Dopo un semestre record, il FTSE MIB dovrebbe avviare la seduta di giovedì con cautela. L’attenzione è tutta sui dati del lavoro americano di venerdì, mentre il Brent scivola verso i 70 dollari e a Sintra la Fed conferma la linea dura sull’inflazione.
La Borsa di Milano si avvicina alla seduta di giovedì 2 luglio in un clima che appare, con ogni probabilità, interlocutorio. I riferimenti disponibili prima dell’apertura (i future, la chiusura contrastata di Wall Street e il tono della vigilia a Piazza Affari) suggeriscono un avvio improntato alla prudenza, più che a una direzione netta. È bene precisarlo: al momento in cui scriviamo il listino non ha ancora aperto, e quanto segue è una lettura del contesto, non una fotografia della seduta in corso.
Il punto di partenza resta comunque solido. Il FTSE MIB ha archiviato un primo semestre da protagonista, chiudendo probabilmente come il migliore tra i grandi indici europei. Proprio questa forza, però, potrebbe rendere il listino più esposto a prese di beneficio nell’imminenza di un appuntamento delicato. Nella seduta di ieri, mercoledì 1° luglio, a Milano avevano già prevalso i realizzi: l’indice si era mosso attorno alla parità, in area 51.600-51.700 punti, sostenuto soprattutto dai titoli della difesa mentre le banche cedevano terreno.
Il nodo dei payrolls e una Fed che non arretra
Il vero convitato di pietra di questa settimana è il rapporto sui Non-Farm Payrolls, in uscita venerdì. Il tema è più insidioso di quanto sembri: un dato sull’occupazione più robusto delle attese, paradossalmente, potrebbe non essere accolto con favore dai mercati, perché rafforzerebbe la posizione di chi, dentro la Federal Reserve, spinge per un nuovo rialzo dei tassi già a luglio.
I segnali raccolti nei giorni scorsi vanno peraltro in direzioni non del tutto coerenti. Il rapporto ADP sull’occupazione privata, diffuso mercoledì, ha mostrato una frenata: a giugno sono stati creati 98.000 posti di lavoro, sotto il consenso (fissato attorno a 110.000 secondo Dow Jones) e in calo rispetto ai 122.000 di maggio. L’economista capo di ADP, Nela Richardson, ha parlato di un rallentamento nella creazione di posti, legato a tempi di ricerca del lavoro più lunghi e a vincoli di offerta in alcuni comparti. Un segnale di raffreddamento, dunque, che tuttavia stride con il tono generale del dibattito.
Sullo sfondo, infatti, resta la linea della Fed guidata da Kevin Warsh. Dal forum della BCE di Sintra, il presidente della banca centrale americana ha ribadito mercoledì un concetto che suona come un monito: i prezzi restano troppo alti. Warsh ha evitato di sbilanciarsi sulla prossima mossa, coerentemente con il suo approccio di rinuncia alla forward guidance, ma il messaggio di fondo è parso chiaro: la stabilità dei prezzi rimane la priorità, nonostante l’ottimismo crescente sugli effetti potenzialmente disinflazionistici dell’intelligenza artificiale. Secondo il CME FedWatch, il mercato sconta ormai almeno un rialzo dei tassi entro fine anno, un ribaltamento netto rispetto ai tagli che a inizio 2026 si davano quasi per scontati.
Sul fronte europeo il quadro è per certi versi speculare. Christine Lagarde, sempre da Sintra, ha adottato una postura che diversi osservatori hanno letto come lievemente più aggressiva del consueto, sostenendo che la BCE può alzare i tassi per contrastare l’inflazione senza il timore che ciò diventi una fonte di stress finanziario. La maggioranza degli economisti, riporta Milano Finanza, si attende comunque una pausa a luglio, con un eventuale nuovo intervento rinviato a settembre o ottobre. Un elemento a favore della prudenza arriva dai prezzi al consumo: l’inflazione dell’Eurozona a giugno è scesa al 2,8% su base annua, dal 3,2% di maggio e sotto il 3% atteso.
Petrolio in caduta: il paradosso del dividendo di pace
Uno dei fili conduttori più interessanti di questa fase è la discesa del greggio. Nella mattinata di oggi il Brent viene scambiato in area 70-71 dollari al barile: Il Sole 24 Ore lo indica intorno a 70,9 dollari, in calo di quasi l’1%, mentre Investing.com lo colloca poco sopra i 70,7 dollari, con una chiusura precedente a 71,57. Il WTI americano si muove poco sopra la soglia dei 70 dollari. Come sempre in fase intraday, tra le fonti c’è una certa dispersione, che riportiamo come intervallo piuttosto che come cifra secca.
Al di là del dato puntuale, il movimento di fondo racconta un cambiamento profondo. Nel secondo trimestre il Brent ha perso circa il 38%, dopo il rally del 94% dei primi tre mesi dell’anno: è stato, con ogni probabilità, il peggior trimestre dal 2020. All’origine c’è quello che si potrebbe definire un “dividendo di pace”: l’allentamento delle tensioni sullo Stretto di Hormuz, dopo mesi di conflitto tra Stati Uniti e Iran, ha progressivamente eroso il premio per il rischio geopolitico che aveva gonfiato le quotazioni.
Il quadro resta però tutt’altro che lineare. I negoziati proseguono a Doha, con i colloqui indiretti condotti dagli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff descritti come costruttivi. Il traffico delle petroliere attraverso lo stretto sta recuperando, pur restando sotto i livelli pre-conflitto, e le esportazioni iraniane sono risalite oltre i 40 milioni di barili dopo la rimozione di un blocco navale statunitense. Diversi analisti avvertono ora del rischio opposto: un eccesso di offerta, con le forniture che rimbalzano più in fretta del previsto. Teheran, dal canto suo, continua a rivendicare il controllo amministrativo del traffico marittimo nel corridoio, un elemento che mantiene viva una certa incertezza.
Per l’Italia e l’Europa un greggio più economico è, verosimilmente, una buona notizia sul fronte dei costi energetici e dell’inflazione importata. Pesa però, com’è naturale, sui titoli del comparto oil.
Banche in affanno, difesa in evidenza
A livello settoriale, Piazza Affari continua a mostrare quella divergenza interna che caratterizza il listino da settimane. Il comparto bancario, vero motore del rialzo del semestre grazie a un peso di circa il 39% sulla capitalizzazione dell’indice, sta attraversando una fase di prese di beneficio. Nella seduta di ieri si erano visti realizzi su nomi come Banco BPM (attorno al -1,3%), con l’intero settore appesantito dai ribassi dei grandi istituti.
Si tratta, con ogni probabilità, di un movimento più tecnico che strutturale. Le banche italiane restano sostenute da fondamentali solidi: margini di interesse favorevoli, dividendi generosi e il processo di consolidamento ancora in corso, il cosiddetto risiko bancario. Dopo una corsa così prolungata, però, una pausa appare fisiologica.
In controtendenza si è mossa la difesa. Titoli come Leonardo, Fincantieri e Avio hanno mostrato forza relativa nella seduta di ieri, sostenuti dalla prospettiva di un nuovo ciclo di ordini e dal rinnovato slancio della spesa militare europea. Bene anche Stellantis, favorita da alcune notizie societarie tra cui la nomina di Santo Ficili alla guida di Maserati.
Un capitolo a parte merita il collocamento di Bending Spoons, la società software italiana proprietaria di AOL e Vimeo, sbarcata mercoledì al Nasdaq. Il debutto è stato brillante, con il titolo in rialzo di oltre il 40% rispetto a un prezzo di IPO fissato a 29 dollari, sopra il range indicato. A Piazza Affari l’operazione si è riflessa positivamente su Tamburi Investment Partners, azionista della società, salita di circa il 3-4% nella seduta di ieri; Banca Akros ha alzato il target price da 13 a 14,8 euro, confermando la raccomandazione “buy”.
Wall Street e il grande dubbio sui chip
Oltreoceano, la seduta del 1° luglio si è chiusa in territorio negativo, complice una nuova ondata di vendite sui semiconduttori. Il Dow Jones ha toccato un nuovo massimo intraday sopra i 52.700 punti prima di ripiegare, chiudendo sostanzialmente invariato a 52.305 punti. L’S&P 500 ha ceduto lo 0,22% a 7.483 punti, mentre il Nasdaq Composite ha perso lo 0,66% a 26.040 punti.
A pesare sull’indice tecnologico è stata soprattutto la debolezza dei produttori di chip. Micron ha lasciato sul terreno oltre il 10%, pur restando in rialzo di più del 260% da inizio anno, in una dinamica di prese di profitto dopo una corsa che molti giudicano eccessiva. È il nodo centrale che il mercato dovrà sciogliere nelle prossime settimane: le valutazioni del settore tech, gonfiate dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, reggeranno alla prova della stagione delle trimestrali che riparte a luglio? La domanda, per ora, resta aperta.
Spread, euro e contesto italiano
Sul fronte obbligazionario, lo spread tra BTP e Bund si è mantenuto in area 78 punti base nella seduta di ieri, con il rendimento del decennale italiano attorno al 3,64%. Sono livelli che testimoniano una sostanziale stabilità e una fiducia degli investitori nel debito italiano che appare consolidata, nonostante il dato sull’indebitamento netto del primo trimestre 2026 risultato al 7,8% del PIL.
L’euro, dal canto suo, oscilla poco sotto la soglia di 1,14 dollari (attorno a 1,139), in una fase in cui il confronto tra le traiettorie di Fed e BCE resta il principale motore del cambio. L’oro, infine, prova a recuperare terreno dopo aver bucato al ribasso la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia nelle settimane scorse, penalizzato proprio dal rientro delle tensioni geopolitiche.
In sintesi
La giornata di oggi si annuncia, con buona probabilità, dominata dall’attesa. Il mercato milanese vi arriva da posizioni di forza, forte di un semestre eccezionale, ma proprio questa forza potrebbe renderlo vulnerabile a prese di profitto. Molto dipenderà dai dati sul lavoro americano di venerdì e da come verranno interpretati alla luce della linea dura confermata dalle banche centrali. Nel frattempo, un petrolio debole e uno spread stabile sembrano offrire a Piazza Affari una rete di protezione che, almeno finora, ha tenuto.
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