La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base nella riunione odierna, segnando il primo rialzo dal settembre 2023. La decisione, unanime, arriva in risposta all’accelerazione dell’inflazione nell’area euro, spinta soprattutto dai prezzi energetici legati alle tensioni in Medio Oriente. I mercati azionari europei hanno reagito in modo relativamente composto, con Piazza Affari che ha chiuso in rialzo anche grazie al rimescolamento nel settore bancario.
Francoforte alza il costo del denaro: cosa ha deciso la BCE
Come ampiamente atteso dagli operatori di mercato, il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha deciso oggi di innalzare di 25 punti base i tre tassi di interesse di riferimento. A partire dal 17 giugno 2026, il tasso sui depositi salirà dal 2,00% al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,65%.
Secondo il comunicato ufficiale pubblicato sul sito della BCE, la decisione è stata “unanime e senza riserve”, per usare le parole della presidente Christine Lagarde in conferenza stampa. Il motivo? Il conflitto in Medio Oriente “sta generando pressioni inflazionistiche” e la mossa è stata valutata “solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere”.
Si chiude così, ufficialmente, il lungo ciclo di pause iniziato dopo l’ottavo taglio consecutivo del giugno 2025, quando il tasso sui depositi era sceso al 2,00%.
Le nuove proiezioni: inflazione rivista al rialzo, PIL al ribasso
Il vero punto di attenzione della giornata, forse ancora più della decisione in sé, è stato il pacchetto di proiezioni macroeconomiche aggiornate pubblicato in concomitanza con l’annuncio.
Le nuove stime degli esperti dell’Eurosistema dipingono un quadro più complicato rispetto a marzo:
- Inflazione headline: 3,0% nel 2026, 2,3% nel 2027, 2,0% nel 2028 (revisione al rialzo rispetto alle precedenti previsioni di 2,6%, 2,0%, 2,1%)
- Inflazione core (al netto di energia e alimentari): 2,5% nel 2026 e nel 2027, 2,2% nel 2028
- PIL dell’Eurozona: +0,8% nel 2026 (rivisto al ribasso dallo 0,9%), +1,2% nel 2027 (da 1,3%), +1,5% nel 2028
Lagarde ha spiegato esplicitamente che questa revisione “riflette un impatto più marcato della guerra sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sulla fiducia”. Il ritorno stabile al target del 2% è quindi probabilmente rinviato al 2028, mentre nel breve termine il rischio inflazionistico resta orientato al rialzo.
Prossime mosse: la BCE non si impegna, ma i mercati già scommettono
Sulla traiettoria futura dei tassi, Lagarde ha mantenuto il consueto approccio data-dependent: nessun impegno su un percorso predeterminato, decisioni prese riunione per riunione. Il tono è stato comunque relativamente cauto, escludendo almeno per ora l’avvio di un ciclo di inasprimento aggressivo.
Gli analisti di mercato sembrano divisi. Secondo sondaggi Reuters, circa il 60% degli economisti prevede un ulteriore rialzo di 25 punti base entro settembre, il che porterebbe il tasso di deposito al 2,50%. Tra le view più circostanziate, PIMCO ha indicato che le proiezioni di marzo implicavano già un rialzo complessivo di 50 punti base entro fine 2026. Allianz Global Investors, da parte sua, non esclude che il rialzo di oggi “potrebbe essere l’ultimo per quest’anno”, nella misura in cui i prezzi del petrolio dovessero stabilizzarsi.
In sintesi: verosimilmente settembre sarà il prossimo appuntamento decisivo, ma l’incertezza geopolitica — con lo Stretto di Hormuz sempre sotto osservazione — rende qualsiasi previsione particolarmente fragile.
Borse europee: Piazza Affari guadagna, la BCE non spaventa
I mercati azionari europei hanno chiuso la seduta in ordine sparso, con un comportamento tutto sommato controllato dopo il rialzo: il fatto che la stretta fosse già ampiamente scontata ha probabilmente attutito l’impatto.
Il FTSE MIB ha chiuso in rialzo, sostenuto in particolare dalla corsa dei titoli bancari legati al risiko interno. Lo spread BTP/Bund si è mantenuto intorno ai 77 punti base, mentre il rendimento del BTP decennale di riferimento ha oscillato nell’area del 3,85%.
A fare da traino a Piazza Affari è stato ancora una volta il dossier bancario. L’OPAS da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo su MPS — operazione che prevede la cessione di circa 635 filiali a Unipol, la quale le fonderà con BPER per creare una nuova entità che manterrà il marchio Monte dei Paschi — ha continuato ad alimentare acquisti sul comparto. Tra i titoli in evidenza nella seduta odierna, STMicroelectronics e Prysmian hanno guadagnato oltre il 3%, mentre sul versante opposto Stellantis e Ferrari hanno accusato le flessioni più marcate.
Petrolio e geopolitica: la variabile che conta di più
Sullo sfondo, il fattore energetico resta probabilmente quello più rilevante per le prossime settimane. I futures sul Brent si muovono nell’area dei 90-91 dollari al barile, un livello che mantiene pressione sull’inflazione importata nell’area euro. Le trattative di pace tra USA e Iran proseguono, ma il quadro resta fragile: qualsiasi escalation nello Stretto di Hormuz potrebbe rimettere in discussione sia le previsioni di inflazione sia la traiettoria attesa dei tassi.
Trump ha espresso più volte ottimismo su un possibile accordo, ma i mercati sembrano guardare ai fatti più che alle dichiarazioni. Un accordo credibile e duraturo potrebbe alleggerire significativamente la pressione inflazionistica, cambiando le carte in tavola per la riunione di settembre.