e il prezzo obiettivo medio degli analisti, intorno ai 758 dollari, era già stato raggiunto dal titolo giovedì. Una parte consistente delle attese è quindi probabilmente già nel prezzo, e le prossime settimane diranno se Muse riuscirà a trasformare l’entusiasmo iniziale in ricavi misurabili.
Nasdaq e S&P 500: tre scenari possibili per le prossime settimane
Nella seduta di oggi Wall Street, che apre alle 15:30 ora italiana, dovrebbe partire poco mossa a giudicare dai future della mattina, in attesa della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan e degli ordini di beni durevoli. Guardando più avanti, i livelli da seguire sono abbastanza chiari: per il Nasdaq il record di chiusura del 22 settembre, poco sopra i 27.240 punti; per l’S&P 500 l’area tra i 7.650 punti di venerdì 18 e i circa 7.765 punti di martedì 22.
Scenario centrale: tassi alti ma stabili, mercato laterale
È forse lo scenario più probabile. I mercati stimano tra il 66% e il 73% la probabilità di un nuovo rialzo della Fed a fine ottobre, quindi una buona parte della stretta sembra già prezzata. Se il decennale restasse tra il 5% e il 5,15%, l’S&P 500 potrebbe muoversi dentro l’intervallo delle ultime settimane, con il Nasdaq sostenuto da pochi grandi titoli e il resto del listino più debole. In questo contesto la distanza tra Wall Street e Milano probabilmente resterebbe.
Scenario favorevole: un accordo su Hormuz raffredda il petrolio
Giovedì le borse americane hanno recuperato dai minimi quando sono circolate indiscrezioni su un possibile accordo per fasi tra Stati Uniti e Iran, che permetterebbe il transito delle navi nello Stretto di Hormuz in cambio della rimozione del blocco economico. Se l’intesa prendesse forma, il petrolio potrebbe scendere e con esso le aspettative di inflazione e i rendimenti. Il Nasdaq avrebbe allora spazio per tornare sopra il record e l’S&P 500 per superare i 7.765 punti. È anche lo scenario in cui Milano potrebbe recuperare più terreno, perché banche e spread beneficerebbero di un calo dei tassi più dei titoli tecnologici. Gli ostacoli a un’intesa, però, restano numerosi.
Scenario sfavorevole: il decennale sale ancora e tornano i dubbi sull’intelligenza artificiale
Se il decennale superasse con decisione il 5,15% e la Fed confermasse un nuovo rialzo, la concentrazione che finora ha protetto gli indici americani potrebbe diventare un punto debole. Con Nvidia e Apple sopra il 15% dell’S&P 500 e Meta già sui prezzi obiettivo medi, basterebbe una delusione su pochi nomi per pesare sull’intero indice. Il caso Oracle ha mostrato quanto il mercato sia sensibile a ogni segnale di rallentamento negli investimenti sui data center. In questo scenario l’S&P 500 potrebbe tornare sotto i 7.650 punti e il Nasdaq, più esposto, probabilmente scenderebbe in misura maggiore.
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| Appuntamento | Data | Perché conta |
|---|---|---|
| Fiducia Università del Michigan e ordini di beni durevoli | 25 settembre | Primi dati dopo il nuovo massimo del decennale |
| Inflazione area euro, stima flash di settembre | 2 ottobre | Indica se la BCE potrebbe alzare ancora i tassi |
| Vendite al dettaglio USA di settembre | 15 ottobre | Misura la tenuta dei consumi con tassi più alti |
| Giudizio DBRS sull’Italia | 16 ottobre | Possibile riflesso su spread e banche italiane |
| Riunione della Federal Reserve | Fine ottobre | Il mercato stima un nuovo rialzo come probabile |
| Banca d’Inghilterra | 5 novembre | Tre membri già favorevoli a un rialzo |
Cosa può significare per chi investe dall’Italia
La settimana suggerisce una riflessione sulla composizione del portafoglio più che sulla scelta di un singolo indice. Chi investe soprattutto in azioni italiane si ritrova, spesso senza accorgersene, molto esposto a banche, utility e auto, cioè ai settori che in questa fase reagiscono di più ai tassi. Chi invece detiene un ETF sull’S&P 500 o sul Nasdaq ha oggi una quota rilevante del proprio capitale concentrata su pochi titoli tecnologici, con il rischio opposto. A questo si aggiunge il cambio: con l’euro sceso sotto 1,14 dollari, chi investe in dollari deve considerare anche l’effetto della valuta sul rendimento finale.
Nessuna delle due esposizioni è giusta in assoluto. Probabilmente conta di più sapere quale rischio si sta correndo e bilanciarlo in modo consapevole.
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Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza finanziaria, sollecitazione all’investimento o raccomandazione all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Prima di prendere decisioni di investimento è opportuno valutare il proprio profilo di rischio ed eventualmente rivolgersi a un professionista abilitato.