Il conto finale delle cinque sedute

I numeri, prima di tutto. Il FTSE MIB ha chiuso venerdì 7 agosto a 53.717,19 punti con un progresso frazionale dello 0,06%, sigillando una settimana da circa +3% e portando la performance da inizio anno intorno al 19,5%, secondo i dati raccolti da Il Sole 24 Ore Radiocor e Finanza Report. Il picco della settimana è arrivato martedì 4 agosto, quando l’indice ha chiuso a 53.540,50 punti con un balzo dell’1,26%, nuovo massimo storico di chiusura, toccando in corso di seduta quota 53.611. ANSA ricordava che il precedente record in chiusura, a 52.959 punti, risaliva al 6 luglio e il picco intraday, a 53.220, al 7 luglio. In seguito l’indice si è spinto a sfiorare i 54.000 punti.

Sul bilancio da inizio anno Milano si conferma la piazza più performante del Vecchio Continente, con un rialzo a doppia cifra che nessun altro grande listino europeo ha eguagliato nel 2026. Il primato riguarda però l’intero percorso annuale, non la singola seduta: nella giornata conclusiva di venerdì Piazza Affari è stata anzi la più prudente del gruppo, chiudendo a +0,1% contro il +0,2% di Parigi, il +0,3% di Londra e il progresso attorno al +0,6% di Francoforte, con tutti i listini comunque stabilmente a ridosso dei massimi.

Oltreoceano la settimana è stata ancora più intensa. L’S&P 500 ha chiuso venerdì a 7.757,64 punti (+0,62%), nuovo record, con un guadagno settimanale di circa il 3,6%. Il Nasdaq Composite ha terminato a 26.690,62 punti dopo un rialzo del 5,2% sull’ottava, mentre il Dow Jones ha chiuso a 54.036,93 punti con circa +3% settimanale. Come riportato da CNBC, per tutti e tre gli indici si è trattato della migliore settimana da aprile. L’ETF iShares Semiconductor ha guadagnato oltre il 7%.

La scommessa sulla pace: il petrolio come motore del rally

Il primo motore della settimana è stato il crollo del greggio. Lunedì 3 agosto i listini europei sono partiti di slancio proprio sulla schiarita mediorientale, con Piazza Affari che ha chiuso a +1,34% a 52.871 punti mentre il petrolio arretrava di circa il 6%.

Il bilancio settimanale delle materie prime energetiche è eloquente: secondo i dati Il Sole 24 Ore, il WTI ha perso il 7,5% chiudendo a 78,25 dollari al barile e il Brent il 7,4% a 83,5 dollari, mentre il gas sul TTF di Amsterdam ha ceduto il 7,4% a 55,7 euro per megawattora. MarketScreener quantifica l’arretramento settimanale del Brent nell’8,7%. La divergenza tra le rilevazioni è probabilmente attribuibile a orari e contratti di riferimento differenti, ma la direzione è univoca.

Il motivo di quel movimento era l’attesa di un’intesa tra Iran e Oman sui nuovi corridoi di navigazione nello Stretto di Hormuz. Qui sta il punto che merita attenzione: la tregua non è stata firmata. Nel fine settimana l’Iran ha dichiarato l’accordo con Muscat in fase finale, ribadendo però che la riapertura resta subordinata al soddisfacimento di una serie di richieste rivolte a Washington, e i Guardiani della rivoluzione hanno confermato la stessa linea. Gli Houthi hanno rivendicato un attacco alla raffineria di Jazan di Saudi Aramco. Il risultato è che lunedì mattina il greggio ha ripreso quota, con il Brent tornato sopra gli 84 dollari.

In altre parole, una quota rilevante del guadagno settimanale dei listini europei si è appoggiata a un’aspettativa che si sta già parzialmente ritirando. Non significa che il rialzo fosse ingiustificato, ma suggerisce che parte di quel movimento potrebbe rivelarsi reversibile.

Il paradosso del dato sul lavoro americano

Il secondo motore è arrivato venerdì da Washington, e ha una natura ancora più singolare. Il rapporto sui non farm payrolls di luglio ha mostrato una perdita di 23.000 posti di lavoro, a fronte di attese di consenso che oscillavano tra 80.000 e 86.000 nuovi occupati. Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1%, ma il dato è stato accompagnato da una revisione al ribasso di 103.000 unità sui mesi di maggio e giugno, e la partecipazione alla forza lavoro è scivolata al livello più basso da oltre cinque anni.

La reazione dei mercati è stata un rialzo. La logica è comprensibile una volta ricostruito il contesto: la Federal Reserve guidata da Kevin Warsh mantiene i tassi nella forchetta 3,50%-3,75% e nell’ultima riunione tre presidenti regionali avevano dissentito chiedendo un rialzo immediato, il numero più alto di dissensi in senso restrittivo dalla fase iniziale del ciclo 2022-2023. Un mercato del lavoro che si sgonfia rende quel rialzo molto più difficile da giustificare.

Il riprezzamento è stato brusco. Secondo il CME FedWatch citato da CNBC, la maggioranza degli operatori sui futures sui fed funds è passata ad attendersi tassi fermi alla riunione di settembre, mentre appena il giorno prima il mercato scontava una probabilità intorno al 55% di una stretta da un quarto di punto.

Qui conviene però mantenere una certa prudenza interpretativa. Una borsa che festeggia la perdita di posti di lavoro sta implicitamente scommettendo che il rallentamento resti circoscritto al punto giusto: abbastanza da fermare la banca centrale, non tanto da intaccare gli utili. È un equilibrio sottile, e il dato sull’inflazione atteso nei prossimi giorni rappresenta il primo vero test.

Il contesto degli utili aiuta a spiegare la fiducia. Secondo FactSet, con circa 300 società dell’S&P 500 già passate al rendiconto, l’85% ha battuto le attese e la crescita aggregata dei profitti si muoveva oltre il 47%.

A Milano ha vinto chi non aveva vinto finora

Il dato forse più interessante per chi segue Piazza Affari riguarda la composizione del rialzo, che ha rovesciato la gerarchia che aveva dominato buona parte del 2026.

In vetta al listino la difesa, con Leonardo a +5,3% e soprattutto Avio, salita di circa il 13% nelle cinque sedute. Subito dietro Banco BPM con +7,8%, reduce da una trimestrale sopra le stime e da una revisione al rialzo delle indicazioni su utili e cedola. Il ritorno della fiducia sul tech ha spinto il sottoindice di settore del 6,2%, trainando STMicroelectronics a circa +5,6%, con un ulteriore +3,1% nella sola seduta di venerdì. Diasorin ha guadagnato il 4,9% sull’onda lunga dei conti.

Sul fronte opposto sono finiti proprio i titoli che avevano beneficiato della crisi mediorientale. Eni ha perso il 2,9% e Tenaris il 7,2%, quest’ultima appesantita anche da una guidance giudicata deludente. Le prese di beneficio hanno colpito Amplifon (-1,6%), Stellantis (-3,5%) e Fincantieri (-5%), con quest’ultima penalizzata nonostante l’appartenenza a un comparto altrove premiato.

La lettura più plausibile è che la settimana abbia visto una liquidazione ordinata del cosiddetto war trade e una rotazione verso i settori sensibili al costo del denaro e al ciclo tecnologico globale. Se l’ipotesi di distensione dovesse indebolirsi, quella rotazione potrebbe rivelarsi meno stabile di quanto suggerisca la performance aggregata.

Le banche restano il vero baricentro del listino

Sullo sfondo del rally milanese c’è un elemento strutturale che vale la pena isolare. Come rilevato da Gabriel Debach di eToro in un’analisi pubblicata da Borse.it, la concentrazione del settore bancario nel FTSE MIB si aggira intorno al 41,3%, e resta il principale elemento da monitorare per chi valuta il profilo di rischio dell’indice.

La settimana ha offerto conferme sul fronte dei fondamentali: le principali banche italiane hanno archiviato un semestre con utili aggregati oltre i 15 miliardi di euro, sostenuti da commissioni, prodotti assicurativi e risparmio gestito. Mediobanca ha superato i 711 milioni di utile semestrale, MPS ha oltrepassato 1,1 miliardi con un CET1 al 16,3%, Unipol ha chiuso sopra il miliardo.

Il punto è che una composizione settoriale così sbilanciata funziona come un moltiplicatore in entrambe le direzioni. Ha aiutato Milano a diventare la migliore piazza europea del 2026, ma lega la tenuta dell’indice a un ciclo dei tassi che proprio venerdì ha cambiato aspetto. Se lo scenario dovesse spostarsi da tassi fermi a tassi in discesa, l’effetto sul margine di interesse andrebbe riconsiderato.

Bond, oro e valute: i segnali sotto la superficie

Sul reddito fisso lo spread BTP-Bund ha attraversato la settimana in territorio contenuto, muovendosi da circa 80 punti base del 31 luglio ai 75,7 punti del 4 agosto, per poi risalire a 77,4 il 6 agosto e chiudere venerdì attorno a 77, secondo le rilevazioni Soldionline. Il rendimento del decennale italiano si è mosso in una forbice ristretta tra il 3,86% e il 3,92%.

Il segnale probabilmente più significativo arriva dall’oro. Il metallo ha messo a segno un balzo settimanale di circa il 7,4%, portandosi in area 4.328 dollari l’oncia secondo Il Sole 24 Ore, con rilevazioni che venerdì lo collocavano sopra i 4.300 dollari. Si tratta del miglior progresso settimanale da gennaio.

Vale la pena soffermarsi su questa combinazione. Azionario ai massimi e oro in forte rialzo nella stessa settimana non è una configurazione ordinaria: suggerisce che una parte del mercato stia comprando il rischio e un’altra si stia coprendo dallo stesso rischio. La spiegazione più immediata è l’attesa di una Fed più accomodante, che tende a favorire il metallo, ma la contemporaneità dei due movimenti resta un elemento da tenere presente.

Sul valutario l’euro/dollaro è rimasto pressoché immobile, con un progresso settimanale intorno allo 0,3% in area 1,155.

I nodi che la settimana ha lasciato aperti

Tre questioni restano sul tavolo. La prima è Hormuz: senza un’intesa formalizzata, il ribasso del greggio della scorsa settimana rimane un’anticipazione, non un fatto acquisito, e lunedì il mercato ha già iniziato a rivederla.

La seconda è l’inflazione americana. Il mercato ha comprato l’ipotesi di una Fed ferma sulla base di un solo dato occupazionale. Un dato sui prezzi sopra le attese riporterebbe rapidamente in gioco i tre dissensi restrittivi emersi nell’ultimo FOMC.

La terza riguarda la sostenibilità delle valutazioni. Con l’S&P 500 sopra i 7.700 punti e JP Morgan che ha alzato il target di fine 2026 da 7.800 a 8.000 punti citando le prospettive sugli utili e gli investimenti degli hyperscaler nell’intelligenza artificiale, il margine di errore per le trimestrali si è probabilmente ristretto. La settimana lo ha già mostrato: risultati solidi ma non eccezionali, come quelli di SpaceX e AMD, sono stati puniti dal mercato perché le attese incorporate nei prezzi erano superiori.

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