I mercati europei tornano operativi questa mattina dopo quattro giorni di chiusura festiva, e lo fanno in un contesto che, probabilmente, definire “delicato” è già un eufemismo.

L’ultimatum che tiene in ostaggio i mercati

Le borse europee riprendono le contrattazioni a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum di Trump all’Iran, fissato alle 2 del mattino di mercoledì ora italiana. Il presidente americano ha ribadito più volte nelle ultime ore che la scadenza è “definitiva”: o un accordo, o gli Stati Uniti colpiranno le infrastrutture energetiche iraniane. Trump ha confermato che l’ultimatum scade martedì alle 20 ora di Washington, aggiungendo che l’Iran «non avrà ponti o impianti energetici» se non verrà trovata un’intesa.

Sul fronte diplomatico, la situazione resta intricata. I mediatori hanno presentato il cosiddetto “accordo di Islamabad”, una tregua di 45 giorni che consentirebbe di negoziare su tutto il resto, incluso lo sblocco di Hormuz. Trump ha definito il piano “un passo importante ma non sufficiente”. Teheran, dal canto suo, ha respinto la proposta di cessate il fuoco e ha chiesto la fine definitiva del conflitto, la revoca delle sanzioni e un protocollo per il transito sicuro attraverso Hormuz.

In questo quadro, è difficile fare previsioni attendibili. Le posizioni restano distanti, ma i canali diplomatici — Pakistan, Egitto e Turchia come mediatori — sembrano ancora attivi. Gli investitori si trovano costretti a posizionarsi in vista di scenari fortemente divergenti: un accordo rapido che chiude il conflitto oppure un’escalation che potrebbe far schizzare petrolio e rendimenti obbligazionari.

Il petrolio: stabilità apparente su livelli ancora elevati

Sul fronte delle materie prime, il greggio resta un termometro affidabile della tensione geopolitica. Il Brent si è assestato attorno a 109,71 dollari al barile nella seduta di ieri, con un rialzo dello 0,62%. Un livello che, va detto, rimane storicamente molto elevato e che probabilmente continuerà a pesare sull’inflazione globale nei prossimi mesi.

Un segnale parzialmente positivo arriva dall’OPEC, che domenica ha annunciato un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. Un gesto simbolicamente rilevante, anche se difficilmente sufficiente a compensare i milioni di barili mancanti dai produttori del Golfo. Qualche notizia incoraggiante arriva anche dallo Stretto di Hormuz: secondo Bloomberg, il traffico di petroliere ha raggiunto il livello più alto dall’inizio del conflitto, con Cina e Giappone tra i principali destinatari dei carichi. Siamo ancora lontani dalla normalità, ma potrebbe trattarsi di un primo segnale di disgelo.

I dati macro: un mercato del lavoro USA che sorprende

Nel fine settimana, gli investitori hanno avuto modo di digerire il report sull’occupazione americana di marzo. I numeri sono stati decisamente sopra le attese: 178.000 nuovi posti di lavoro creati, contro un consensus che si fermava a 65.000. Il tasso di disoccupazione è sceso leggermente al 4,3%. Una sorpresa positiva che, in parte, probabilmente riflette una correzione rispetto al mese precedente — a febbraio i dati erano stati condizionati negativamente da scioperi e condizioni meteorologiche avverse.

In ogni caso, il messaggio che ne emerge è abbastanza chiaro: non c’è un rischio immediato sul fronte del lavoro negli USA. Questo lascia alla Federal Reserve ampio spazio per mantenere un approccio attendista, in attesa di capire meglio l’impatto inflazionistico dello shock energetico in corso. Il prossimo appuntamento macro cruciale sarà venerdì, con la pubblicazione dell’IPC di marzo: le attese degli analisti indicano un’inflazione tornata sopra il 3%, il che renderebbe ancora più complicato il compito di Powell e soci.

Cosa aspettarsi dalla giornata

I mercati si muoveranno quasi certamente all’unisono con gli sviluppi diplomatici nelle prossime ore. Come ha sintetizzato Rob Subbaraman, responsabile della ricerca macro globale di Nomura, i mercati sono sotto tensione perché il tempo stringe e gli esiti sono “binari”: tregua o escalation.

In questo scenario, i settori più esposti restano quelli energetici — con titoli come ENI che nelle scorse sedute avevano beneficiato dell’impennata del greggio — e quelli più sensibili al ciclo economico, che soffrirebbero di un’ulteriore escalation del conflitto. L’euro, per ora, si mantiene su livelli relativamente stabili contro il dollaro, ma potrebbe muoversi rapidamente in caso di notizie rilevanti nelle prossime ore.

Insomma: la mattinata europea si apre con il mercato in modalità “osservazione”. I rialzi timidi di questa apertura sembrano riflettere più l’assenza di brutte notizie che una reale fiducia nel futuro prossimo. La scadenza dell’ultimatum, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, dirà probabilmente molto su dove andranno i mercati nei prossimi giorni.