Le piazze del Vecchio Continente aprono la seduta di giovedì in tono dimesso, nonostante ieri sera gli indici americani abbiano aggiornato i loro massimi storici. La variabile geopolitica domina ancora, ma emergono segnali che potrebbero orientare il finale di settimana.

(I valori fanno riferimento alle 09:17)

La giornata di mercoledì 15 aprile si è chiusa con una fotografia tutto sommato chiara: da una parte un’America che corre, dall’altra un’Europa che preferisce aspettare. Il Nasdaq ha guadagnato l’1,40% a quota 26.205 punti e l’S&P 500 ha chiuso in rialzo dello 0,80% a 7.023 punti, superando il precedente massimo storico di 7.002,28 punti toccato il 28 gennaio scorso. Un segnale che i mercati americani, almeno per ora, scommettono su un’uscita dalla crisi mediorientale.

In Europa il quadro è stato più composito. Il Ftse Mib di Milano ha chiuso la seduta di mercoledì sostanzialmente invariato (-0,04%) mantenendosi saldo sopra i 48.000 punti a quota 48.155,8, mentre Francoforte ha terminato con un lieve +0,1% e Parigi ha registrato la flessione più marcata con un -0,6%, penalizzata dalle vendite sui titoli del lusso.

L’apertura di giovedì: cautela ma non panico

Stamattina, 16 aprile, le borse europee sembrano avviate a un’apertura improntata alla prudenza, in linea con quanto già visto nelle ultime sedute. Il contesto geopolitico rimane il principale filo conduttore degli scambi: sui mercati è ancora viva la speranza di un accordo tra Usa e Iran e della riapertura dello Stretto di Hormuz, uno scenario che sta consentendo un parziale calo delle materie prime, tra cui gas e petrolio.

Sul fronte energetico, il prezzo del Brent con consegna a giugno si attesta intorno ai 95,60 dollari al barile, mentre il gas ad Amsterdam apre in calo dell’1,1% a circa 42,90 euro al megawattora. Cifre che restano comunque ben al di sopra dei livelli pre-conflitto, dove il gas viaggiava intorno ai 32 euro per MWh.

La tregua che scade: il nodo del 22 aprile

Il vero tema che probabilmente guiderà i mercati nelle prossime sedute è la scadenza del cessate il fuoco tra Washington e Teheran, fissata al 22 aprile. I mercati continuano a sperare in una rapida fine del conflitto in Iran, con le parti che starebbero trattando per prolungare la tregua e cercando di organizzare un secondo round di negoziati.

Tuttavia, la situazione è tutt’altro che lineare. Gli Stati Uniti hanno bloccato completamente il commercio marittimo da e verso l’Iran, ma secondo Donald Trump i colloqui con Teheran possono comunque riprendere in Pakistan tra due giorni, mentre il blocco americano continua a respingere l’accesso ai porti iraniani delle navi. Uno scenario che continua ad alimentare incertezza sui flussi energetici globali.

Morgan Stanley, in una nota diffusa a inizio settimana e riportata da MarketScreener, ha mantenuto invariate le proprie previsioni sul Brent a 110 dollari al barile per il secondo trimestre e a 100 dollari per il terzo, stimando che le catene di approvvigionamento petrolifero potrebbero impiegare mesi per normalizzarsi, anche in caso di riapertura dello Stretto. Uno scenario che, se confermato, manterrebbe probabilmente pressione sull’inflazione europea ancora per diversi mesi.

Le banche americane: stagione delle trimestrali da record

Se c’è un elemento che ha sorpreso positivamente questa settimana sono stati i risultati delle grandi banche d’affari statunitensi, pubblicati tra martedì e mercoledì. Morgan Stanley ha chiuso il primo trimestre 2026 con risultati da record: ricavi a 20,6 miliardi di dollari (+16%), utile netto in crescita del 29% a 5,6 miliardi ed eps di 3,43 dollari, rispetto ai 2,60 dollari dello stesso periodo del 2025. Particolarmente forte l’investment banking, con ricavi in rialzo del 36% a 2,12 miliardi.

Anche Bank of America ha fatto la sua parte: la banca ha chiuso il primo trimestre con un utile netto di 8,6 miliardi di dollari, in crescita del 17%, con ricavi aumentati del 7% a 30,3 miliardi, sostenuti dal margine di interesse netto (+9%) e dalle commissioni di investment banking.

Questi numeri suggeriscono che — almeno per ora — l’economia reale americana sta reggendo meglio di quanto temuto all’inizio del conflitto. Detto questo, è forse prematuro trarre conclusioni definitive: il secondo trimestre sarà probabilmente il banco di prova più significativo, proprio perché incorporerà gli effetti della guerra sull’attività economica globale.

Piazza Affari: Mps protagonista, spread da monitorare

Sul fronte domestico, la giornata di ieri ha visto al centro della scena Monte dei Paschi di Siena. Mps ha registrato un rally significativo dopo la rielezione di Luigi Lovaglio come amministratore delegato, in una seduta che ha visto anche il Tesoro italiano collocare il nuovo Btp decennale e il nuovo titolo indicizzato all’inflazione con scadenza vent’anni, raccogliendo ordini superiori ai 100 miliardi di euro sul decennale.

Lo spread Btp/Bund, un termometro della fiducia degli investitori sull’Italia, si attesta intorno ai 77 punti base, un livello che per ora non desta particolare preoccupazione ma che vale comunque tenere d’occhio, soprattutto in un contesto di potenziali rialzi dei tassi da parte della BCE.

A proposito di politica monetaria, i mercati sembrano aver leggermente rivisto le aspettative sulle mosse di Francoforte. I futures sui tassi di interesse stanno prezzando circa tre rialzi da 25 punti base ciascuno da parte della BCE entro la fine del 2026, secondo le stime LSEG citate da Reuters, un’ipotesi che dipenderà in larga misura dall’evoluzione dell’inflazione energetica nelle prossime settimane.

La giornata da tenere d’occhio

Oggi, 16 aprile, il calendario macro è relativamente scarico di dati ad alto impatto per l’Europa. In mattinata sono attesi il dato sul Pil della Gran Bretagna e l’inflazione italiana e dell’area euro, mentre nel primo pomeriggio arriveranno i dati sui sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti. Dati che potrebbero muovere i mercati valutari e quelli obbligazionari, con ricadute probabilmente limitate — ma non trascurabili — anche sugli indici azionari.