C’è una storia dietro la calma apparente di Piazza Affari, e non è quella che raccontano i titoli sulla resilienza del listino milanese. Lunedì 13 luglio il FTSE MIB ha chiuso in rialzo dello 0,37% a 52.809 punti, migliore d’Europa, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz spingevano il greggio verso l’alto e Wall Street scivolava nel pomeriggio. Secondo l’ANSA e Milano Finanza, Milano ha ignorato il nervosismo geopolitico. La lettura più interessante, però, è un’altra: probabilmente Piazza Affari non ha ignorato la crisi, ci ha scommesso sopra. E oggi quella scommessa rischia di presentare il conto.

La composizione che trasforma una crisi in un rialzo

Il punto che sembra sfuggire è di natura settoriale. Il FTSE MIB è uno dei listini europei più esposti a energia e difesa, i due comparti che beneficiano direttamente di un premio geopolitico. Eni pesa oltre il 5% dell’indice, Leonardo intorno al 2,4%, a cui si aggiungono Saipem, Snam e l’indotto oil service. Quando il Brent corre e i governi accelerano sul riarmo, questi titoli salgono e trascinano l’indice, anche mentre il resto del quadro di rischio peggiora.

È verosimile, quindi, che l’outperformance milanese di lunedì vada letta non come immunità alle tensioni, ma come effetto meccanico della sua stessa struttura. Con Eni in cima al paniere, riporta Milano Finanza, il listino ha di fatto incassato il rialzo del greggio invece di subirlo. Un vantaggio che sembra una forza, e che forse è soltanto una leva a doppio taglio.

Cosa sta accadendo nello Stretto di Hormuz

Il contesto si è fatto più teso di quanto i numeri di chiusura lascino intuire. Il presidente statunitense Donald Trump ha reintrodotto il blocco navale contro le navi iraniane in transito nello Stretto di Hormuz e ha imposto un pedaggio del 20% sul valore del carico per tutte le altre imbarcazioni, circa 30 milioni di dollari per una superpetroliera piena. Secondo quanto ricostruito da Milano Finanza, il Comando Centrale Usa dovrebbe iniziare ad applicare il blocco dei porti iraniani dalle 16 di oggi, ora di New York.

Sul terreno la situazione resta fluida: le forze iraniane avrebbero colpito con missili due petroliere degli Emirati e attaccato con droni obiettivi statunitensi in Kuwait, mentre la difesa aerea saudita avrebbe intercettato missili degli Houthi. Prima del conflitto, ricorda sempre Milano Finanza, attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Il Brent è così risalito fino a 85,66 dollari al barile, massimo dell’ultimo mese, con il Wti in area 80 dollari, recuperando parte del calo del 30% accumulato nel secondo trimestre. Anche il gas europeo è salito di oltre il 3%, sopra i 50 euro a megawattora.

Il vero rischio non è il greggio, è la Fed

Qui si arriva al nodo che il mercato sta forse sottovalutando. Un petrolio in area 85 dollari non è solo un problema per i margini delle imprese energivore: è benzina sull’inflazione proprio mentre la Federal Reserve prova a capire se la fiammata dei prezzi sia transitoria. E i segnali, al momento, vanno in una direzione scomoda.

I futures sui Fed fund, riporta Milano Finanza, prezzano una probabilità implicita di poco superiore al 52% di due o più rialzi dei tassi entro dicembre, in salita dal 47,6% di fine della scorsa settimana. Lunedì il membro della Fed Christopher Waller ha detto che la banca centrale potrebbe dover alzare i tassi a breve se l’inflazione dovesse restare ben oltre l’obiettivo del 2%. Non si discute di quando arriverà il taglio, dunque, ma di quanto presto potrebbe arrivare una stretta. È un capovolgimento della narrativa dominante degli ultimi mesi, e spiega perché il rally del petrolio, per quanto favorevole a Eni e Saipem, sia un’arma a doppio taglio per l’intero listino.

Il banco di prova è fissato per oggi. Alle 14:30 esce l’inflazione Usa di giugno: dopo il 4,2% di maggio, il consenso raccolto da CFO Sim si aspetta un rallentamento della componente headline verso il 3,8% annuo, grazie soprattutto al calo dei prezzi della benzina, mentre il dato core dovrebbe restare vischioso intorno al 2,9%. È plausibile che sia proprio il core, e non il titolo di giornale, a muovere i mercati: una sorpresa al rialzo riaccenderebbe il tema higher for longer. Alle 16, poi, il presidente della Fed Kevin Warsh è atteso in audizione alla Camera, un’occasione che gli operatori monitoreranno alla ricerca di indizi sulla traiettoria dei tassi.

Wall Street e Asia: il tech arretra, l’energia tiene

La seduta americana di lunedì ha già mostrato la frattura. Secondo Reuters e CNBC, l’S&P 500 ha perso lo 0,79% a 7.515,34 punti e il Nasdaq è arretrato dell’1,55% a 25.873,18, con il Dow Jones più difensivo, in calo dello 0,26% a 52.498,64. A pesare è stato il comparto dei semiconduttori, con prese di profitto diffuse, mentre gli energetici hanno tenuto. Emblematico il crollo di SK Hynix, che nella notte asiatica ha ceduto intorno al 9%.

L’Asia ha confermato il tono incerto. Il Nikkei ha aperto in ribasso dello 0,41% a quota 66.965 punti, appesantito dal greggio, mentre l’Hang Seng si è mosso poco sopra la parità e la Cina ha ricevuto una spinta dai dati record sull’export di auto, oltre un milione di veicoli al mese. Il quadro resta a due velocità: da un lato il timore energia e inflazione, dall’altro la tenuta dei titoli legati alle materie prime.

Come dovrebbe aprire Piazza Affari

In apertura le Borse europee dovrebbero muoversi in territorio negativo. Il future sull’Eurostoxx 50 cede circa lo 0,35% e quello sul Dow Jones lo 0,11%, in un clima di prudenza in attesa del dato sull’inflazione americana. Con ogni probabilità Milano aprirà in calo, ma il traino di Eni e Saipem sul fronte energia potrebbe attenuare il ribasso, ripetendo lo schema di lunedì. Sul fronte obbligazionario lo spread BTP-Bund resta in tensione, in un intervallo indicativo tra 78 e 81 punti base a seconda delle rilevazioni, mentre l’euro si mantiene sopra quota 1,139 sul dollaro, favorito dalla debolezza del biglietto verde in vista del CPI.

Tra i singoli titoli, l’attenzione dovrebbe concentrarsi su Leonardo, dopo che l’Ucraina ha ordinato nuovi sistemi di difesa aerea franco-italiani e 16 caccia Rafale. Riflettori su Saipem, che resta al centro dell’integrazione con Subsea7 dopo il ricorso di Petrobras contro il via libera antitrust brasiliano, un elemento che aggiunge incertezza al dossier. Occhi anche su Nexi, valorizzata dal ruolo strategico nel progetto dell’euro digitale, e su Inwit dopo che il tribunale civile di Milano ha respinto il ricorso cautelare contro il recesso di Tim dal contratto sulle torri. Nel lusso, Berenberg ha confermato buy su Brunello Cucinelli e Ferrari e hold su Moncler.

La tesi in sintesi

La lettura più utile per chi guarda a Piazza Affari in questa fase è forse controintuitiva: la forza relativa del FTSE MIB non è un segnale di solidità del quadro, ma il riflesso di un listino costruito per guadagnare quando la geopolitica si complica. Finché il premio sull’energia e sulla difesa resta acceso, Milano dovrebbe continuare a battere l’Europa. Il rischio è che lo stesso petrolio che sostiene l’indice finisca per costringere la Fed a una stretta, trasformando il vantaggio di oggi nel problema di domani. Il dato sull’inflazione delle 14:30 dirà quanto è vicino quel momento.


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