C’è un numero che, più di ogni altro, racconta dove sono finiti i riflettori dei mercati globali in queste due settimane: 555,6 milioni. Sono le azioni che SpaceX ha collocato sul Nasdaq il 12 giugno, dando vita alla più grande IPO della storia, davanti al record che apparteneva a Saudi Aramco dal 2019. Da allora il titolo SPCX è diventato il termometro emotivo di Wall Street, e il modo in cui la sua “febbre” sta scendendo dice forse più cose, sullo stato d’animo degli investitori, di quante ne dica il debutto stesso.
Partiamo da qui, perché è la storia che apre la settimana.
Il boom SpaceX e quel picco che sembra già alle spalle
La cronaca dei numeri è impressionante. SpaceX è arrivata sul Nasdaq con un prezzo fissato a 135 dollari per azione, una raccolta di circa 75 miliardi e una valutazione implicita vicina ai 1.750 miliardi di dollari. Il primo giorno il titolo ha chiuso intorno ai 161 dollari, un balzo di circa il 19% che ha spinto la capitalizzazione oltre i 2.000 miliardi, e nelle sedute successive la corsa è proseguita fino al massimo storico di 225,64 dollari toccato il 16 giugno. Secondo Bloomberg, in una sola seduta la società ha aggiunto oltre 400 miliardi di capitalizzazione: cifre che hanno pochi precedenti.
Poi, però, qualcosa è cambiato. Nelle ultime sedute il titolo è arretrato fino all’area dei 185 dollari, con una chiusura precedente intorno ai 191,8 dollari e scambi after-hours scivolati ancora più in basso, sotto i 178. Tradotto: dal picco del 16 giugno SpaceX ha perso, in maniera approssimativa, qualcosa come un quinto del suo valore. Le prese di beneficio del 17 giugno, dopo la riunione della Federal Reserve, hanno dato il primo segnale che l’euforia non era infinita.
Ed è qui che vale la pena usare prudenza, perché sul “valore vero” di SpaceX gli analisti sono spaccati come raramente capita. Morningstar stima un fair value compreso, a seconda delle ipotesi, tra i 63 e i 78 dollari per azione, definendo il titolo significativamente sopravvalutato e indicando in xAI – la società di intelligenza artificiale incorporata a febbraio – una potenziale “minaccia materiale di distruzione di valore”. CFRA ha avviato la copertura con un giudizio di vendita e un target di 115 dollari. Sul fronte opposto, NewStreet Research parla di acquisto con obiettivo a 165 dollari, mentre Oppenheimer si spinge fino a 190. Il prezzo obiettivo medio a dodici mesi, secondo i dati raccolti da Investing.com, si colloca intorno ai 188 dollari: praticamente in linea con le quotazioni attuali, segno che il mercato, almeno per ora, non sa bene da che parte stare.
Le ragioni di questa incertezza sono concrete. SpaceX viene scambiata a circa 94 volte i ricavi del 2025, ha perso quasi 5 miliardi di dollari l’anno scorso e ne ha accumulati oltre 41 di perdite dalla fondazione. Elon Musk, dal canto suo, ha rilanciato parlando di un fatturato che “potrebbe avvicinarsi” ai 1.000 miliardi di dollari nel 2030, contro i 18,7 miliardi del 2025: un obiettivo ambizioso che, se anche fosse centrato, richiederebbe comunque anni di esecuzione impeccabile su Starlink, Starship e l’integrazione dell’AI. C’è poi un tema tecnico che diversi operatori segnalano come il vero spauracchio dei prossimi mesi: lo sblocco progressivo delle azioni in mano a dipendenti e investitori privati nella seconda parte del 2026, una potenziale “ondata di offerta” che potrebbe pesare sul titolo a prescindere dai fondamentali.
In sintesi, è plausibile che il boom non sia finito, ma è altrettanto verosimile che la fase più facile – quella dell’entusiasmo a senso unico – sia già alle spalle. Per chi guarda all’Italia, peraltro, la storia più interessante non è tanto SPCX in sé, quanto la sua “onda lunga”. Ci arriviamo.
Come hanno aperto i mercati: l’Europa assorbe Hormuz senza strappi
La settimana riparte da una Piazza Affari in stato di grazia. Il FTSE MIB ha chiuso l’ottava precedente sui massimi storici, arrivando a sfiorare quota 53.000 punti il 19 giugno, trainato da banche, difesa ed energia. Secondo Il Sole 24 Ore, Milano si avvia verso il miglior semestre tra i principali listini, con un progresso che si aggira intorno al 17-18% da inizio anno. Lo spread BTP-Bund è sceso in area 70 punti base, l’euro viaggia poco sopra 1,14 dollari. Sullo sfondo, la Federal Reserve guidata per la prima volta da Kevin Warsh ha lasciato i tassi invariati nell’intervallo 3,50%-3,75% nella riunione del 17 giugno.
La vera incognita era come i listini avrebbero digerito la notizia del weekend. Sabato 20 giugno l’Iran ha annunciato la richiusura dello Stretto di Hormuz, accusando Israele di violare il cessate il fuoco in Libano e gli Stati Uniti di non rispettare il memorandum d’intesa siglato pochi giorni prima. Sulla carta, un colpo di scena capace di far volare il petrolio e raffreddare la propensione al rischio.
Eppure, la risposta dei mercati è arrivata, ed è meno drammatica di quanto i titoli di sabato lasciassero presagire. Alle 9:15 di stamattina Piazza Affari viaggia praticamente sulla parità, con il FTSE MIB in lievissimo calo dello 0,17% a quota 52.757 punti: un arretramento minimo, che lascia l’indice a un soffio dai massimi storici. Il resto d’Europa è frazionato: Francoforte va in controtendenza positiva (+0,29%), mentre Parigi (-0,15%), la svizzera SMI (-0,19%) e Londra (sostanzialmente piatta, -0,01%) cedono qualche decimale. Niente fuga dal rischio, insomma, ma piuttosto una pausa di riflessione dopo settimane di corsa.
A rendere più leggibile il quadro è ciò che è accaduto durante la notte in Asia, dove la richiusura di Hormuz non ha provocato alcun terremoto: anzi, lo Shanghai Composite ha guadagnato l’1,78% e il giapponese Topix l’1,24%. È un dettaglio tutt’altro che secondario, perché conferma quanto andiamo sostenendo: il mercato, almeno per ora, tratta le minacce iraniane più come una leva negoziale che come un blocco effettivo. Non a caso il Centcom americano ha ribadito che l’Iran non controlla davvero lo Stretto, e decine di superpetroliere restano pronte a transitare.
E il petrolio, che resta la cartina di tornasole, anche stamattina racconta la stessa storia. Il Brent è ancorato intorno agli 80 dollari, in una forbice contenuta tra circa 78,8 e 80,7 dollari, mentre il WTI si muove poco sotto, in area 77-79. Da segnalare, in nome della trasparenza, una certa discrepanza tra i dati delle diverse fonti nelle prime ore: alcune rilevazioni indicano addirittura il greggio in calo. È la conferma più eloquente che la chiusura dello Stretto annunciata sabato non si è (ancora) tradotta in tensione vera sui prezzi: se Hormuz fosse percepito come a rischio di blocco totale, il Brent non sarebbe a 80 dollari, ma molto più in alto.
Una precisazione doverosa riguarda infine Wall Street. I valori americani visibili stamattina – S&P 500 in area 7.500, Dow Jones sopra 51.500 e Nasdaq 100 oltre quota 30.400 – non sono dati in tempo reale, bensì le ultime chiusure disponibili, riferite alla seduta di giovedì 18 giugno: l’ultima piena prima della chiusura di venerdì per la festività del Juneteenth. Quella giornata si era archiviata in rialzo, con un Nasdaq 100 brillante (+2,48%) trainato dal rimbalzo dei tecnologici e un S&P 500 in progresso di oltre un punto percentuale. Wall Street riapre oggi pomeriggio, e sarà la prima vera occasione per gli operatori statunitensi di reagire alle notizie su Hormuz: un appuntamento da seguire, perché potrebbe orientare la seconda parte della seduta europea.
Lo scenario, dunque, è quello di un avvio prudente ma ordinato. È plausibile che la giornata resti all’insegna della selettività, con petrolio ed energia osservati speciali. Ma finché la lettura “muscolare” delle minacce iraniane continuerà a prevalere sull’allarme vero, l’impatto sui listini rischia di rimanere più contenuto di quanto la cronaca geopolitica lascerebbe temere. È comunque un equilibrio fragile, e va detto con onestà: in giornate come questa la direzione può cambiare nel giro di poche ore.
La situazione mondiale: una pace che non si chiude
Per inquadrare il rischio geopolitico serve fare un passo indietro. Il conflitto è esploso il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran in un attacco coordinato che ha provocato anche la morte della Guida Suprema Ali Khamenei; la risposta di Teheran fu la chiusura di Hormuz, snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale via mare. Dopo mesi di tensione, a metà giugno è arrivato un memorandum d’intesa in 14 punti tra Washington e Teheran, con un cessate il fuoco e la riapertura graduale dello Stretto: il greggio aveva ricominciato a scorrere, con milioni di barili tornati a passare.
Il problema è che quella tregua non si è mai davvero consolidata. I colloqui previsti in Svizzera tra le due delegazioni sono stati rinviati, Israele ha continuato a colpire obiettivi di Hezbollah in Libano e, secondo quanto riportato da Intertanko ripreso dal Guardian, circa 80 mine resterebbero disseminate lungo la rotta principale dello Stretto, rendendo di fatto impraticabile il corridoio centrale. Teheran, inoltre, pone condizioni pesanti per riaprire: lo sblocco di almeno 12 miliardi di dollari di asset, le deroghe alle sanzioni sul petrolio e il ritiro israeliano dal Libano.
È uno scenario che, con tutta probabilità, continuerà a generare volatilità a ondate: ogni dichiarazione di escalation o di distensione muove petrolio, difesa e sentiment generale. Per questo conviene diffidare sia degli annunci troppo ottimisti sia di quelli catastrofisti. La verità, verosimilmente, sta nel mezzo: un equilibrio instabile che il mercato ha imparato a “prezzare” con sempre minore drammaticità, ma che resta il principale fattore di rischio esterno per i listini europei.
I settori più interessanti da tenere d’occhio
Spazio e difesa: ecco la vera “onda lunga” di SpaceX. Se SPCX a Wall Street fa discutere sulla valutazione, in Europa il debutto di SpaceX ha funzionato da catalizzatore per l’intero comparto spaziale, alimentando un effetto-alone che si somma al tema del riarmo. Il nome simbolo è Avio: il gruppo di Colleferro, unico operatore europeo del lanciatore Vega-C, ha vissuto settimane elettriche, con una corsa superiore al 40% tra metà maggio e fine mese, una successiva correzione di oltre il 20% e un nuovo rimbalzo grazie a un ordine da circa 35 milioni firmato con la francese MBDA. Banca Akros conferma il giudizio “Buy” con target a 40 euro, Intermonte si spinge a 42, e il nuovo motore P160 – al primo volo proprio nei giorni scorsi – viene visto come una potenziale svolta industriale. Attorno ad Avio si muovono Leonardo, alle prese con la riorganizzazione dopo l’arrivo dell’ad Mariani, Fincantieri, la tedesca Rheinmetall e la francese Thales. Un comparto che probabilmente resterà protagonista, con l’avvertenza – doverosa – che molte di queste valutazioni incorporano già aspettative molto generose: il prezzo conta, soprattutto dopo rialzi così rapidi.
Banche e risiko: il motore di Piazza Affari. Il rally di Milano ha avuto nel settore bancario uno dei suoi pilastri. UniCredit è reduce dalla conclusione dell’OPS su Commerzbank e viene osservata per le possibili mosse su Delfin e sulla quota in Generali; Intesa Sanpaolo si consulta con il governo sul dossier MPS, mentre l’esecutivo mantiene formalmente una posizione neutrale sulle aggregazioni. È un risiko ancora aperto, con Mediobanca, Banco BPM e la stessa MPS sullo sfondo, che probabilmente continuerà a muovere i corsi nelle prossime settimane.
Energia: un premio al rischio che si sgonfia. Il comparto petrolifero vive una fase più delicata. Con la riapertura (sia pure intermittente) di Hormuz, Goldman Sachs ha tagliato il target sul Brent per il quarto trimestre da 90 a 80 dollari, e Morgan Stanley ha declassato l’energia europea a “equal-weight”. È plausibile che il “premio geopolitico” – stimato da alcuni analisti in circa 10 dollari al barile – continui a ridursi se i flussi torneranno stabili, ma una nuova fiammata su Hormuz potrebbe rapidamente invertire la rotta. Un settore, insomma, da maneggiare con cautela in entrambe le direzioni.
Tecnologia: il fronte più nervoso. Sul fronte tech la volatilità resta alta. Il Nasdaq ha alternato cali e rimbalzi nelle ultime sedute, e a Piazza Affari STMicroelectronics ha sofferto più della media. È l’area dove, verosimilmente, si concentreranno le oscillazioni maggiori nel breve, complice anche il peso ancora “caldo” del debutto di SpaceX e del tema AI.
In conclusione
La fotografia di questo lunedì è quella di mercati forti ma stanchi, con Milano che apre a un soffio dai propri record e un’Europa che ha assorbito la richiusura di Hormuz senza strappi, complice un’Asia in rialzo e un petrolio rimasto sorprendentemente calmo. Il boom di SpaceX ha acceso l’immaginazione degli investitori, ma il raffreddamento del titolo ricorda che persino le storie più affascinanti devono fare i conti con la gravità delle valutazioni. Sullo sfondo, Hormuz resta la variabile capace di cambiare il copione in qualsiasi momento, e la riapertura di Wall Street nel pomeriggio dirà se la calma di stamattina reggerà. La parola d’ordine, per le prossime sedute, sembra una sola: selezione. Più che inseguire il tema del giorno, è probabilmente il momento di distinguere tra ciò che ha basi industriali solide e ciò che corre solo sull’entusiasmo.