C’e’ un modo semplice per misurare quanto era fragile il rimbalzo di ieri: e’ bastata una notte. Martedi’ Wall Street ha festeggiato un dato sull’inflazione americana molto migliore delle attese, e i mercati hanno tagliato le scommesse su un rialzo dei tassi della Federal Reserve a luglio. Questa mattina l’Europa ha aperto in rosso, il greggio e’ salito ancora e i titoli di Stato italiani sono tornati sotto pressione.
La ragione e’ che quel dato, letto nella sua composizione, e’ quasi interamente una storia di petrolio a buon mercato. E il petrolio, nel frattempo, ha smesso di essere a buon mercato.
L’apertura europea, dati alla mano
I numeri di questa mattina sono confermati e vanno nella stessa direzione. In avvio di seduta Francoforte cedeva lo 0,64%, Londra lo 0,48%, Milano lo 0,33% a 52.685 punti, mentre Parigi si e’ mossa poco (-0,02%). Nella prima mezz’ora di scambi Piazza Affari ha ampliato la flessione: l’ANSA riporta il FTSE MIB in calo dello 0,61% a 52.538 punti. Sono valori intraday e possono cambiare rapidamente nel corso della giornata.
Il contrasto con il resto del mondo e’ netto. La seduta asiatica di questa notte era stata positiva sulla scia americana, con il Nikkei in rialzo dello 0,9% a 68.353,91 punti e l’Hang Seng in progresso dell’1,6% a 24.721,10. E i future americani restano in territorio positivo (Dow Jones +0,16%, S&P 500 +0,25% nelle rilevazioni del mattino riportate da MilanoFinanza). Detto altrimenti: l’Europa sta scontando qualcosa che l’Asia e i future USA per ora non stanno scontando. Vale la pena capire cosa.
Il punto di partenza: la seduta di ieri
Per contesto, martedi’ 14 luglio Piazza Affari aveva chiuso in rialzo dello 0,1% a 52.862 punti, riporta l’ANSA, con Prysmian in testa (+3,37%), seguita da Fincantieri (+2,66%), Avio (+2,04%), A2a (+1,81%), Italgas (+1,42%) e Stellantis (+1,4%). Male Inwit (-3,79%) dopo il rigetto del ricorso cautelare da parte del Tribunale di Milano, che ha confermato la legittimita’ del recesso di Tim dal Master service agreement.
A Wall Street la chiusura era stata positiva ma sbilanciata: Nasdaq +0,9% a 26.107,01 punti trainato dai semiconduttori, S&P 500 +0,38% a 7.543,59, Dow Jones fermo a un simbolico +0,02% a 52.508,27.
Il dato che il mercato ha letto per meta’
L’indice dei prezzi al consumo americano di giugno e’ sceso dello 0,4% su base mensile, il calo piu’ ampio da aprile 2020, portando il tasso annuo al 3,5% dal 4,2% di maggio. Il consenso Dow Jones si aspettava un calo dello 0,2% e un tasso al 3,8%.
La composizione, pero’, racconta un’altra storia. L’indice energetico e’ crollato del 5,7% nel mese, di nuovo il calo piu’ forte da aprile 2020, e la ragione, riporta la CNBC, e’ l’allentamento delle tensioni sull’Iran nel corso di giugno. L’inflazione core, quella che esclude alimentari ed energia, e’ rimasta invece piatta nel mese, con il tasso annuo al 2,6%. Sul tendenziale l’energia risulta ancora in rialzo del 15,7%, con la benzina a +26,7%.
Tradotto: l’inflazione americana non e’ stata domata. Per qualche settimana il petrolio e’ costato meno. E’ una distinzione che sembra tecnica ed e’ invece tutto, perche’ decide se il sollievo sia strutturale o affittato al mercato per trenta giorni.
La reazione e’ stata comunque immediata. Secondo Samara Hammoud della Commonwealth Bank of Australia, citata da MF Newswires, la probabilita’ di un rialzo Fed a luglio e’ scesa da circa il 45% al 18%. Sulla riunione di settembre, riporta la CNBC citando il FedWatch del CME, gli operatori assegnano ancora il 63% di probabilita’ a una stretta, in calo dal 75%.
Bret Kenwell di eToro, citato da MilanoFinanza, mette il dito nella piaga: un dato piu’ contenuto sul CPI «non garantisce che la Fed manterra’ invariati i tassi, tantomeno che torni a prendere in considerazione un loro taglio, soprattutto con un’inflazione ancora superiore all’obiettivo e con i prezzi del petrolio in ripresa a causa del rinnovato clima di tensione geopolitica». Il presidente della Fed Kevin Warsh, che parla oggi alle 16, ha ribadito una linea di «tolleranza zero» verso un’inflazione persistentemente elevata.
Hormuz: perche’ la premessa si sta dissolvendo
Qui sta il cuore della giornata. Il Brent tratta intorno agli 85 dollari, con i future in progresso tra lo 0,5% e l’1% a seconda delle rilevazioni (85,12 dollari secondo MilanoFinanza alle 7:50, verso 85,60 in altre rilevazioni successive), il WTI si muove intorno ai 79,5 dollari. Il guadagno del Brent nell’ultima settimana supera il 10%, riporta la CNBC.
La notte ha aggiunto fatti concreti. Gli attacchi iraniani contro tre superpetroliere stanno bloccando le cosiddette “shuttle run”, i collegamenti navali a corto raggio nel Golfo Persico, confermano gli analisti di ANZ Research citati da MF Newswires. Le Guardie Rivoluzionarie minacciano di chiudere gli altri corridoi di esportazione utili agli Stati Uniti e ai loro alleati. Donald Trump ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran «continueranno finche’ non diro’ basta», aggiungendo che «prima o poi» gli Stati Uniti colpiranno gli obiettivi del settore energetico e che «la prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti». Il presidente americano ha invece fatto marcia indietro sul pedaggio del 20% per il transito nello Stretto.
Le stime di Goldman Sachs, riportate da MilanoFinanza, danno la misura della posta: le esportazioni dal Golfo Persico sarebbero scese sotto il 50%, a circa 11 milioni di barili al giorno nell’ultima settimana. Se la ripresa dei flussi continuasse a ristagnare, il Brent potrebbe superare i 110 dollari nel quarto trimestre. Se le tensioni si attenuassero e la produzione ripartisse piu’ velocemente del previsto, potrebbe scendere a 60 dollari entro fine anno.
Sono due mondi diversi, e nessuno dei due e’ oggi prezzabile con precisione. Ma e’ proprio questa forbice a rendere il rally di ieri fragile: si e’ festeggiato un numero di giugno mentre la variabile che lo ha generato oscilla tra 60 e 110 dollari.
E qui entra la BCE
Il passaggio che riguarda direttamente il risparmiatore italiano e’ questo, e sta passando piu’ inosservato di quanto meriti.
La BCE ha alzato i tassi al 2,25% a giugno proprio per contrastare i rischi di inflazione legati alla guerra. Nelle settimane successive il calo del greggio, alimentato dall’ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran, aveva ridimensionato quei timori e con essi le attese di ulteriori strette. Adesso che il petrolio e’ tornato al massimo da un mese, i mercati monetari sono tornati a scontare un rialzo dei tassi in Europa a settembre.
E’ il punto che conviene fissare: da questa parte dell’Atlantico si discute di rialzi, non di tagli. Chi ha un mutuo a tasso variabile, chi sta valutando un ingresso obbligazionario, chi ragiona sulle banche in portafoglio, sta guardando un regime diverso da quello a cui ci si era abituati negli ultimi anni. Oggi parlano Nagel e Panetta per la BCE, Williams alle 14:45 e Cook alle 19 per la Fed.
Lo spread torna a 80, e stavolta la colpa e’ in casa
C’e’ un secondo motore del rosso di Milano, e non arriva dallo Stretto di Hormuz.
Il rendimento del BTP decennale e’ salito al 3,92% con lo spread sul Bund in aumento a 80,17 punti base, riporta MilanoFinanza, con rilevazioni successive che lo danno intorno a quota 81. Il motivo, oltre al quadro geopolitico, e’ politico e domestico: il 14 luglio l’aula della Camera, a voto segreto, ha bocciato l’emendamento sulle preferenze, aspetto chiave della riforma elettorale proposta dalla premier Giorgia Meloni. Lo scarto e’ stato di un solo voto, 188 no contro 187 si’, nonostante il parere favorevole di esecutivo e commissione. In un post sui social la premier ha riconosciuto che nella maggioranza sono mancati diversi voti, aggiungendo che «su questo serve una riflessione».
Perche’ un emendamento dovrebbe muovere lo spread. La risposta, nota MilanoFinanza, e’ che dall’insediamento a Palazzo Chigi nell’ottobre 2022 la stabilita’ del governo e’ stata uno degli argomenti piu’ apprezzati da investitori e agenzie di rating nel giudizio sull’Italia. Un voto segreto perso per una incollatura non e’ una crisi di governo, e sarebbe sbagliato raccontarlo cosi’. E’ pero’ verosimilmente il primo segnale che quella stabilita’ ha un prezzo di mercato, e che il prezzo puo’ essere rivisto.
Il confronto con la Francia dice piu’ dello spread stesso
Vale la pena guardare il dato di ieri accanto a quello di oggi, perche’ insieme raccontano qualcosa che il singolo numero nasconde.
Alla chiusura di martedi’, il giorno della festa nazionale francese, MF Newswires segnalava il rendimento dell’OAT decennale francese al 3,87% con spread OAT-Bund a 77 punti base, e il differenziale BTP-Bund a 78,713 punti. Praticamente lo stesso premio al rischio per due emittenti distanti tre gradini sulla scala dei rating (BBB+ l’Italia, A+ la Francia).
La tentazione, per il risparmiatore, e’ di leggere quella convergenza come una promozione dell’Italia. Sembra piu’ prudente la lettura opposta, ed e’ quella che il movimento di oggi rende piu’ concreta: uno spread che si restringe perche’ il vicino peggiora e’ una cosa diversa da uno spread che si restringe perche’ i conti di casa migliorano. Alla prima incertezza politica interna, il differenziale e’ tornato sopra 80. Chi compra BTP oggi farebbe bene a sapere quale delle due storie sta comprando.
Cosa si muove a Piazza Affari
La composizione del listino di questa mattina e’ istruttiva, perche’ ribalta quasi esattamente quella di ieri.
Il lusso va controcorrente. Brunello Cucinelli sale del 2,60% a 83 euro e Moncler dell’1% a 50,88 euro, dopo che il colosso svizzero Richemont (+6,3% a Zurigo) ha pubblicato l’aggiornamento commerciale del primo trimestre, primo gruppo del settore a comunicare i risultati in questa stagione. Ieri Cucinelli era tra i peggiori del listino con un calo dell’1,63%: ventiquattro ore e un dato di settore hanno rovesciato il segno.
Le banche sono in rosso, UniCredit compresa (-0,78% a 81,51 euro). La notizia societaria della giornata e’ che UniCredit e Isybank, del gruppo Intesa Sanpaolo, figurano tra i 36 fornitori di servizi di pagamento selezionati dalla BCE, su oltre 50 candidati di tutta la zona euro, per il progetto pilota sull’euro digitale.
I titoli di ieri sono i titoli di oggi, al contrario. A frenare il listino sono Leonardo, Lottomatica, Avio, Prysmian e Fincantieri: cioe’ in buona parte gli stessi nomi che avevano guidato il rialzo di martedi’. E’ un dettaglio che merita attenzione, perche’ vedere difesa e industriali cedere in una giornata di escalation militare e’ controintuitivo. Con ogni probabilita’ si tratta piu’ di prese di beneficio dopo la corsa recente che di un giudizio sui fondamentali, ma e’ un’ipotesi, non una certezza.
Sul fronte tecnologico si registra l’effetto Asml su STMicroelectronics e Technoprobe, in linea con la forza dei semiconduttori vista ieri sul Nasdaq.
L’agenda di oggi
La giornata macro e’ fitta: alle 9 l’inflazione armonizzata finale di giugno della Spagna, alle 11 la produzione industriale di maggio dell’Eurozona, alle 13 l’indice settimanale sulle richieste di mutui negli Stati Uniti, alle 14:30 i prezzi alla produzione americani di giugno e l’indice Empire Manufacturing di luglio, alle 16:30 le scorte settimanali di petrolio. Sul fronte societario, oltre a Richemont, sono attesi Asml, Seb, Handelsbanken, Antofagasta e Barratt Redrow.
Il dato delle 14:30 sui prezzi alla produzione merita un occhio in piu’ del solito: e’ il primo indicatore utile a capire se la disinflazione di giugno abbia radici oltre l’energia, o se il quadro sia quello che la composizione del CPI lascia sospettare.
In sintesi
L’Europa ha aperto in calo mentre l’Asia saliva e i future americani restavano positivi, e la divergenza non e’ casuale: l’Europa sta prezzando due cose che agli altri interessano meno, cioe’ un petrolio che rimette in discussione il percorso della BCE e, per l’Italia, un premio di stabilita’ politica che non e’ piu’ automatico.
La domanda che conta oggi non e’ dove chiudera’ il FTSE MIB. E’ quanto puo’ reggere un ottimismo costruito su un dato di inflazione la cui unica buona notizia, l’energia a buon mercato, e’ gia’ stata smentita dai fatti nel giro di ventiquattro ore. Le prime risposte arrivano dal Brent e dai prezzi alla produzione americani, non dal listino di Milano.
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