L’accordo Trump-Iran che non c’è (forse). Il petrolio che crolla e poi rimbalza. E Poste che vuole comprare Tim per 10,8 miliardi. Benvenuti a un’altra settimana di fuoco sui mercati.

La seduta di ieri, lunedì 23 marzo, ha lasciato in eredità un quadro tutt’altro che rassicurante. Le borse europee hanno chiuso sì in territorio positivo — lo Stoxx 600 ha guadagnato lo 0,6%, con Francoforte a +1,22%, Milano a +0,81% e Parigi a +0,79%, mentre Londra ha chiuso solo a +0,24% — ma il percorso per arrivarci è stato una vera e propria corsa sulle montagne russe. Il rischio che oggi si ripeta qualcosa di simile è, probabilmente, piuttosto concreto.

La Giornata di Ieri: Trump, l’Iran e il Solito Copione

La dinamica è ormai quasi uno schema fisso. Dopo un avvio da panico dei mercati — borse europee in fortissimo calo, prezzo del petrolio e del gas in continua salita, spread tra BTP e Bund sopra i 100 punti base dopo molti mesi — le borse sono tornate in campo positivo in chiusura.

Il catalizzatore, ancora una volta, è stato un post di Donald Trump. Il presidente ha annunciato “colloqui produttivi” con l’Iran, sostenendo che le due parti avrebbero “trovato un accordo su 15 punti”, impegnandosi a rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per cinque giorni.

Fin qui, tutto bene. Peccato che dall’altra parte la risposta sia stata tutt’altro che entusiasta. Il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha sostenuto che “non sono stati condotti negoziati con gli Stati Uniti” e che le fake news vengono usate “per manipolare i mercati finanziari e petroliferi”. Chi mente? Probabilmente la verità sta — come spesso accade in questi casi — da qualche parte nel mezzo.

Il Petrolio: Il Vero Ago della Bilancia

L’energia rimane la variabile che probabilmente continuerà a dominare le sedute delle prossime settimane. Il WTI ha lasciato sul terreno oltre il 9% scendendo sotto i 90 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 10% a 101,45 dollari. Il gas europeo ha chiuso in calo del 4,3% a 56,68 euro al megawattora.

Un calo importante, ma che bisogna leggere con attenzione. Gli analisti evidenziano come anche se i negoziati tra Stati Uniti e Iran dovessero avere successo, la riapertura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto della fornitura globale di petrolio — difficilmente avverrà dall’oggi al domani, lasciando le rotte marittime interrotte. In altre parole: il rimbalzo di ieri sui prezzi dell’energia potrebbe essere in parte illusorio, almeno nel breve periodo.

Gli Stati Uniti hanno intanto provato a correre ai ripari su un altro fronte: il segretario al Tesoro Bessent ha annunciato uno stop alle sanzioni sul greggio iraniano per 30 giorni, con l’obiettivo di immettere circa 140 milioni di barili sui mercati globali per allentare la pressione sui prezzi. Una mossa che, però, ha sollevato forte irritazione nei Paesi del Golfo Persico, che temono possa rafforzare l’Iran e distrarre dalla priorità di ripristinare i transiti a Hormuz.

Lo Spread BTP-Bund: Rientrato, ma Fragilissimo

Lo spread tra BTP e Bund ha chiuso la seduta di ieri a 87 punti base, dopo aver toccato quota 101 in mattinata. Il rendimento del decennale italiano è sceso al 3,87%, mentre il Bund tedesco si attesta al 3%.

Il rientro è reale, ma probabilmente non basta per cantare vittoria. Superare la soglia dei 100 punti base — anche solo per poche ore — è un segnale che il mercato non ha dimenticato. Basta un tweet, una dichiarazione, un missile che atterra nel posto sbagliato, e tutto potrebbe tornare rapidamente in tensione.

Il Caso della Settimana: Poste Compra Tim?

Nel mezzo del caos geopolitico, domenica sera è arrivata una notizia che ha poco a che fare con l’Iran ma moltissimo con il futuro industriale italiano. Il CDA di Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) volontaria totalitaria su Telecom Italia, per un valore complessivo di circa 10,8 miliardi di euro, con l’obiettivo di integrare il più grande network distributivo d’Italia con la principale infrastruttura di rete.

I dettagli numerici: l’offerta prevede 0,167 euro in cash e 0,0218 azioni ordinarie di nuova emissione di Poste per ogni titolo Tim, per una valorizzazione complessiva di 0,635 euro per azione, con un premio del 9,01% rispetto al prezzo ufficiale del 20 marzo 2026. L’OPAS sarà valida solo se l’adesione raggiungerà almeno il 66,67% del capitale.

Ieri in borsa i mercati hanno già espresso un verdetto abbastanza netto: Tim ha chiuso a +4,69%, Poste ha ceduto il -6,85%. Un classico — chi paga paga, chi incassa incassa. Sul fronte della redditività, Poste prevede un impatto positivo sull’utile per azione a partire dall’esercizio 2027, con sinergie stimate in 700 milioni annui. Se tutto va secondo i piani, si intende. Perché tra il lancio di un’OPAS e il suo perfezionamento — previsto entro fine 2026 — ci sono di mezzo le autorità regolatorie, i soci di minoranza e un contesto di mercato che, come si è visto, può cambiare in poche ore.

La domanda che molti si fanno è lecita: ha senso che lo Stato italiano, tramite Poste, si accolli un’operazione da 10,8 miliardi in uno dei periodi di maggiore instabilità degli ultimi anni? Probabilmente dipende dall’orizzonte temporale con cui si guarda alla cosa. Sul lungo periodo, un polo integrato tra infrastrutture di rete e distribuzione capillare potrebbe avere una sua logica industriale. Nel breve, il timing è quantomeno discutibile.

Cosa Aspettarsi Oggi

L’apertura di questa mattina si confronta con un’eredità di ieri che, al netto dei segni positivi in chiusura, rimane intrinsecamente instabile. I futures sugli indici europei non segnalano al momento movimenti particolarmente bruschi, ma il clima di fondo è quello di chi tiene un occhio sempre sul proprio schermo in attesa della prossima dichiarazione di Washington o Teheran.

Gli analisti di MPS Market Strategy sottolineano che “sui mercati sarà la volatilità a dominare, come ormai avviene dall’inizio del mese”. Un avvertimento che vale probabilmente anche per i prossimi giorni.

I nodi principali da seguire nelle prossime ore:

  • Eventuali aggiornamenti sui negoziati USA-Iran entro i cinque giorni di tregua annunciati da Trump
  • L’andamento del prezzo del petrolio, che rimane l’indicatore più sensibile del sentiment sul conflitto

In questo contesto, la parola d’ordine rimane una sola: cautela.

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