FTSE MIB invariato a 49.290 punti, DAX e CAC 40 in calo, mentre il Nasdaq 100 viaggia in territorio ampiamente positivo. La nuova fiammata del Brent dopo lo stop alla proposta di pace USA-Iran conferma un copione che si ripete ormai da settimane.

Apertura di settimana all’insegna della prudenza per i listini europei. Alle ore 9:03 di lunedì 11 maggio 2026, il FTSE MIB di Piazza Affari si muove sostanzialmente piatto a quota 49.290 punti, mentre il DAX di Francoforte cede lo 0,23% a 24.283 punti e il CAC 40 di Parigi arretra dello 0,53% a 8.070 punti. Tiene invece il FTSE 100 di Londra, in rialzo dello 0,22% a 10.255 punti, probabilmente sostenuto dalla maggiore esposizione del listino britannico ai titoli energetici.
Il quadro appare nettamente diverso oltreoceano: i future sull’S&P 500 segnano un solido +0,84% a 7.399 punti e, soprattutto, il Nasdaq 100 vola del 2,35% a 29.235 punti, confermando un appetito per il rischio che continua a concentrarsi sul comparto tecnologico americano. Più contenuto il movimento del Dow Jones, in marginale rialzo dello 0,02% a 49.609 punti.
Il petrolio torna sopra quota 100: la spina è ancora Hormuz
A pesare sul sentiment europeo è probabilmente il nuovo balzo delle quotazioni del greggio. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore Radiocor, il Brent è tornato sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile con un rialzo vicino al 4%, scambiando intorno ai 105 dollari, mentre il WTI sfiora i 100 dollari con un progresso di circa il 4,6%. La fiammata segue il rifiuto netto da parte del presidente americano Donald Trump dell’ultima controproposta iraniana al piano di pace in 14 punti elaborato da Washington. Trump avrebbe definito la risposta di Teheran “totalmente inaccettabile”, prolungando di fatto la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di circa un quinto del greggio mondiale.
Come riportato da Reuters e ripreso da Ansa, i prezzi del petrolio avevano iniziato a salire già nelle contrattazioni asiatiche, mantenendo poi lo slancio in apertura europea.
Il pattern di Hormuz: una sceneggiatura che si ripete settimana dopo settimana
Quello a cui stiamo assistendo stamattina, però, non è una novità . È diventato ormai evidente un pattern ricorrente che da settimane sta dettando il ritmo dei mercati energetici e, di riflesso, dell’azionario europeo. La sequenza è quasi sempre la stessa: arriva un’indiscrezione su un possibile riavvicinamento tra Washington e Teheran, il petrolio scende rapidamente, le Borse europee respirano. Poi, puntualmente, qualcosa si rompe — una dichiarazione di Trump, un veto iraniano, un nuovo incidente nello Stretto — e il greggio risale, trascinando con sé il sentiment dei listini.
Solo nelle ultime due settimane il copione si è ripetuto in modo quasi schematico. Tra il 27 e il 29 aprile, secondo i dati ripresi da diverse fonti specializzate, il Brent era arrivato fino a 117,5 dollari e il WTI a 105, sull’onda dello stallo dei negoziati. Il 6 maggio, come segnalato da Ansa, il petrolio è poi crollato in caduta libera — Brent -11% sotto i 100 dollari e WTI a 90 — grazie alle ipotesi di un’intesa imminente. Il 7 maggio Euronews riportava il Brent stabile sopra 101 dollari, con i mercati asiatici in rally e il Nikkei ai massimi storici. Oggi, 11 maggio, siamo nuovamente al punto di partenza: Brent a 105 dollari e Borse europee che frenano.
Come segnalato anche da MarketScreener nei suoi report degli ultimi giorni, il greggio si sta muovendo in una vera e propria altalena, in cui ogni singola dichiarazione politica vale movimenti percentuali a doppia cifra. Gli analisti di ING, citati da MilanoFinanza, ritengono probabile che il Brent resterà sopra i 90 dollari per tutto il 2026 anche nello scenario di una progressiva normalizzazione, perché il “premio geopolitico” sembra destinato a restare incorporato nei prezzi finché lo Stretto non tornerà operativo a pieno regime.
Per chi opera sui mercati, la conseguenza pratica è probabilmente questa: nel breve termine, ogni titolo del comparto energetico e ogni indice europeo a forte componente industriale stanno scontando una volatilità strutturalmente più alta, in cui il fondamentale economico passa in secondo piano rispetto al newsflow diplomatico. Una situazione che, come sottolineato anche su MarketScreener, rende particolarmente complicata qualsiasi strategia direzionale sul greggio.
A Milano riflettori su Intesa Sanpaolo, Diasorin e Tenaris
Sul listino milanese l’attenzione, secondo MilanoFinanza, è puntata su Intesa Sanpaolo, che ha confermato la guidance 2026 ritenendo prematuro un upgrade dopo soli tre mesi. L’amministratore delegato Carlo Messina avrebbe però lasciato intendere una prosecuzione dei trend favorevoli osservati a inizio anno, con sorprese positive attese sia dal margine di interesse sia dal contenimento dei costi. Da segnalare anche la posizione netta di Messina sul dossier Generali: i vincoli antitrust impedirebbero qualsiasi operazione di M&A della banca sul colosso assicurativo, data la sua leadership di mercato.
Diasorin ha invece chiuso il primo trimestre con ricavi pari a 287 milioni di euro, in calo del 3% a cambi costanti, e un EBITDA rettificato in contrazione del 13% a 90 milioni. La società di diagnostica ha comunque confermato la guidance per l’intero esercizio, un elemento che potrebbe limitare le pressioni in apertura.
Nel comparto del lusso, secondo le indicazioni degli analisti, Brunello Cucinelli mantiene il rating “buy” da parte di Berenberg con target price a 120 euro, mentre su Moncler prevale ancora una posizione più cauta con rating “hold” e prezzo obiettivo a 57 euro.
Cosa guardare nelle prossime sedute
La settimana che si apre potrebbe rivelarsi particolarmente delicata. Oltre alla traiettoria del prezzo del petrolio, gli investitori avranno gli occhi puntati sul summit Trump-Xi a Pechino del 14-15 maggio, un appuntamento che potrebbe risultare cruciale soprattutto per i settori industriale e automotive europei, già sotto pressione per la scadenza dei dazi auto fissata al 4 luglio. Inoltre, prosegue la stagione delle trimestrali a Piazza Affari, con nomi attesi come Buzzi, Snam, Recordati, A2A, Unipol e la stessa Generali.
Sul fronte macro, il PIL dell’Eurozona resta debole all’+0,1% e qualsiasi dato sulla produzione industriale o sull’inflazione potrebbe muovere in modo non trascurabile le aspettative sulla BCE, che secondo gli analisti starebbe mantenendo un approccio piuttosto prudente sui tassi.
Il quadro complessivo suggerisce probabilmente una fase di mercato in cui il differenziale tra l’azionario USA, trainato dal tema AI, e quello europeo, esposto invece allo shock energetico e alle tensioni commerciali, potrebbe ampliarsi ulteriormente nel breve termine. Ma molto dipenderà dall’evoluzione della partita iraniana: finché Hormuz resterà al centro della scena, è plausibile attendersi che il copione “speranza-delusione” continui a ripetersi, con il Brent in oscillazione costante tra i 95 e i 110 dollari al barile.