Venerdì 26 giugno una nuova ondata di vendite sul comparto tecnologico parte dall’Asia e travolge l’Europa. A Milano pesa il tonfo di Banca Ifis, ma il vero filo conduttore della giornata è la “RAMageddon”: l’impennata dei prezzi della memoria che ha costretto Apple ad alzare i listini e sta riscrivendo le valutazioni dell’intero ecosistema dell’intelligenza artificiale. Wall Street è attesa in apertura debole. I prezzi azionari citati riflettono dati intraday con ritardo di 15-20 minuti e potrebbero cambiare in chiusura.

Una giornata di vendite globali, l’epicentro torna in Asia
La seduta di venerdì si apre con un clima di forte avversione al rischio, ereditato da una notte asiatica pesante. Secondo le rilevazioni riportate dalle agenzie e da Milano Finanza, il Nikkei di Tokyo ha archiviato un ribasso nell’ordine del 4,5%, restituendo gran parte del rimbalzo del giorno precedente, mentre il Kospi sudcoreano è arrivato a cedere fino al 7-9%, tanto che la Borsa di Seul è stata costretta a sospendere temporaneamente gli scambi per la seconda volta in settimana. È plausibile che la concomitanza con la chiusura mensile di giugno abbia accelerato le prese di profitto, in un comparto reduce da mesi di rialzi quasi ininterrotti.
Sul versante europeo l’apertura è stata coerente con questo scenario. L’indice paneuropeo Stoxx 600 viaggiava intorno a -0,45% poco dopo l’avvio, secondo Reuters via MarketScreener, in arretramento rispetto al record toccato il giorno prima ma probabilmente ancora avviato verso un bilancio settimanale positivo. I due inneschi della nuova ondata di vendite, come segnalano gli operatori, sembrano essere il crollo di Apple della vigilia e le indiscrezioni secondo cui OpenAI potrebbe rinviare la propria quotazione in Borsa. Due notizie che, sommate all’attesa di un possibile rialzo dei tassi Fed a settembre, hanno riacceso i dubbi sulle valutazioni dell’intero settore.
RAMageddon, il paradosso della memoria che divide il mercato
Il cuore della giornata non è un dato macro, ma un cortocircuito industriale. Nella seduta di giovedì Apple ha perso il 6,12% a Wall Street, chiudendo a 275,15 dollari nella sua peggiore giornata da oltre un anno, dopo aver annunciato un rincaro a sorpresa dei prezzi di Mac, iPad, dispositivi per la casa e Vision Pro. La motivazione, comunicata dalla stessa società e ripresa da Bloomberg e CNBC, è l’aumento senza precedenti dei costi di memoria e storage, fenomeno che alcuni analisti hanno ribattezzato “RAMageddon”. I rincari, secondo le ricostruzioni, vanno dal +17% al +25% sulle configurazioni base della gamma Mac e iPad, mentre l’iPhone è rimasto per ora escluso.
Qui si annida il paradosso che, a nostro avviso, spiega meglio di ogni altro la nervosità di queste sedute. La stessa carenza di chip di memoria che ha fatto volare Micron (balzata di circa il 17% giovedì dopo conti trimestrali da record, con ricavi più che quadruplicati a 41,46 miliardi di dollari) è quella che ora erode i margini di chi quella memoria la deve comprare. È verosimile che il mercato stia leggendo la mossa di Apple come una conferma: l’inflazione dei componenti legata all’espansione dei data center per l’intelligenza artificiale è reale, persistente e abbastanza forte da costringere persino il produttore con il maggior potere contrattuale della filiera a scaricarla sui consumatori anziché assorbirla. Il rischio percepito, in altre parole, non riguarda la domanda finale di AI, che resta robusta, ma il fatto che il conto di questo boom inizi a presentarsi a valle, là dove i consumatori potrebbero non essere disposti ad assorbire rincari all’infinito.
Non a caso la pressione si è concentrata sui semiconduttori lungo tutti i fusi orari. In Europa, secondo Reuters, in avvio cedevano Infineon (-2,5%) e STMicroelectronics (-2%), insieme ai produttori di apparecchiature ASML e BE Semiconductor. Nel pre-mercato americano, stando alle rilevazioni di TradingKey, i ribassi si sono fatti più marcati su nomi come ON Semiconductor, arrivata a perdere oltre il 13%, con Micron, AMD e Intel anch’esse in calo. Un movimento che, almeno per ora, sembra più una ricalibrazione delle valutazioni che un segnale su domanda o forniture, dato che non risultano tagli di ordini o revisioni ufficiali di guidance lungo la catena.
Piazza Affari, il tonfo di Banca Ifis e la sofferenza di industria e chip
A Milano il FTSE MIB ha aperto in calo intorno allo 0,7% a quota 51.390 punti, per poi accelerare al ribasso oltre l’1% in tarda mattinata, secondo i dati di Milano Finanza. Il caso che ha catalizzato l’attenzione degli operatori è però societario: Banca Ifis è arrivata a perdere oltre il 30%, faticando a fare prezzo, dopo aver annunciato l’avvio di un processo competitivo per la cessione del business dei crediti deteriorati (NPL). L’operazione, finalizzata al deconsolidamento, si è accompagnata a un netto taglio della guidance sull’utile netto 2026, ora stimato dalla banca tra 100 e 110 milioni di euro contro la precedente forchetta di 170-190 milioni. Il mercato sembra aver letto la mossa come una “pulizia di bilancio” dai costi immediati significativi.
Sul resto del listino il clima risk-off si è fatto sentire soprattutto sui titoli industriali e ciclici. In tarda mattinata risultavano in forte calo Fincantieri, Saipem, Prysmian e la stessa STMicroelectronics, mentre tenevano meglio i difensivi e i titoli a vocazione regolata: Italgas, Diasorin, Terna e Ferrari si muovevano in controtendenza, segnale di una probabile rotazione difensiva all’interno del paniere. Fuori dal FTSE MIB, sull’Euronext Growth Milan, Valtecne è stata sospesa per eccesso di rialzo dopo l’accordo con il fondo G Square per l’acquisizione dell’82% del capitale, con il lancio di un’OPA obbligatoria a 11,87 euro per azione, che incorpora un premio di circa il 35% sull’ultima chiusura.
Banche e risiko, Crédit Agricole sale in Banco BPM
Sul fronte del consolidamento bancario, che resta un tema strutturale per Piazza Affari, è arrivata una notizia di rilievo. Secondo quanto riportato da Reuters, Crédit Agricole avrebbe informato il governo italiano dell’intenzione di salire nel capitale di Banco BPM fino a sfiorare il 30%. Il gruppo francese avrebbe sottoscritto strumenti derivati per portare la propria quota al 29,9% dal precedente 22,9%, escludendo però al momento la volontà di lanciare un’offerta pubblica totalitaria. La soglia del 30% è quella oltre la quale, di norma, scatterebbe l’obbligo di OPA: il posizionamento appena al di sotto suggerisce una mossa di rafforzamento strategico più che un’operazione di acquisizione vera e propria, anche se è probabile che il mercato continuerà a interrogarsi sulle reali intenzioni di Parigi.
In parallelo, l’assemblea di Pirelli ha approvato il bilancio 2025 nonostante il voto contrario del socio cinese Sinochem, nominando il nuovo consiglio di amministrazione per il prossimo triennio. Sul comparto auto resta inoltre da seguire la trattativa, anticipata da Bloomberg, tra Stellantis e Nissan per rilevare parte degli asset del fornitore giapponese Marelli.
Inflazione, Fed e materie prime: il quadro macro resta delicato
Sullo sfondo pesa un contesto macro che giustifica, almeno in parte, la prudenza degli investitori. I dati sull’inflazione PCE statunitense, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve, diffusi giovedì hanno mostrato un’accelerazione: l’indice generale è salito al 4,1% su base annua, il livello più alto da aprile 2023, mentre la componente core ha raggiunto il 3,4%, massimo da ottobre 2023. Sono numeri che, secondo gli analisti citati da CNBC e CBS, riflettono in larga misura il rincaro energetico legato al conflitto in Iran e che potrebbero segnare un picco, dal momento che il calo del greggio di giugno, successivo alla riapertura dello Stretto di Hormuz, non è ancora incorporato in questa rilevazione. Resta però il fatto che il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh ha ribadito l’impegno a riportare l’inflazione verso l’obiettivo, e una parte del mercato sta prezzando un possibile rialzo dei tassi a settembre.
In Europa il segnale è di tono opposto e potenzialmente più rassicurante: le aspettative di inflazione a 12 mesi dell’Eurozona sono scese al 3,5% a maggio, il valore più basso degli ultimi tre mesi, dal 4,0% precedente. Sul fronte obbligazionario, lo spread BTP-Bund si conferma in area 70 punti base, con il rendimento del decennale italiano intorno al 3,6%.
Sulle materie prime il quadro è in evoluzione. Il petrolio si conferma in arretramento: il greggio WTI viaggiava poco sopra i 70 dollari al barile, mentre per il Brent alcune fonti segnalavano quotazioni sotto i 74 dollari, a conferma di un ridimensionamento del premio geopolitico delle scorse settimane. L’oro si muoveva in area 4.040-4.070 dollari l’oncia, con letture leggermente diverse a seconda dei feed. Su questi valori segnaliamo una certa dispersione tra le fonti, fisiologica in giornate ad alta volatilità.
Cosa guardare nel pomeriggio
Il vero banco di prova sarà l’apertura di Wall Street, attesa in territorio negativo: i futures sui principali indici americani indicavano un avvio in calo, con il Nasdaq 100 il più penalizzato sulla scia del comparto tech. La domanda chiave, probabilmente, non è se la giornata si chiuderà in rosso, ma se il selloff resterà confinato ai semiconduttori e ai grandi nomi della tecnologia o se contagerà l’intero mercato, trasformando una rotazione settoriale in una correzione più ampia. Sarà utile osservare se i titoli difensivi e i ciclici “non-tech” continueranno ad attrarre flussi, come già accaduto a Wall Street nelle sedute precedenti, quando il Dow Jones ha aggiornato i massimi mentre il Nasdaq cedeva terreno. Per gli investitori, la lezione di questa “RAMageddon” sembra essere che il boom dell’intelligenza artificiale ha vincitori e vinti anche all’interno dello stesso settore, e che il mercato ha appena iniziato a distinguere gli uni dagli altri.
Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce in alcun modo consulenza finanziaria, sollecitazione al pubblico risparmio o raccomandazione personalizzata all’investimento. I dati riportati, in particolare le quotazioni azionarie intraday, sono soggetti a un ritardo di 15-20 minuti e possono variare alla chiusura delle contrattazioni. Ogni decisione di investimento resta di esclusiva responsabilità del lettore, al quale si consiglia di rivolgersi a un consulente abilitato.