Piazza Affari aggiorna il massimo storico a 53.870 punti ma chiude il pomeriggio con un progresso frazionale, mentre Leonardo guida il listino nel giorno in cui il mercato dovrebbe scommettere sulla pace. Dietro il record si intravedono almeno tre motori diversi, e uno arriva dal Parlamento italiano.
Un record che vale mezzo punto percentuale
Il dato di facciata è quello che rimbalzerà sui titoli: il FTSE MIB ha toccato in mattinata un nuovo massimo storico a 53.870,45 punti, superando il record segnato appena il giorno prima. Il dato meno raccontato è quello che segue: intorno alle 15:35 l’indice trattava a 53.662,58 punti con un progresso dello 0,23%, quindi sotto il picco intraday, con volumi che secondo Reuters intorno alle 12:20 erano poco sopra il miliardo di euro.
È una combinazione che merita attenzione. Un indice che aggiorna i massimi storici e poi ripiega verso la parità, in una seduta agostana a scambi ridotti, verosimilmente racconta un mercato che sale per assenza di venditori più che per convinzione dei compratori. Non è un segnale negativo di per sé, ma è probabilmente diverso da un rally sostenuto da flussi robusti.
Il contesto europeo conferma la lettura: Francoforte guadagnava lo 0,21%, Parigi lo 0,06%, Zurigo lo 0,43% e Londra lo 0,38%. Milano resta la migliore del gruppo, come accade da diverse sedute, ma il margine di vantaggio si è assottigliato rispetto a lunedì e martedì.
La tregua su Hormuz che Teheran non conferma
La narrazione dominante attribuisce il rally estivo alle attese di un accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ieri il Qatar aveva riferito di progressi dei mediatori, notizia che secondo Reuters aveva fatto scendere il greggio del 5%, con il Brent in chiusura sotto gli 80 dollari al barile per la prima volta dal 13 luglio. Donald Trump ha dichiarato a Fox News che i negoziati sono andati avanti tutto il giorno e che “le cose sembrano molto buone”.
Qui però conviene rallentare. Secondo quanto riportato da Reuters, Teheran ha negato che siano in corso colloqui di pace, in contrasto con le affermazioni della Casa Bianca. Il perimetro tecnico dell’intesa allo studio, ricostruito da Axios e ripreso da CNBC, prevederebbe un accordo interinale in cui le navi in entrata transiterebbero nelle acque territoriali iraniane e quelle in uscita in quelle omanite, in coordinamento con l’Iran. Un meccanismo plausibile, ma per ora non confermato dalla controparte che dovrebbe applicarlo.
Nel frattempo la realtà operativa si è mossa in direzione opposta. Gli Houthi hanno rivendicato un attacco missilistico contro una petroliera saudita al largo di Yanbu, secondo Reuters e Lloyd’s List la NCC Wafa controllata da Bahri, dopo che martedì era stata colpita e affondata un’altra unità nel Mar Rosso. Il greggio ha reagito di conseguenza: il Brent risaliva dell’1% circa in area 80,20 dollari e il WTI dello 0,45% verso 76,10 dollari.
Il mercato azionario, in sostanza, sta prezzando una de-escalation che il mercato petrolifero non ha ancora ratificato. È una divergenza che storicamente non dura a lungo, e che potrebbe risolversi in entrambe le direzioni.
Il motore italiano: Giorgetti, la clausola di salvaguardia e la difesa
C’è un elemento domestico che spiega forse meglio di altri la composizione del rialzo di oggi. In una giornata in cui il listino dovrebbe festeggiare la pace, il titolo migliore del FTSE MIB è Leonardo, in progresso di oltre il 3%, con Avio e Fincantieri anch’esse in territorio positivo secondo Reuters.
La chiave sembra arrivare da Montecitorio. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha annunciato che il governo chiederà alla Commissione europea l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, con un incremento di spesa nel triennio pari a circa lo 0,6% del PIL per la sicurezza energetica e allo 0,9% del PIL per sicurezza e difesa. La richiesta va presentata entro metà agosto e, sempre secondo quanto riferito da ANSA e Italpress, la Commissione la valuterà tra settembre e ottobre.
Due letture, entrambe rilevanti per chi investe.
La prima riguarda la difesa. Se confermata, la richiesta trasforma il tema del riarmo italiano da scommessa geopolitica a programma di spesa pluriennale iscritto in un quadro europeo. In questa chiave, un’eventuale distensione in Medio Oriente inciderebbe poco sui flussi di ordini domestici, il che spiegherebbe perché gli investitori possano comprare contemporaneamente la pace e i titoli della difesa senza contraddirsi.
La seconda riguarda i conti pubblici. Giorgetti si è fermato allo 0,9% sulla difesa, quando il tetto complessivo comunicato dall’Unione europea per difesa ed energia arriva all’1,5% del PIL per ciascun anno dal 2025 al 2028. È una scelta che segnala prudenza fiscale e che il mercato obbligazionario sembra aver gradito: lo spread BTP-Bund ha chiuso ieri in area 75,7 punti base con il decennale italiano al 3,86%, secondo SoldiOnline, su livelli che restano tra i più bassi degli ultimi anni. Un annuncio di maggiore deficit accolto senza tensione sui rendimenti non è la reazione più ovvia, ed è probabilmente il vero segnale della giornata.
Banche in stallo tecnico, ma stasera si apre il capitolo BPM
Il comparto bancario è rimasto sostanzialmente fermo, penalizzato da UniCredit in calo di circa lo 0,6%. Banco BPM avanzava dello 0,82% sui massimi da novembre 2010 in attesa dei conti semestrali, attesi a mercati chiusi con conference call alle 18:00. Piatta BPER, che domani presenterà insieme ai risultati anche il nuovo piano industriale.
L’attenzione degli operatori, riportano diverse fonti tra cui MarketScreener e Morningstar, non è solo sui numeri. Dopo il passo indietro di UniCredit sull’offerta per Piazza Meda, il mercato guarda a eventuali indicazioni sulla lettera di intenti inviata a MPS, sulla quale si attende una risposta. Con MPS, Mediobanca, Generali e Unipol tutte in calendario per domani, la seconda fase del risiko bancario italiano potrebbe trovare in queste 48 ore le sue prime coordinate operative.
Sul resto del listino, secondo Reuters, si segnalano gli acquisti su Nexi e Buzzi, il rimbalzo di Salvatore Ferragamo intorno al 3% dopo il crollo della vigilia, e la debolezza di Stellantis. Tra le mid cap spicca lo strappo di Safilo, in rialzo di circa il 10% dopo una semestrale con margini superiori alle attese, accompagnata da Intercos e Technogym.
Wall Street, il dato sul lavoro e la Fed che non reagisce più come prima
Wall Street ha aperto in territorio positivo dopo i record di martedì, quando l’S&P 500 aveva chiuso a 7.736,52 punti con un progresso dell’1,79% e il Dow Jones a 54.085,88 con un balzo di oltre 900 punti. Nel primo pomeriggio italiano l’S&P 500 saliva dello 0,65% a 7.787 punti, il Dow Jones dello 0,94% a 54.596 e il Nasdaq 100 dello 0,46%.
Il dato macro della giornata è però meno rassicurante di quanto suggerisca il tabellone. Secondo ADP, l’occupazione privata statunitense è cresciuta di 44.000 unità a luglio, il ritmo più lento da gennaio, contro attese intorno alle 75.000 e dopo un giugno rivisto al ribasso a 95.000. Il dettaglio è ancora più eloquente: 36.000 dei 44.000 posti arrivano da istruzione e sanità, comparti poco sensibili al ciclo economico. La retribuzione di chi cambia lavoro cresce del 7%, contro il 4,4% di chi resta.
In un regime monetario normale un dato simile alimenterebbe le scommesse su un taglio dei tassi. Con Kevin Warsh alla guida della Fed e l’inflazione ancora al centro dell’attenzione del board, il mercato continua invece a prezzare uno scenario di tassi fermi, con una parte degli operatori che non esclude un rialzo entro fine anno qualora i prezzi non rallentassero. È forse il cambiamento più sottovalutato di questa estate: la funzione di reazione della banca centrale americana sembra essersi spostata, e un dato debole sul lavoro non è più automaticamente una buona notizia per le azioni. Il vero test arriverà venerdì con i payroll ufficiali.
Cosa osservare da qui a venerdì
Tre appuntamenti sembrano più rilevanti degli altri. I conti di Banco BPM stasera e quelli di MPS, Mediobanca e Generali domani, che daranno la misura reale della redditività bancaria italiana al netto delle attese su M&A. I payroll americani di venerdì, che potrebbero confermare o smentire il rallentamento suggerito da ADP. E naturalmente l’esito, o la smentita, dei colloqui su Hormuz.
Su quest’ultimo punto vale la pena essere espliciti: una quota consistente del rialzo estivo di Piazza Affari poggia su un’aspettativa che una delle parti in causa non ha confermato. Se l’intesa si materializzasse, il listino avrebbe già scontato buona parte della notizia. Se saltasse, la correzione potrebbe essere rapida, tanto più su volumi agostani.
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