Aprire l’app della banca e trovare il segno meno accanto al proprio investimento non è un’esperienza neutra. Anche chi si considera razionale, davanti a una perdita del 10 o del 15 per cento, sente una pressione fisica: il bisogno di fare qualcosa, subito. È un riflesso comprensibile, ma è quasi sempre il momento peggiore per prendere decisioni definitive.
La prima regola, quando i fondi perdono, è quindi controintuitiva: non agire d’impulso. Non significa non fare nulla per sempre, significa separare il momento dell’emozione dal momento della scelta.
In questa guida proveremo a rispondere alla domanda che ci viene posta più spesso in questi frangenti: cosa fare quando i fondi perdono? Per farlo distingueremo due situazioni molto diverse tra loro, una fisiologica fase negativa dei mercati e un problema strutturale dello strumento, e vi forniremo una checklist concreta per decidere se mantenere, mediare o liquidare la posizione.
Crollo dei mercati o fondo inefficiente? Come riconoscere la causa
Prima di chiedersi quando disinvestire i fondi, bisogna capire perché stanno perdendo. Le cause possibili sono sostanzialmente due e richiedono risposte opposte.
La perdita di mercato (sistemica)
Nel primo caso tutto scende insieme: gli indici azionari globali, spesso anche quelli obbligazionari, come è accaduto nel 2022 quando il rialzo dei tassi ha colpito contemporaneamente azioni e bond. Se il vostro fondo azionario globale perde il 12 per cento e l’indice MSCI World ne ha persi 13, il fondo sta semplicemente facendo il suo mestiere: replicare, con più o meno fedeltà, l’andamento del mercato in cui investe.
Questa perdita è temporanea nella maggior parte dei casi storici, anche se nessuno può garantire i tempi di recupero. È fisiologica, e chi ha un orizzonte temporale lungo la vive come parte del percorso.
La perdita da sotto-performance (specifica)
Il secondo scenario è più insidioso. Il mercato sale, o resta piatto, ma il vostro fondo scende, oppure recupera molto più lentamente del suo mercato di riferimento. Qui il problema non è la fase economica: è lo strumento.
La sotto-performance cronica ha spesso una causa banale, i costi. In Italia i fondi comuni azionari collocati dalle reti bancarie presentano commissioni di gestione annue che, secondo le rilevazioni periodiche di Consob e Banca d’Italia, si collocano frequentemente tra l’1,5 e il 2,5 per cento, a cui vanno aggiunte eventuali commissioni di performance e di ingresso. Un ETF equivalente sullo stesso mercato costa in genere tra lo 0,1 e lo 0,4 per cento.
Questa differenza, che sembra piccola su base annua, viene prelevata ogni anno, anche quando il fondo perde. Su un orizzonte di dieci anni, due punti percentuali di costo in più equivalgono, verosimilmente, a circa un quinto del capitale finale in meno. Non è una stima estrema: è aritmetica composta.
Come fare il confronto in pratica
Prendete il vostro fondo e cercate nel documento KID il benchmark dichiarato. Se non c’è, o se è un benchmark “di comodo” (capita più spesso di quanto si pensi), scegliete un ETF che investe nello stesso mercato: azionario globale, azionario Europa, obbligazionario euro governativo e così via.
Poi confrontate le performance a uno, tre e cinque anni. Le ricerche indipendenti, come lo studio SPIVA di S&P Dow Jones Indices, indicano da anni che la larga maggioranza dei fondi attivi europei non batte il proprio indice su orizzonti di dieci anni. Se il vostro fondo è tra quelli che restano indietro in modo sistematico, la perdita che state osservando probabilmente non è colpa del mercato.
Quando disinvestire i fondi e quando invece conviene aspettare
Arriviamo al punto centrale. Non esiste una risposta unica, ma esistono criteri oggettivi che aiutano a distinguere una decisione razionale da una reazione emotiva.
Quando è plausibile che convenga non disinvestire
Se i mercati sono in una fase di vendite generalizzate, lo strumento che avete in mano è efficiente (costi bassi, benchmark rispettato) e il vostro orizzonte temporale originale non è terminato, la scelta più sensata è quasi sempre restare investiti. Vendere in un momento di panico generale significa, con buona probabilità, consolidare la perdita esattamente quando il potenziale di recupero è più alto.
Vale la pena ricordare un dato spesso citato dagli studi sul comportamento degli investitori: una parte rilevante dei rendimenti di lungo periodo dei mercati azionari si concentra in pochi giorni di forte rialzo, che tendono a verificarsi proprio a ridosso delle fasi di crollo. Chi esce nel momento sbagliato rischia di perderseli.
Quando disinvestire è probabilmente la scelta corretta
Ci sono però situazioni in cui aspettare è un errore. Le riassumiamo in tre casi.
Il fondo ha costi sproporzionati che frenano il recupero. Se dovete recuperare un 15 per cento e ogni anno il gestore ne trattiene due, il traguardo si allontana invece di avvicinarsi. In questo caso il tempo lavora contro di voi, non a vostro favore.
La strategia del gestore si è rivelata sbagliata nel tempo. Un anno negativo può capitare a chiunque. Cinque anni consecutivi sotto il benchmark, con scostamenti ampi, indicano verosimilmente un problema di metodo, non di sfortuna.
I vostri obiettivi sono cambiati, oppure vi serve liquidità. L’investimento esiste per servire la vostra vita, non il contrario. Se l’orizzonte si è accorciato per motivi personali (un acquisto, un cambio di lavoro, un’esigenza familiare), la decisione va presa in base a quel dato, non in base al prezzo di carico.
Notate un dettaglio comune a tutti e tre i casi: nessuno riguarda il fatto che il fondo sia “in perdita” in sé. Il segno meno, da solo, non è un criterio decisionale.
Disinvestire fondi prima della scadenza: penali, fisco e miti da sfatare
Molti risparmiatori restano fermi non per convinzione, ma per la sensazione di essere bloccati. Vale la pena fare chiarezza sugli aspetti pratici, perché alcune convinzioni diffuse sono semplicemente false.
Il mito della scadenza
La grande maggioranza dei fondi comuni aperti non ha una scadenza. Sono strumenti liquidabili in qualsiasi momento, con rimborso in genere entro pochi giorni lavorativi dalla richiesta. L’idea di dover “aspettare la scadenza” deriva probabilmente da una confusione con altri prodotti, come le polizze, i piani di accumulo o i fondi a cedola predefinita, oppure da un consiglio ricevuto allo sportello che meritava maggiore approfondimento.
Esistono fondi con scadenza definita o con finestre di uscita, ma sono una minoranza e devono dichiararlo esplicitamente nel KID. Se il vostro fondo non lo dichiara, potete uscire quando volete.
Le penali di uscita
Alcuni fondi, soprattutto quelli collocati con commissioni di ingresso azzerate in cambio di un vincolo temporale, prevedono commissioni di rimborso decrescenti: ad esempio il 3 per cento se si esce nel primo anno, il 2 nel secondo, l’1 nel terzo, zero dal quarto. Questa informazione è obbligatoriamente riportata nella sezione dei costi del KID o del KIID.
Prima di decidere, verificate in quale anno vi trovate. Se la penale residua è dell’1 per cento e il fondo vi costa il 2 per cento all’anno in gestione, uscire subito è verosimilmente conveniente anche pagando la commissione. Se invece siete nel primo anno con una penale del 3 per cento, può avere senso attendere qualche mese, a meno che le altre condizioni non suggeriscano il contrario.
La trappola fiscale delle minusvalenze
Questo è probabilmente l’aspetto meno conosciuto e più costoso. In Italia i guadagni dei fondi comuni e degli ETF sono classificati fiscalmente come redditi di capitale, mentre le perdite sono classificate come redditi diversi. Le due categorie non si compensano tra loro.
In concreto: se vendete un fondo in perdita di 5.000 euro e poi realizzate un guadagno di 5.000 euro su un altro fondo o ETF, pagherete comunque il 26 per cento di imposta sul secondo guadagno. La minusvalenza resta lì, nel vostro “zainetto fiscale”, inutilizzata.
Le minusvalenze possono però essere compensate con plusvalenze che generano redditi diversi: azioni singole, obbligazioni, certificati di investimento. E hanno una scadenza: sono utilizzabili entro il quarto periodo d’imposta successivo a quello in cui sono state realizzate. Trascorso quel termine, il credito fiscale si estingue.
Questo cambia il modo di ragionare sul disinvestimento. Uscire da un fondo in perdita non è solo una scelta di portafoglio: è anche l’apertura di una finestra fiscale di quattro anni che, se pianificata con gli strumenti adatti, permette di recuperare una parte della perdita sotto forma di tasse non pagate.
I 3 errori emotivi da evitare assolutamente nei momenti di crisi
La finanza comportamentale ha catalogato con precisione i modi in cui i risparmiatori distruggono valore nei momenti di stress. Ne segnaliamo tre, perché sono i più frequenti.
Liquidare tutto ai minimi
È l’errore classico. La perdita sulla carta, in una fase di mercato negativa, è virtuale: il valore del fondo può risalire. Vendere trasforma quella perdita in reale e definitiva. Le analisi sul comportamento degli investitori nei fondi, come quelle pubblicate periodicamente da Morningstar, mostrano da anni che il rendimento effettivamente incassato dai risparmiatori è inferiore a quello dei fondi stessi, e la differenza è spiegata in larga parte dal timing sbagliato delle uscite e dei rientri.
Restare paralizzati “aspettando che torni a pari”
L’errore opposto, ma altrettanto costoso. Il prezzo di carico è un numero che conta solo per voi: il mercato non lo conosce e non ha alcun interesse a riportarvi in pareggio. Tenere per anni i soldi in un fondo inefficiente, sperando di uscire “senza perdere”, ha un costo d’opportunità enorme: nel frattempo strumenti più efficienti sullo stesso mercato stanno probabilmente recuperando molto più in fretta.
La domanda corretta non è “quando tornerò a pari?”, ma “se oggi avessi questa somma in contanti, la investirei in questo stesso fondo?”. Se la risposta è no, il prezzo di carico è irrilevante.
Mediare al ribasso alla cieca
Il piano di accumulo è una strategia sensata su uno strumento efficiente. Diventa una trappola su uno strumento scarso. Continuare a versare in un fondo che sotto-performa il mercato solo perché “ora costa meno” significa aumentare l’esposizione a un problema strutturale. Il prezzo più basso di un fondo inefficiente non è un’occasione: è la conferma dell’inefficienza.
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Se c’è un messaggio che vorremmo lasciarvi è questo: una perdita su un fondo non va subita passivamente. Va letta come un segnale, e spesso come un’occasione per fare pulizia in un portafoglio costruito nel tempo senza una logica d’insieme.
Nella nostra esperienza, il percorso che produce i risultati migliori è quasi sempre lo stesso. Prima si distingue ciò che perde perché il mercato scende da ciò che perde perché costa troppo. Poi si esce, in modo graduale e pianificato, dagli strumenti inefficienti, verificando penali e tempistiche. Infine si riallocano le somme verso strumenti trasparenti: ETF con costi di gestione contenuti e senza commissioni nascoste per la parte di portafoglio a lungo termine, e certificati di investimento, utilizzati con criterio, per recuperare fiscalmente le minusvalenze accumulate prima che scadano.
Non è una ricetta magica e non elimina il rischio di mercato, che fa parte dell’investire. Ma riduce quello che si può ridurre: i costi, l’inefficienza fiscale, le decisioni prese sotto stress.
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Il nostro approccio è indipendente e libero da logiche di collocamento: non abbiamo prodotti da vendervi, abbiamo un metodo da condividere.
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Disclaimer: le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative ed educative e non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o sollecitazione all’investimento. Ogni decisione di investimento deve essere valutata in base alla propria situazione personale, agli obiettivi e alla propensione al rischio, eventualmente con il supporto di un professionista abilitato. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.