Aprire il trading terminal stamattina non è particolarmente piacevole. Le borse europee hanno aperto in calo generalizzato, con il DAX tedesco a guidare le perdite (-1,41%), seguito dal FTSE MIB di Milano a -1,18%, dal CAC 40 francese a -1,06% e dal FTSE 100 londinese a -1,06%. Lo SMI svizzero, tradizionalmente più difensivo, cede lo 0,93%. Non è un crollo verticale, ma è un segnale abbastanza chiaro di come il mercato stia reagendo a una combinazione di fattori che si stanno accumulando ormai da settimane.

La notte americana: la Fed non convince e Wall Street affonda

Il catalizzatore più diretto del sell-off di questa mattina è quasi certamente quello che è successo ieri sera a Washington. Wall Street ha chiuso in netto calo: il Dow Jones ha perso l’1,64% a 46.224 punti, il Nasdaq ha ceduto l’1,46% a 22.152 punti e lo S&P 500 ha lasciato sul terreno l’1,36% a 6.624 punti. Le perdite si sono ampliate proprio durante la conferenza stampa di Powell.

Il motivo è semplice: la Fed ha lasciato i tassi invariati e continua a prevedere per quest’anno una sola riduzione del costo del denaro. Nonostante la guerra in Iran — le cui ripercussioni economiche restano «incerte» — la banca centrale non ha cambiato la sua posizione. «Non sappiamo cosa accadrà», ha ripetuto più volte Powell, incalzato sullo stato dell’economia americana. I più alti prezzi dell’energia faranno salire l’inflazione, ma è «troppo presto per conoscere la portata e la durata del potenziale effetto economico».

Quella di Powell è stata probabilmente la risposta più onesta possibile in un momento di grande incertezza — ma i mercati, si sa, preferiscono le certezze. Le proiezioni macroeconomiche aggiornate mostrano una crescita più rapida rispetto a dicembre: PIL USA atteso al 2,4% per il 2026 (dal 2,3%) e al 2,3% per il 2027. Ma è sull’inflazione che gli investitori si sono innervositi: rivista al 2,7% quest’anno (dal 2,4% di dicembre), con l’inflazione core che sale anch’essa al 2,7% rispetto al 2,5% precedente.

In sintesi: economia solida, ma inflazione che non scende abbastanza in fretta — e una guerra in corso che rende tutto più complicato. Non esattamente il cocktail che i mercati speravano di sentire.

Vale la pena anche notare il contesto istituzionale che aleggia sulla Fed: quella di questa settimana è la penultima riunione guidata da Powell, il cui mandato scade il 15 maggio. Trump ha nominato Kevin Warsh come suo successore, ma la conferma si è arenata al Senato. Una variabile di incertezza in più, che probabilmente non aiuta la fiducia degli investitori nell’autonomia della banca centrale.

Il vero problema: il Brent a 111 dollari e Hormuz che non riapre

Se la Fed è il catalizzatore di breve periodo, il problema strutturale di questo momento si chiama Stretto di Hormuz. Stamattina il Brent ha registrato una fortissima crescita del 3,73%, pari a 4 dollari, portandosi a 111,38 dollari al barile. Un livello che a molti osservatori sembrava impossibile solo qualche mese fa.

Il picco dell’anno, per dare un riferimento, è stato toccato il 9 marzo a 119,5 dollari al barile. Quello che stiamo vivendo, quindi, è forse una fase di assestamento — ma in un range che rimane comunque straordinariamente alto

La ragione di questi prezzi è nota. Entrambi i contratti hanno registrato un’impennata di oltre il 50% nell’ultimo mese, raggiungendo i livelli più alti dal 2022, a causa della grave interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Brent ha chiuso sopra i 100 dollari per la prima volta in quattro anni.

TTF europeo: il gas vola ancora, +27% nell’ultimo anno

Se il Brent fa paura, il gas naturale europeo fa ancora di più. Il TTF olandese — il principale benchmark di riferimento per il gas in Europa — quota stamattina attorno ai 55 €/MWh, con un range intraday già compreso tra i 49,76 e i 55,49 euro per megawattora secondo i dati di Investing.com. Nell’ultimo anno il prezzo è aumentato di circa il 27,5%, con un’accelerazione impressionante nell’arco dell’ultimo mese: +64% rispetto al livello di un mese fa.

Per capire da dove arriva questa impennata, bisogna tornare a inizio marzo. Il 2 marzo il TTF è schizzato del 40% a 45 euro/MWh in una sola seduta, dopo che il Qatar ha chiuso l’impianto GNL di Ras Laffan — il più grande al mondo — colpito da un attacco con droni iraniani. Il 3 marzo ha toccato 52 euro, con un picco intraday a 65,6 euro/MWh, il massimo dal 2022. In appena tre sedute il prezzo del gas europeo è balzato del 62%.

Un combinato petrolio-gas di questo tipo è probabilmente il peggior scenario possibile per la BCE: inflazione energetica in risalita, crescita sotto pressione, e margini di manovra sempre più stretti. Ed è esattamente questo il contesto in cui Lagarde si troverà a parlare nel pomeriggio.

Asia: il TOPIX crolla del 2,91%, emergenti sotto pressione

Il sell-off non si è fermato all’Europa. I mercati asiatici hanno sofferto ancora più pesantemente, ed è un segnale che vale la pena tenere in considerazione. Il TOPIX giapponese ha ceduto il 2,91%, probabilmente penalizzato anche dalla sensibilità dell’economia nipponica alle forniture energetiche. Shanghai ha perso l’1,39%. A livello aggregato, l’MSCI Emerging è sceso del 2,68% e l’MSCI World dello 0,49%.

Questi numeri raccontano probabilmente qualcosa di più di una semplice reazione alle notizie: il mercato sta iniziando a prezzare uno scenario in cui la guerra in Medio Oriente non si risolve rapidamente, e le conseguenze di lungo periodo su inflazione e crescita globale diventano sempre più difficili da ignorare.

BCE day: i tassi sono quasi certamente fermi, ma conta quello che dirà Lagarde

Oggi è anche, e forse soprattutto, il giorno della BCE. I mercati anticipano tassi lasciati invariati per la sesta volta consecutiva. Non è l’annuncio sui tassi la vera notizia attesa con trepidazione: ora più che mai, nel bel mezzo della guerra USA-Iran, ai trader e agli investitori interessa capire quale sarà il messaggio che la BCE deciderà di inviare. L’annuncio arriverà alle 14:15, la conferenza stampa di Lagarde alle 15:00.

La BCE si trova in una posizione scomoda. La linea più probabile dell’Eurotower è quella di una pausa accompagnata da una comunicazione volutamente ferma e vigile: da un lato, Francoforte tenderà a rassicurare i mercati sul fatto che l’Eurozona oggi affronta lo shock geopolitico con fondamentali inflattivi meno deteriorati rispetto al 2022, con l’inflazione complessiva risalita all’1,9% a febbraio 2026 dopo l’1,7% di gennaio, restando comunque su livelli molto inferiori ai picchi della precedente crisi energetica.

Dall’altro lato però, la BCE dovrà riconoscere i nuovi rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita. Lagarde adotterà probabilmente un atteggiamento vigile e, come già affermato in precedenza, la BCE è determinata a prevenire uno scenario simile a quello del 2022.

Il mercato, nel frattempo, non ha idee particolarmente chiare su cosa accadrà dopo. Gli esperti assegnano una probabilità del 60% a uno scenario in cui i tassi rimangano invariati per tutto il 2026, e una probabilità del 25% allo scenario peggiore per le colombe, ovvero tre rialzi nel corso dell’anno. È un range molto ampio di possibilità, che riflette bene quanto sia difficile fare previsioni in questo momento.

In sintesi

La giornata di oggi è probabilmente una di quelle in cui conviene aspettare prima di muoversi. Il petrolio ha ripreso a salire, Wall Street ha chiuso male, l’Asia ha sofferto e le borse europee aprono in rosso. Nel pomeriggio Lagarde parlerà, e le sue parole potrebbero cambiare il tono della sessione — in un senso o nell’altro.

Il quadro macro resta complicato: inflazione più alta del previsto, guerra in corso, banche centrali che aspettano senza tagliare. Non è un contesto che storicamente premia il rischio — e per ora, i numeri di questa mattina sembrano dirci esattamente questo.