Alle 20:00 ora italiana la Federal Reserve comunicherà la sua decisione sui tassi, e raramente un appuntamento così atteso è stato anche così scontato nel suo esito numerico. Il mercato dà per praticamente certo che il costo del denaro resti dov’è. Eppure questa potrebbe rivelarsi una delle riunioni più delicate dell’anno, perché il numero conta poco: a pesare davvero sarà chi lo annuncia, e soprattutto cosa lascerà intendere sul resto del 2026.
Il motivo è semplice. Quella di stasera è la prima riunione del Federal Open Market Committee guidata da Kevin Warsh, insediatosi alla presidenza lo scorso 22 maggio al posto di Jerome Powell, rimasto comunque nel board come governatore. Per gli operatori è meno una decisione di politica monetaria e più un esame di credibilità per il nuovo corso della banca centrale americana.

Un esito già nei prezzi, un messaggio tutto da interpretare
Sul livello dei tassi i giochi sembrano fatti. Secondo il CME FedWatch, lo strumento che stima le mosse Fed a partire dai futures, la probabilità che il costo del denaro resti nell’intervallo 3,50%-3,75% viaggia attorno al 97%: una quasi-certezza. È lo stesso range in vigore da dicembre 2025, quando arrivò l’ultimo taglio da 25 punti base, e da allora la Fed non si è più mossa.
Proprio perché l’attesa di una conferma è così marcata, è plausibile che il vero terreno di gioco si sposti altrove: sul comunicato, sulle proiezioni economiche aggiornate e, soprattutto, sul tono della conferenza stampa che Warsh terrà alle 20:30. Come ha osservato Carmignac in una nota ripresa da Milano Finanza, la decisione sui tassi è scontata; le parole del nuovo presidente, no. Ed è lì che si annida la possibilità di sorprese.
Il nodo del dot plot: la Fed sta per archiviare i tagli?
L’elemento potenzialmente più dirompente è la nuova Summary of Economic Projections, che include il celebre dot plot, il grafico che sintetizza dove i singoli membri del Comitato vedono i tassi nei prossimi trimestri. A marzo, lo ricordiamo, la mediana indicava ancora almeno un taglio entro fine anno.
Diversi analisti ritengono ora verosimile che quella prospettiva venga cancellata. Secondo una lettura di Bank of America citata da CBS News, il dot plot di giugno potrebbe mostrare la Fed ferma per tutto il 2026, con almeno tre dei dodici membri votanti che arrivano addirittura a ipotizzare un rialzo. Un segnale di questo tipo, se confermato, rappresenterebbe un cambio di passo non banale rispetto a pochi mesi fa.
Il contesto macro aiuta a capire perché. L’inflazione americana resta ostinatamente alta: a maggio il dato annuo si è attestato al 4,2%, ben sopra l’obiettivo del 2%, come ricorda Chase nelle sue note agli investitori. E il mercato del lavoro continua a sorprendere in positivo: i 172 mila nuovi posti di maggio hanno doppiato le attese, ferme attorno agli 80-85 mila. Con prezzi caldi e occupazione solida, l’ipotesi di un taglio imminente appare oggi piuttosto remota.
Il vero ribaltone: dal sogno dei tagli al timore di un rialzo
Qui sta l’aspetto forse più trascurato di questa vigilia, e probabilmente il più interessante. Nel giro di poche settimane il mercato ha capovolto la propria scommessa: non si discute più quando la Fed taglierà, ma se per caso non possa essere costretta ad alzare. È un cambio di regime mentale prima ancora che monetario.
Lo testimonia anche un sondaggio coordinato dall’ex cronista del Wall Street Journal Jon Hilsenrath e ripreso da Kiplinger: tra 32 ex funzionari e collaboratori della Fed che si sono sbilanciati, 17 ritengono che un rialzo nel 2026 sarebbe probabilmente appropriato, contro 14 di parere opposto. Non è un pronostico ufficiale, ma fotografa bene quanto l’asse del dibattito si sia spostato verso il lato dei “falchi”.
C’è poi la cifra personale di Warsh, da sempre considerato un critico dell’espansione monetaria post-pandemia e fautore di una linea di “sound money”. È lecito attendersi che imprima alla comunicazione della banca centrale un’impronta più rigorosa, anche se è ancora presto per dire se sceglierà la rottura immediata o un approccio più graduale.
L’effetto Iran e la divergenza con la Bce
A complicare — o forse ad agevolare — il compito di Warsh c’è il fronte geopolitico, che nelle ultime ore ha sorprendentemente cambiato segno. L’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmata per via elettronica e attesa alla ratifica in presenza venerdì 19 giugno a Ginevra, ha raffreddato le tensioni sul greggio. Il Brent, che a inizio mese aveva sfiorato i 97 dollari sull’onda dello scontro Iran-Israele, è arretrato e oggi tratta stabilmente sotto la soglia degli 80 dollari, come segnala MarketScreener; il WTI ha aperto attorno ai 76,5 dollari secondo Investing.com.
Il rientro del prezzo dell’energia, se duraturo, allenterebbe una delle principali spine inflazionistiche e potrebbe dare a Warsh un po’ di spazio per concentrarsi sul restyling della comunicazione anziché su nuove strette. Vale la pena però mantenere cautela: gli stessi operatori, come riportato da Milano Finanza, ritengono che serviranno settimane per ricostruire piena fiducia sulla normalizzazione del transito nello Stretto di Hormuz.
Curioso il riflesso su questa sponda dell’Atlantico. La distensione sul petrolio ha ridimensionato anche le scommesse di rialzo della Bce, scese a circa 30 punti base entro fine anno dai 40 precedenti. Si delinea così una possibile divergenza: una Fed che sembra irrigidirsi proprio mentre Francoforte allenta parzialmente la presa. Un tema che, verosimilmente, accompagnerà i mercati nelle prossime settimane.
Piazza Affari e Wall Street in modalità attesa
In questo clima sospeso, le Borse hanno scelto la prudenza. A metà giornata il FTSE MIB procedeva incerto, frenato da Stellantis, dopo aver inanellato nelle ultime sedute una serie di nuovi record sopra quota 52.000 punti. I riflettori a Milano restano puntati sulle banche, mentre l’euro oscilla attorno a 1,1610 dollari e il dollaro mostra una intonazione più forte, complici i rendimenti americani in tenuta. Il rendimento del BTP decennale resta contenuto, con lo spread sul Bund nei pressi dei 70 punti base, sui minimi recenti.
Oltreoceano, la seduta di ieri si era chiusa in tono dimesso per il comparto tech: il Nasdaq aveva ceduto l’1,15% a 26.376 punti, appesantito dai semiconduttori e da Nvidia in calo, mentre proseguiva il rally di SpaceX (+4,83%) e correvano i finanziari, da JP Morgan a Goldman Sachs. In avvio di giornata, secondo Reuters e CNBC, i futures di Wall Street si muovevano poco mossi o in lieve rialzo, in attesa del verdetto serale.
(Avvertenza sui dati: questo articolo è redatto prima dell’annuncio delle 20:00; le quotazioni citate per la seduta odierna sono intraday e in tempo differito di circa 15 minuti, mentre i dati di Wall Street si riferiscono alla chiusura del 16 giugno. Eventuali scostamenti rispetto ai valori di chiusura ufficiali sono fisiologici.)
Cosa guardare stasera
Tre cose, più del numero in sé. Primo, il dot plot: se la mediana cancellerà l’ultimo taglio residuo e quanti membri spingeranno verso un rialzo. Secondo, il linguaggio del comunicato: un’eventuale rimozione del riferimento a futuri allentamenti sarebbe letta come un segnale restrittivo. Terzo, e forse decisivo, il tono di Warsh in conferenza stampa: la sua prima prova pubblica peserà su dollaro, rendimenti e azionario probabilmente più della decisione formale.
Lo scenario di base, condiviso dalla quasi totalità degli analisti, resta quello di tassi fermi con un’inclinazione un po’ più dura del previsto. Ma in una serata come questa, in cui debutta un nuovo presidente in un quadro di inflazione alta e geopolitica in movimento, il margine per sorprese — in un senso o nell’altro — appare tutt’altro che trascurabile.