Se c’è un settore che in questo primo trimestre del 2026 ha tenuto banco — nel senso letterale della parola — è quello bancario. Tra fusioni annunciate, scalate transfrontaliere e un contesto macro che si complica di settimana in settimana, i titoli del credito europeo si trovano oggi su un bivio: da una parte i fondamentali ancora robusti, dall’altra valutazioni che iniziano a scontare rischi non banali.

Ieri a Piazza Affari: un settore spaccato in due

La seduta di lunedì 30 marzo racconta già molto di questo stato d’animo. A Milano le banche hanno chiuso in ordine sparso: MPS ha ceduto l’1,3%, alle prese con le vicende legate al rinnovo della governance e con l’integrazione di Mediobanca in calo dello 0,8%. Vendite anche su UniCredit, scesa dell’1%, e su BPER, giù dello 0,8%. In controtendenza invece Intesa Sanpaolo, che ha tenuto con un +0,2%, e Banco BPM, salita dello 0,5%.

Non si tratta di un caso. Chi ha sofferto di più è probabilmente chi porta con sé un peso di incertezza operativa — governance, fusioni in corso, attese del mercato — mentre chi appare più solido e “ordinario” nella sua traiettoria ha retto meglio. Una dinamica che potrebbe ripetersi anche oggi, nell’ultimo giorno del trimestre.

Il grande risiko: UniCredit punta Commerzbank

La notizia che probabilmente resterà impressa come l’evento bancario europeo del trimestre è il lancio dell’offerta pubblica di scambio di UniCredit su Commerzbank. L’obiettivo primario dichiarato dall’AD Andrea Orcel è superare la soglia del 30% del capitale della banca tedesca, quella che in base alla legge tedesca sulle OPA consente di gestire la partecipazione con maggiore flessibilità, senza dover continuamente cedere azioni per restare sotto il limite previsto.

I termini dell’offerta sono chiari, anche se il percorso è tutt’altro che scontato. Il concambio stimato è di 0,485 azioni UniCredit per ogni azione Commerzbank, corrispondente a un prezzo implicito di circa 30,8 euro per azione, con un premio del 4% rispetto alla chiusura del 13 marzo. L’offerta dovrebbe essere formalmente avviata all’inizio di maggio, con un periodo di adesione di quattro settimane.

Sul fronte dei rating, almeno per ora il giudizio delle agenzie è rassicurante. Scope Ratings ha confermato il rating di UniCredit ad “A” con outlook stabile, sottolineando che l’OPS non comporta alcun impatto immediato sul merito creditizio della banca italiana e che l’operazione potrebbe addirittura rafforzarne la flessibilità operativa e strategica.

Il vero ostacolo, però, potrebbe rivelarsi la politica. Il clima all’interno di Commerzbank si è rapidamente deteriorato dopo l’annuncio, con il presidente del comitato aziendale che ha criticato apertamente la tempistica dell’iniziativa, giudicandola inopportuna in una fase segnata da forti incertezze economiche. È probabile che le prossime settimane, in avvicinamento all’assemblea degli azionisti di Commerzbank prevista per il 20 maggio a Wiesbaden, siano caratterizzate da ulteriori tensioni e prese di posizione.

MPS-Mediobanca: il terzo polo si costruisce

Sul fronte italiano, l’altra grande operazione del trimestre è la fusione tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca. I consigli di amministrazione dei due istituti hanno approvato il progetto di fusione per incorporazione, fissando il concambio in 2,45 azioni MPS per ogni titolo Mediobanca, con un premio del 3% rispetto alla valutazione di mercato al netto dei dividendi. Il completamento dell’operazione è previsto entro la fine del 2026, subordinatamente alle autorizzazioni regolamentari e al via libera delle assemblee straordinarie degli azionisti.

Le ambizioni del piano industriale 2026-2030 sono notevoli. MPS punta a distribuire 16 miliardi di euro agli azionisti nell’arco del piano, con un payout al 100%, e a generare sinergie per 700 milioni di euro attraverso l’integrazione operativa con Mediobanca. Si tratta di numeri che, se confermati, trasformerebbero quello che per anni è stato percepito come l’anello debole del sistema bancario italiano in un competitor di primo piano nel wealth management e nel corporate banking.

Tuttavia, la cautela rimane d’obbligo. La governance è ancora un cantiere aperto: il 15 aprile verrà eletto il nuovo consiglio di amministrazione e l’attuale CEO Luigi Lovaglio non figura nella lista presentata dal CdA uscente, con rumor di stampa che ipotizzano una possibile lista di minoranza che potrebbe sfidare quella del board. Un elemento di incertezza che probabilmente continuerà a pesare sul titolo nel breve periodo.

Il contesto macro: banche solide, ma per quanto ancora?

Al di là delle singole operazioni, il quadro di settore merita qualche riflessione. Secondo l’European Banking Outlook di S&P, circa l’85% delle banche europee monitorate presenta outlook stabile, con una redditività che dovrebbe crescere leggermente nel 2026 per poi assestarsi su livelli di ROAC di circa tre punti superiori a quelli pre-Covid. Le ulteriori operazioni di M&A sono definite “quasi inevitabili” per gli istituti italiani.

Il problema, però, è che il mercato potrebbe aver già scontato buona parte di queste buone notizie. Per sostenere le attuali valutazioni, S&P avverte che sarà decisiva un’esecuzione impeccabile, con il rischio che valutazioni tirate aumentino la volatilità e aprano la strada a possibili correzioni in caso di annunci negativi inattesi.

In questo scenario, la crisi mediorientale e la sua pressione sull’inflazione europea aggiungono un ulteriore livello di complessità. Un’inflazione più persistente potrebbe spingere la BCE a mantenere i tassi alti più a lungo, il che da un lato beneficia i margini di interesse delle banche, ma dall’altro aumenta il rischio di deterioramento del credito su famiglie e imprese. Un equilibrio delicato, che gli investitori faranno bene a tenere d’occhio nei prossimi mesi.

Intesa Sanpaolo: i numeri che fanno la differenza

In questo panorama movimentato, Intesa Sanpaolo continua a rappresentare probabilmente il punto di riferimento più solido del settore italiano. Con una capitalizzazione superiore ai 103 miliardi di euro, nel 2025 la banca ha registrato un utile netto record superiore agli 8,5 miliardi e ha annunciato distribuzioni agli azionisti per oltre 8 miliardi tra dividendi e buyback, con un CET1 al 13,9% e un ROE superiore al 16%. Sono numeri che, almeno per ora, sembrano giustificare la tenuta del titolo anche nelle fasi di maggiore turbolenza.