L’apertura di seduta vede un mercato a due velocità: l’Asia e il comparto tecnologico corrono sulla scia di dati cinesi sorprendentemente forti, mentre l’Europa si muove in ordine sparso con un occhio già rivolto alla riunione della Banca Centrale Europea dell’11 giugno. Sullo sfondo, il petrolio e il dossier Medio Oriente restano la variabile che più di ogni altra rischia di condizionare le prossime mosse di Francoforte.

Un avvio in modalità “risk-on”, ma non per tutti

La mattinata del 9 giugno si apre con un tono prevalentemente positivo, anche se la fotografia degli indici racconta una giornata tutt’altro che uniforme. Piazza Affari resta protagonista: il FTSE MIB segna un +0,72% intorno ai 50.570 punti, consolidando — almeno per ora — la soglia psicologica dei 50.000 punti conquistata nelle settimane scorse. Più caute le altre piazze continentali, con il DAX di Francoforte sostanzialmente piatto (+0,01%) e il CAC 40 di Parigi in lieve progresso (+0,13%). In controtendenza Londra, con il FTSE 100 in calo dello 0,34%, e Zurigo, con lo SMI a -0,17%.

Il vero motore della giornata sembra però arrivare da Oriente e dal comparto tecnologico, due fronti che — come vedremo — appaiono più connessi di quanto possa apparire a prima vista.

I dati cinesi accendono Asia ed emergenti

A dare la spinta è probabilmente il dato sul commercio estero cinese diffuso questa mattina. Secondo i numeri dell’amministrazione doganale di Pechino ripresi da Il Sole 24 Ore, a maggio le esportazioni cinesi sono cresciute del 19,4% su base annua, in netta accelerazione rispetto al +14,1% di aprile e ben oltre il consenso degli analisti, fermo intorno al +15%. Robusto anche il dato sull’import, salito del 27,4% (atteso a circa +26%).

Il dettaglio più significativo riguarda gli Stati Uniti: come riporta Il Sole 24 Ore, l’export cinese verso gli USA è balzato del 35,4% annuo, toccando i 39 miliardi di dollari contro i 28,8 dello stesso mese del 2025. Un rimbalzo che gli analisti collegano alla visita del presidente Trump in Cina e al percorso di distensione commerciale avviato dall’ottobre scorso. Gli economisti di ING, citati da Milano Finanza, segnalano tuttavia una possibile controindicazione: l’impennata delle importazioni potrebbe verosimilmente ridurre il surplus commerciale nei prossimi mesi.

La reazione dei listini asiatici è stata positiva. Il TOPIX di Tokyo guadagna l’1,14%, mentre l’MSCI Emerging Markets vola del +1,62%, segno che gli investitori internazionali sembrano tornare a guardare con interesse ai mercati in via di sviluppo. Sul fronte cinese va segnalata una discrepanza tra le fonti: lo snapshot di apertura colloca lo Shanghai Composite a +1,24%, mentre Milano Finanza riportava un più contenuto +0,81% per Shanghai e +1,11% per il CSI 300 subito dopo la pubblicazione dei dati. La direzione è comunque chiara: l’umore in Asia è positivo.

Wall Street a due velocità: corre il Nasdaq, arretra il Dow

Oltreoceano emerge quella che probabilmente è la dinamica più interessante della giornata. I future e gli indici di riferimento raccontano un mercato spaccato: il Nasdaq 100 segna un robusto +1,58% in area 29.414 punti, mentre il Dow Jones arretra dello 0,16% nonostante quoti a ridosso dei 50.786 punti. Nel mezzo, l’S&P 500 in moderato rialzo (+0,30%).

Questa divergenza tra l’indice tecnologico e quello “industriale” non è un dettaglio tecnico: è spesso letta come un segnale di rotazione settoriale. In altre parole, il capitale sembra concentrarsi sui titoli growth e sul comparto dei semiconduttori — da inizio anno il vero baricentro del mercato grazie alla spesa legata all’intelligenza artificiale — mentre i settori più tradizionali e ciclici, ben rappresentati nel Dow, restano indietro. È una dinamica che merita attenzione: quando il rialzo si fa così selettivo, è plausibile che la solidità complessiva del mercato dipenda dalla tenuta di un numero ristretto di grandi nomi tecnologici.

L’incognita BCE: verso il primo rialzo dei tassi in quasi tre anni

Se il quadro globale appare improntato all’ottimismo, l’Europa porta con sé una variabile che potrebbe presto cambiare gli equilibri. Giovedì 11 giugno il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea annuncerà le proprie decisioni di politica monetaria, e il consenso degli analisti — riportato tra gli altri da ANSA e Il Tempo — si è progressivamente spostato verso l’ipotesi di un rialzo dei tassi di 25 punti base, che porterebbe il tasso sui depositi al 2,25%. Sarebbe la prima stretta in quasi tre anni.

A spingere Francoforte è soprattutto l’inflazione, risalita al 3,2% a maggio nell’Eurozona, il livello più alto da settembre 2023 e per il terzo mese consecutivo sopra l’obiettivo del 2%. Il fattore decisivo è la componente energetica, cresciuta di oltre il 10% su base annua a causa delle tensioni geopolitiche. La stessa Christine Lagarde ha mantenuto un atteggiamento volutamente prudente, limitandosi a dichiarare che la decisione “la saprete l’11 giugno” e parlando di una situazione “di massima incertezza”. Goldman Sachs, secondo quanto riferito da Websim, stima un picco dell’inflazione vicino al 3,4% nel quarto trimestre del 2026.

È uno scenario delicato: la BCE si troverebbe a stringere la politica monetaria proprio mentre la crescita europea resta debole — secondo la stessa Lagarde, nel 2026 l’intera area dovrebbe espandersi sotto l’1%. Una combinazione che ricorda, sia pure in forma attenuata, le dinamiche tipiche di una fase di stagflazione e che probabilmente spiega la prudenza di alcune piazze continentali in apertura.

Petrolio e Medio Oriente: la variabile che muove tutto

Alla radice delle pressioni inflazionistiche c’è il capitolo energia. Il Brent, secondo le rilevazioni de Il Sole 24 Ore e di MarketScreener, viaggia in area 94-95 dollari al barile, in rialzo dell’1,7% nell’ultima seduta rilevata. Si tratta di livelli sensibilmente più bassi rispetto al massimo annuale di 126,41 dollari toccato il 30 aprile, ma ancora ben superiori ai valori pre-crisi.

Il quadro resta legato alla fragile tregua tra Stati Uniti e Iran e alla situazione dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici globali. Finché la de-escalation non sarà consolidata, è plausibile che il petrolio continui a oscillare in funzione delle notizie geopolitiche più che dei fondamentali, mantenendo elevata la volatilità. Da segnalare, in chiave cinese, che nei primi cinque mesi del 2026 le importazioni di greggio di Pechino sono calate di circa il 5% su base annua, un dettaglio che secondo alcuni osservatori potrebbe indicare una domanda industriale meno esuberante di quanto suggeriscano i dati sull’export.

Cosa aspettarsi

Nelle prossime sedute l’attenzione sarà quasi interamente concentrata sull’appuntamento di giovedì con la BCE, che si annuncia come lo spartiacque dell’estate europea. Un eventuale rialzo dei tassi, pur ampiamente atteso, potrebbe comunque generare volatilità a seconda del tono della conferenza stampa e delle nuove proiezioni economiche dello staff. Sul fronte internazionale, i riflettori resteranno puntati sulla tenuta del comparto tech a Wall Street e sull’evoluzione del dossier mediorientale, che continua a fare da regista occulto sui prezzi dell’energia e, di riflesso, sulle scelte delle banche centrali.

In sintesi, la giornata fotografa un mercato che vuole continuare a credere allo scenario “risk-on”, ma che dovrà presto fare i conti con un’Europa stretta tra inflazione e crescita fragile. La parola, almeno per ora, passa a Francoforte.