13 aprile 2026 — La settimana si apre con un cocktail esplosivo per i mercati finanziari: il fallimento dei negoziati tra Washington e Teheran, svoltisi ad Islamabad nel weekend, ha spinto Donald Trump ad annunciare un blocco navale dello Stretto di Hormuz, una mossa che ha rimescolato tutte le carte sul tavolo degli investitori globali.

Il blocco di Hormuz
Nella notte tra domenica e lunedì, dopo 21 ore di trattative senza risultato concrete, la Casa Bianca ha annunciato che il Comando centrale degli Stati Uniti applicherà il blocco al traffico marittimo in entrata e uscita dai porti iraniani a partire dalle ore 16:00 italiane del 13 aprile.
Il nodo centrale dei negoziati rimasto irrisolto riguarda il programma nucleare iraniano: Trump ha chiarito che l’Iran non è disposto a rinunciare alle sue ambizioni nucleari, e che su questo punto non esistono margini di trattativa.
L’effetto sul traffico marittimo è stato pressoché immediato. Secondo quanto riporta Lloyd’s List, tutto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz sembra essersi fermato e almeno due navi che sembravano dirette a uscire dallo stretto hanno invertito la rotta.
Sul fronte iraniano, la risposta è arrivata su più livelli. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha avvertito che la mossa potrebbe avere ripercussioni negative sui consumatori americani, con un conseguente aumento dei prezzi del carburante. La marina iraniana, dal canto suo, ha definito la minaccia americana “ridicola”, assicurando di monitorare tutti i movimenti delle forze statunitensi nella regione.
Vale la pena ricordare che più del 60% delle imbarcazioni usate dai Pasdaran per pattugliare il braccio di mare risulta ancora intatta, inclusi barchini veloci e unità dotate di missili e mine difficili da localizzare via satellite. Questo suggerisce che l’Iran probabilmente non resterà a guardare, anche se le modalità di una risposta restano tutte da capire.
L’impatto sui mercati: petrolio a tripla cifra, euro in calo
L’effetto sui prezzi energetici è stato immediato e probabilmente destinato a durare. Il WTI è salito dell’8% raggiungendo i 104,24 dollari al barile, mentre il Brent ha guadagnato circa il 7%. Il gas naturale ad Amsterdam ha registrato un rialzo dell’8,4%, portandosi a 47,3 euro al megawattora.
I future sull’Eurostoxx 50 cedono l’1,35%, mentre i contratti sul Ftse Mib milanese segnano -0,99%. Sul mercato valutario, l’euro scivola a 1,1688 dollari da 1,1731 di venerdì, con il biglietto verde che beneficia della ricerca di porto sicuro da parte degli investitori.
Sul versante delle previsioni, i segnali che arrivano da alcuni operatori sono tutt’altro che rassicuranti. Secondo indicazioni dagli operatori di mercato fisico, i carichi in consegna nelle prossime settimane hanno toccato livelli ben più alti dei future, segno che il tema non è teorico ma immediato. Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo RDIF, ha ipotizzato che il greggio potrebbe spingersi fino a 150 dollari al barile nel breve termine — una stima che va però presa con le pinze, considerando la fonte.
Se la stretta su Hormuz dovesse durare tra le otto e le dodici settimane, a pagare il conto più salato sarebbero probabilmente Asia ed Europa, più che gli Stati Uniti stessi. Un elemento che non sembra sfuggire nemmeno a Washington: fonti vicine al segretario al Tesoro Scott Bessent indicano una crescente preoccupazione per un possibile effetto boomerang.
L’allarme di Descalzi e il governo italiano che teme la recessione
In Italia, la crisi energetica si incrocia con una situazione macroeconomica già fragile. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha sollevato un punto che probabilmente il dibattito politico non può più ignorare: l’Europa consuma 60 milioni di tonnellate di petrolio e ne importa circa il 35%, avendo chiuso 36 raffinerie negli ultimi 18 anni sulla base di scelte energetiche che ora mostrano i loro limiti. Descalzi ha chiesto di sospendere il bando dal 2027 sul GNL russo e di rivedere il sistema ETS che grava sull’industria pesante.
Sul fronte governativo, il ministro dell’Economia Giorgetti ha paventato una possibile flessione del Pil italiano nel 2026, nonostante l’OCSE abbia stimato una crescita del +0,4%. Una prospettiva che potrebbe aprire un confronto difficile con Bruxelles sul Patto di Stabilità.
La svolta ungherese che probabilmente cambierà l’UE
In uno scenario dominato dall’escalation mediorientale, nel fine settimana è arrivata dal centro Europa una notizia politica di portata storica, con ricadute che potrebbero essere molto rilevanti anche per i mercati. Con il 97,74% delle schede scrutinate, il partito Tisza di Peter Magyar si è aggiudicato 138 seggi su 199, superando la soglia dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Viktor Orban, con Fidesz, si è fermato a 55 seggi.
A Bruxelles si aspetta che uno dei primi atti del prossimo premier ungherese sia lo sblocco del prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina su cui Orban aveva messo il veto. Un cambio di rotta che potrebbe anche accelerare lo sblocco dei fondi europei verso Budapest, con effetti positivi sull’azionario dell’Europa centrale e orientale e sulla coesione del fronte europeo nelle trattative commerciali e geopolitiche.
Magyar ha già annunciato che il suo primo viaggio ufficiale sarà a Varsavia, il secondo a Vienna e il terzo a Bruxelles. Un percorso che sembra tracciare molto chiaramente la rotta dell’Ungheria: ritorno nell’orbita europea, e probabilmente addio alla vicinanza strategica con Mosca che ha caratterizzato l’era Orban.
Trimestrali USA: oggi tocca a Goldman Sachs
In questo contesto di forte incertezza, la settimana porta anche l’avvio della stagione delle trimestrali americane, che storicamente funge da termometro sullo stato reale dell’economia. Goldman Sachs rilascia oggi i risultati del primo trimestre prima dell’apertura dei mercati, con il consensus degli analisti che stima utili per azione a 16,22 dollari, in crescita rispetto ai 14,12 dollari dello stesso periodo dell’anno precedente, e ricavi attesi a 16,87 miliardi di dollari.
Nei giorni successivi toccherà a JPMorgan, Wells Fargo e Citigroup il 14 aprile, e poi a Bank of America e Morgan Stanley il 15 aprile. I risultati saranno osservati con particolare attenzione in un contesto in cui la guerra commerciale e le tensioni geopolitiche rendono difficile ogni previsione di outlook affidabile. Probabilmente la vera incognita non saranno i numeri del primo trimestre, quanto le indicazioni che le banche daranno sul secondo semestre 2026.